Il protettorato americano in Venezuela nasce da un documento diffuso dalla Casa Bianca il 31 agosto 2026, quello che il presidente Donald Trump ha chiamato il più grande accordo petrolifero della storia. Il testo assegna a una società privata venezuelana, la North American Blue Energy Partners, diciassette concessioni della durata di cento anni su giacimenti con riserve provate stimate in circa 65 miliardi di barili. In cambio, il governo degli Stati Uniti riceve il 35 per cento del capitale della capogruppo, la maggioranza dei seggi nel consiglio di amministrazione, il potere di veto sulle nomine e il diritto di acquistare al costo di produzione un quinto del greggio che sarà estratto. La Casa Bianca ha presentato l’operazione come un affare privato a costo zero per il contribuente americano, capace di riportare la benzina a prezzi più bassi e di aggiungere alle riserve territoriali statunitensi, ferme a circa 46 miliardi di barili, i 65 miliardi di barili venezuelani.
Il contrattoIl petrolio venezuelano ha cambiato giurisdizione prima ancora che proprietario. Le concessioni sono state assegnate senza gara, le riserve trasferite senza un prezzo di acquisto, i proventi incassati fuori dalla tesoreria dello Stato che le possiede: restano in un conto del Tesoro americano finché Washington non decide di erogarli. Il Venezuela conserva la titolarità formale delle proprie riserve e ha perso la disponibilità della propria rendita. È la sostanza di un protettorato, una condizione nella quale un paese continua a esistere come Stato mentre la sua risorsa principale viene amministrata da un’autorità esterna. Il controllo passa per concessioni, licenze e conti correnti, strumenti che rendono superflua l’amministrazione diretta del territorio.
Il primo petrostatoPer misurare che cosa viene smontato bisogna partire da dove il Venezuela si colloca nella storia del petrolio. Dopo la prima guerra mondiale, quando l’industria petrolifera cresce insieme all’automobile, il paese diventa nel 1929 il maggiore esportatore mondiale di greggio, posizione che conserva per circa quarant’anni. La sua economia dipende da una sola materia prima: è l’archetipo del petrostato, il modello di paese che si regge sull’esportazione di una risorsa naturale e che, quando quella risorsa smette di finanziare lo Stato, produce migrazioni di massa e impoverimento. Il crollo del tenore di vita venezuelano dopo il 2013 è la conferma del vincolo.
Nel 1948 il Venezuela è il luogo in cui viene sperimentato il modello 50/50, l’accordo che divide a metà i profitti tra il paese produttore e le società concessionarie, un meccanismo poi esportato nelle altre aree petrolifere del mondo. Nel 1960 l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, l’OPEC, nasce da un’idea venezuelana portata avanti dal ministro del petrolio Juan Pablo Pérez Alfonzo insieme al saudita Abdullah Tariki: i paesi produttori dovevano coordinarsi per non farsi concorrenza tra loro e svendere il greggio. Nel 1976, sotto un governo democratico e anticomunista, il Venezuela nazionalizza il petrolio e crea la compagnia statale PDVSA. Nel 2007 il presidente Hugo Chávez vara una nuova legge sugli idrocarburi che aumenta le royalty, cioè la quota che le compagnie versano allo Stato per ogni barile estratto, e impone la partecipazione maggioritaria dello Stato in tutti i giacimenti.
Quella storia viene ribaltata il 29 gennaio 2026, quando l’Assemblea nazionale approva e la presidente ad interim Delcy Rodríguez firma una riforma della legge organica sugli idrocarburi che riapre il settore ai privati, abbassa il prelievo fiscale e trasforma la PDVSA da operatore esclusivo in un ente che contratta con gli investitori. Il Venezuela possiede le più grandi riserve provate del mondo, circa 303 miliardi di barili, per la maggior parte greggio pesante e ad alto contenuto di zolfo. È il barile fantasma che alimenta l’impero finanziario da un secolo. È un petrolio che le raffinerie della costa del Golfo degli Stati Uniti, da Corpus Christi alla Louisiana, sono state costruite per lavorare, perché il greggio leggero che gli Stati Uniti estraggono dal proprio territorio è quello che quegli impianti trattano peggio. La riforma rimette sul mercato il petrolio di un paese che era stato il laboratorio del nazionalismo petrolifero.
La cassaforte a WashingtonL’architettura del controllo è precedente all’accordo sulle concessioni. Il 9 gennaio 2026, sei giorni dopo l’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, Trump ha firmato l’Executive Order 14373, intitolato *Safeguarding Venezuelan Oil Revenue for the Good of the American and Venezuelan People*. L’ordine, adottato sulla base della legge sui poteri economici di emergenza, istituisce un regime giuridico per le entrate petrolifere venezuelane detenute su conti designati del Tesoro americano e stabilisce che ogni pagamento alla PDVSA o al governo venezuelano per petrolio, gas, royalty o imposte estrattive transiti su questi conti, chiamati Foreign Government Deposit Funds. Il meccanismo è lo stesso che avevamo ricostruito a giugno, quando le entrate della PDVSA sono state dirottate sul Tesoro americano. La motivazione dichiarata è proteggere quei fondi dai creditori commerciali del Venezuela; l’effetto è riservarli.
Le regole di attuazione sono affidate all’Office of Foreign Assets Control, l’ufficio del Tesoro che amministra le sanzioni americane, che con le proprie licenze generali seleziona le imprese autorizzate a estrarre, comprare e trasportare il greggio venezuelano e indica i paesi verso cui può essere venduto. Le licenze sono lo strumento con cui il mercato del petrolio venezuelano viene riaperto in modo selettivo. L’Executive Order attribuisce al segretario di Stato il compito di impartire le istruzioni per l’erogazione dei fondi, che il segretario al Tesoro esegue. Nella testimonianza al Senato del 28 gennaio 2026 il segretario di Stato Marco Rubio ha aggiunto un passaggio operativo: il governo ad interim, guidato da Delcy Rodríguez, presenta ogni mese a Washington un bilancio di spesa dei proventi, e solo dopo l’approvazione quei soldi vengono resi disponibili. La società di revisione KPMG controlla i conti.
Il precedente richiamato è quello iracheno del 2003, quando i proventi del petrolio dell’Iraq vennero depositati in un fondo amministrato dall’autorità di occupazione e fuori dal paese, per poi essere rimessi in circolo con il consenso esterno. Un’analisi pubblicata a luglio 2026 dall’organizzazione venezuelana Transparencia Venezuela ricostruisce l’operazione e stima che nella prima metà dell’anno le esportazioni abbiano incassato circa 15,2 miliardi di dollari, di cui tra 12,5 e 13,6 miliardi sono affluiti al fondo: denaro che, come osserva lo studio, non è transitato direttamente nella tesoreria nazionale venezuelana. Il 22 luglio 2026 il *Financial Times* ha documentato che gli Stati Uniti avevano raccolto oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano, mentre solo circa 300 milioni erano stati pubblicamente ricondotti a Caracas; il Dipartimento di Stato aveva parlato ad aprile di circa 3 miliardi già rimessi. La differenza tra le due cifre è il punto politico dell’intera costruzione: il denaro resta in una giurisdizione che decide quando e come restituirlo.
La società e il PentagonoIl soggetto che firma le concessioni è una compagnia privata poco nota al di fuori del Venezuela. La North American Blue Energy Partners estrae circa 200 mila barili al giorno tra il lago Maracaibo e la cintura dell’Orinoco, ed è la seconda compagnia petrolifera privata del paese. È controllata da Alejandro Betancourt López, un imprenditore venezuelano di 46 anni che ha costruito la propria fortuna durante il governo di Chávez e che è indagato in Svizzera e in Spagna per riciclaggio e frode fiscale. Un funzionario americano ha riassunto la scelta con una formula riferita dalla stampa: «No Betancourt, no energy-security deal». L’amministrazione ha rivendicato il profilo dell’operatore, spiegando che non intende canonizzare nessuno e che le indagini europee non ostacolano l’accordo finché non ci sono contestazioni negli Stati Uniti.
La società è l’interfaccia visibile di un controllo che resta pubblico. Il 35 per cento del capitale della capogruppo è passato all’Office of Strategic Capital, un veicolo del Dipartimento della Guerra, la nuova denominazione del dicastero della difesa americano; una quota che, secondo la Casa Bianca, può valere centinaia di miliardi tra capitale e dividendi. Una maggioranza dei consiglieri deve essere di cittadinanza americana e il governo ha il veto sulle nomine. Il Dipartimento di Stato può comprare al costo di produzione il 20 per cento del greggio di tutti i giacimenti presenti e futuri, destinandolo in primo luogo al riempimento della riserva strategica, e ha il diritto di prelazione sull’80 per cento restante. Il centro di analisi CSIS ha osservato che così la NABEP diventa «una sorta di PDVSA parallela», capace di controllare le operazioni su diciassette progetti al posto della compagnia statale.
Il 35 per cento del capitale della capogruppo di NABEP è passato all’Office of Strategic Capital, un veicolo del Dipartimento della Guerra: il governo degli Stati Uniti entra direttamente nella proprietà di un produttore di petrolio.
La novità sta nella forma della proprietà. Un antecedente storico è il tentativo del 1943: il 30 giugno di quell’anno il governo americano istituì la Petroleum Reserves Corporation, presieduta dal segretario agli Interni Harold Ickes, per acquistare il controllo della California-Arabian Standard Oil Company, la compagnia che sarebbe poi diventata Aramco, e assicurare agli Stati Uniti le riserve saudite. L’iniziativa si arenò contro l’opposizione delle compagnie petrolifere, che nel marzo 1944 sottoscrissero una risoluzione congiunta contro quello che definivano socialismo di Stato, e la società pubblica non acquisì mai riserve all’estero. Il governo degli Stati Uniti è intervenuto per decenni nel mercato del petrolio con sanzioni, dazi e riserve strategiche; con questo accordo entra direttamente nella proprietà di un produttore, ottant’anni dopo che un tentativo analogo era stato respinto. Lo fa attraverso una società appena fondata, opaca nella struttura e priva della storia industriale di Exxon, Chevron, Eni o Total, che pure erano candidate naturali a operare quei giacimenti. Su questa scelta pesa il precedente del 2007, quando l’espropriazione di Chávez lasciò le major con crediti non risarciti e una diffidenza che l’accordo non cancella: la nuova legge ha riaperto il settore, e le compagnie continuano a chiedere garanzie prima di investire davvero. Il veicolo privato scelto da Washington serve anche a questo, a spostare l’investimento fuori dal bilancio delle società che hanno perso fiducia nel paese.
Togliere il Venezuela alla CinaL’accordo ha una posta geopolitica dichiarata. La strategia di sicurezza nazionale pubblicata alla fine del 2025 indica l’emisfero occidentale come zona di influenza strategica degli Stati Uniti e riformula in questi termini la dottrina Monroe, il principio enunciato nel 1823 per rivendicare l’America latina come area riservata all’influenza americana. Il documento della Casa Bianca sull’accordo sulle concessioni riprende la formula degli attori «non emisferici» e afferma che la maggior parte dei giacimenti assegnati alla NABEP era controllata da imprese russe e cinesi o da uomini vicini a Maduro e Chávez, che avrebbero saccheggiato le risorse del paese a beneficio di Cuba, Russia e Cina.
Durante gli anni delle sanzioni la Cina era diventata il principale acquirente del greggio venezuelano. Una parte di quel petrolio serviva a rimborsare i prestiti cinesi, che rappresentano circa un decimo del debito estero venezuelano, stimato in oltre 150 miliardi di dollari. La Cina aveva costruito un canale di pagamento alternativo al sistema bancario occidentale, il Cross-Border Interbank Payment System, che consente di regolare gli scambi in renminbi aggirando il sistema Swift, il circuito attraverso cui circola il dollaro. Con l’accordo, il petrolio venezuelano torna a essere venduto in dollari e le condizioni di accesso al mercato passano per le licenze americane.
La dimensione monetaria si intreccia con la guerra in Iran, dove la Cina sta costruendo la Pax cinese in Asia occidentale e dove il negoziato sugli asset congelati ha già mostrato il doppio standard americano. Garavini ha letto l’intervento contro Teheran come parte di una competizione strutturale che comprende gli equilibri mediorientali, il rapporto di forza tra Stati Uniti e paesi dei Brics e l’indebolimento del dollaro come valuta di riserva. L’accordo venezuelano mostra la versione economica di quella competizione: chi controlla le concessioni decide chi può comprare, a quali condizioni e in quale valuta. Garavini ha aggiunto una cautela che il testo della Casa Bianca non autorizza a sciogliere: attribuire alla guerra un piano unitario per riconquistare la centralità del dollaro resta una lettura plausibile, della quale manca la prova documentale. La lettura che i documenti sostengono è più ristretta e più solida: Washington ha riportato sotto la propria giurisdizione un flusso di greggio che sfuggiva al dollaro.
Un’OPEC svuotata dall’internoL’effetto sistemico dell’operazione si misura sull’OPEC, l’organizzazione che il Venezuela contribuì a fondare. Il 1° maggio 2026 gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato il cartello, annunciato il 28 aprile, dopo esservi entrati nel 1967 come Abu Dhabi e dopo esserne diventati il quarto produttore; hanno abbandonato anche l’OPEC+, il formato allargato creato nel 2016 che include la Russia come partner strutturale e che aveva retto la cooperazione tra Riad e Mosca anche nei mesi in cui Washington premeva per aumentare la produzione. Il Venezuela resta membro fondatore, e le decisioni sulla sua produzione passano ora per un assetto societario governato da Washington: la sua presenza nel cartello diventa formale.
Il 4 settembre 2026 il capo della compagnia statale russa Rosneft, Igor Sechin, ha dichiarato che a stabilizzare il mercato globale del petrolio è ormai la Cina, grazie a una riduzione delle importazioni di greggio di 5,5 milioni di barili al giorno nell’anno, ridimensionando il ruolo dell’OPEC. È una posizione che indebolisce dall’interno il coordinamento tra produttori, e conferma la difficoltà dell’organizzazione. Se le quote non vengono rispettate e i flussi si riaprono, l’offerta può superare la domanda e i prezzi scendere; a quel punto i costi di produzione più alti, quelli del petrolio di scisto americano, diventano il primo bersaglio. Il prezzo del greggio è già il canale attraverso cui la guerra arriva alle pompe, in Italia come altrove, dove il prezzo dei carburanti come scelta politica ha assorbito l’aumento con proroghe delle accise. Garavini ha osservato che un’OPEC funzionante serve anche agli interessi americani, perché è l’unica struttura internazionale che in una crisi prova a stabilizzare i prezzi. La politica in corso la svuota mentre la usa.
Il protettorato come formaIl controllo costruito in Venezuela non richiede di governare il paese. Richiede di amministrarne la rendita, e per questo dispone di concessioni, licenze, un fondo e una legge riscritta. La presenza fisica è un dettaglio: dopo il terremoto del 24 giugno 2026, che ha colpito il paese con due scosse di magnitudo 7,2 e 7,5, gli Stati Uniti hanno dispiegato marines e mezzi nel quadro di una missione di soccorso richiesta dal governo venezuelano, e a fine giugno sono arrivati anche i soccorritori siriani legati ai White Helmets. La sostanza del protettorato sta altrove, nei documenti che stabiliscono chi può estrarre, chi può comprare e dove finiscono i soldi.
Il costo lo paga la popolazione che il fondo dovrebbe servire. Le Nazioni Unite hanno stimato in circa 37 miliardi di dollari i danni a edifici e infrastrutture del terremoto, mentre i proventi petroliferi del semestre restano in un conto americano e le risorse ricondotte a Caracas si contano nell’ordine delle centinaia di milioni. La ricostruzione, come i servizi di base, dipende dalla discrezionalità di un’autorità esterna; la titolarità delle riserve, che resta venezuelana, non si traduce in capacità di spesa.
La scelta di esportare il modello è la parte più fragile dell’operazione. Garavini ha sostenuto che il successo venezuelano ha convinto Washington che lo schema fosse replicabile in Iran, un paese con una struttura statale che resiste a guerre ed embarghi dal 1979 e con una classe dirigente diversa da quella che in Venezuela aveva rinunciato alla difesa dell’interesse nazionale. La guerra iniziata il 28 febbraio 2026 e la morte del leader supremo Ali Khamenei hanno mostrato che il modello non si trasferisce con la stessa facilità. Il petrolio venezuelano intanto ha smesso di essere una merce contesa tra compratori. È entrato in una giurisdizione, dove l’accesso si ottiene con un permesso e il prezzo lo stabilisce un’autorità.
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Fonti
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