La «Pax cinese» comincia dallo Stretto di Hormuz. Nel settembre 2026, mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran entrava nel sesto mese, in un solo giorno lo stretto è stato attraversato da quattro navi commerciali, contro una media di circa centoventi prima del conflitto. Il comando militare statunitense ha dichiarato di aver dirottato 103 navi per far rispettare il blocco navale contro l’Iran. L’Arabia Saudita ha annullato alcune forniture di petrolio all’Europa dopo l’attacco al suo oleodotto Est-Ovest. Il greggio Brent ha superato i 107 dollari al barile.

Nello stesso periodo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi si è recato a Pechino per incontrare il suo omologo cinese Wang Yi. La Cina si è proposta come mediatrice per chiudere il conflitto. La guerra ha un fronte militare, combattuto con missili e droni, e un fronte economico, che si scarica sui mercati dell’energia. Ha anche un terzo fronte, quello diplomatico, nel quale gli Stati Uniti perdono il ruolo di garante regionale che hanno ricoperto per decenni. È su questo fronte che si sta costruendo il progetto di stabilizzazione dell’Asia occidentale guidato da Pechino, che usa accordi economici, infrastrutture e tecnologie al posto delle truppe.

Per capire perché la Cina arriva adesso, bisogna partire da come l’Iran si è collocato nel mondo per decenni. Teheran ha seguito una dottrina che i diplomatici iraniani chiamano «no Est, no Ovest»: la scelta di non legarsi in modo esclusivo né al blocco americano né a quello sovietico prima e cinese poi. L’obiettivo era mantenere aperta la trattativa con Washington senza spaventare Pechino, e al tempo stesso ricevere investimenti cinesi senza diventare un satellite di Pechino. È la posizione che abbiamo ricostruito parlando di un Iran che non è creatura di nessuno.

Su questa dottrina si è innestato, nel marzo 2021, un accordo tra Cina e Iran della durata di venticinque anni e del valore dichiarato di circa 400 miliardi di dollari. L’accordo prevedeva investimenti cinesi in infrastrutture, energia e telecomunicazioni in cambio di forniture di petrolio a prezzo scontato. Nella pratica, la maggior parte dei progetti è rimasta ferma: la Cina ha realizzato solo le opere indispensabili alle proprie esigenze, in particolare nel settore petrolifero, e ha rinviato il resto. La spiegazione sta nella cautela: Pechino non voleva esporsi troppo in un Paese instabile né compromettere la propria posizione in caso di riavvicinamento tra Teheran e Washington.

Nel marzo 2023 la Cina ha ottenuto il risultato diplomatico più visibile di questa fase, favorendo l’accordo con cui Arabia Saudita e Iran hanno ristabilito le relazioni diplomatiche, interrotte dal 2016. L’intesa è stata presentata come una prova che Pechino può fare da mediatore in una regione nella quale gli Stati Uniti erano il mediatore unico. Nello stesso periodo la parte iraniana più favorevole al dialogo con l’Occidente si è progressivamente indebolita, e la guerra del 2025 ha chiuso la stagione: dopo gli scontri, la dottrina del «no Est, no Ovest» è stata accantonata, e l’Iran si è spostato in modo netto verso la Cina.

Dopo la guerra, il sostegno cinese all’Iran si articola su quattro canali: la ricostruzione del parco missilistico consumato nei combattimenti, la condivisione di tecnologie per migliorare i sistemi d’arma, la protezione politica ed economica, e l’accesso al sistema satellitare cinese Beidou. Il dossier cinese in Iran è affidato direttamente alla presidenza della Repubblica, con un inviato speciale che nessun altro Paese ha.

Il dato più solido riguarda la cooperazione militare complessiva. Nel settembre 2026 la Russia ha cominciato a inviare all’Iran munizioni aggiornate, immagini satellitari e dati di puntamento, utilizzati contro le forze americane in Medio Oriente: è la conferma che l’Iran, dopo la guerra, non è isolato sul piano delle forniture. La fornitura diretta di missili o tecnologie da parte cinese resta priva di conferme indipendenti. Quello che risulta con certezza è che Pechino si propone come mediatore politico e come principale partner economico del Paese. La distinzione conta: la Cina costruisce la propria influenza con l’integrazione economica più che con le armi.

Merita una precisazione tecnica il sistema satellitare Beidou. Beidou-3 è la costellazione cinese di navigazione e posizionamento e combina tre tipi di orbita: geostazionaria, geosincrona inclinata e media. I sistemi americano, russo ed europeo usano in prevalenza l’orbita media. Oltre alla precisione, il Beidou offre un servizio di messaggistica bidirezionale: consente a un terminale di comunicare direttamente con il satellite senza passare da una rete terrestre. In un teatro di guerra, dove la prima infrastruttura colpita è quella di comunicazione, un canale diretto e di breve durata rende più difficile localizzare chi trasmette.

Chi costruisce l’infrastruttura decide chi può passare: la Cina lega i governi con il debito, le rotte e i satelliti, più che con le armi.

La chiusura di Hormuz danneggia anche chi non è in guerra. Lo Stretto è la via obbligata di una quota rilevante del petrolio e del gas esportati dal Golfo, e la sua paralisi ha riorganizzato i flussi commerciali dell’intera regione. L’Iraq, che dipende dallo sbocco meridionale, è stato costretto a vendere il proprio greggio con sconti che sono arrivati fino a 27 dollari al barile; Abu Dhabi ha comprato il petrolio scontato, lo ha raffinato e ha venduto il proprio a prezzo pieno. Le compagnie di navigazione hanno dovuto deviare le rotte, allungando i tempi e aumentando i costi di trasporto.

Sul fronte opposto, gli Stati Uniti hanno visto erodersi la propria capacità militare. Un rapporto del Congressional Budget Office stima in 38 miliardi di dollari il costo della guerra nei primi cinque mesi; il primo rapporto dell’ispettore generale del Pentagono, riferito al 29 giugno, indicava 33,4 miliardi. Un’analisi del Congresso avverte che il ripristino delle scorte di munizioni richiederà fino a cinque anni. Nello stesso periodo l’amministrazione americana ha autorizzato una vendita militare da 5 miliardi di dollari all’Arabia Saudita, con cinquemila bombe da duemila libbre, e ha preparato un pacchetto da 2,8 miliardi per Israele. La contraddizione è evidente: gli Stati Uniti riforniscono gli alleati mentre le proprie scorte si assottigliano.

La guerra, in altre parole, ridisegna gli equilibri della regione. Ogni spostamento lascia uno spazio che un altro attore può occupare.

Il progetto cinese per l’Asia occidentale passa dalla costruzione di una rete di interessi economici che renda la guerra troppo costosa per chiunque. È la logica che la Cina applica da anni con l’iniziativa della Via della Seta, la rete di infrastrutture commerciali che collega la Cina all’Europa e all’Africa passando per l’Asia centrale e il Medio Oriente, e con le organizzazioni internazionali in cui esercita la propria influenza.

Il vertice dei BRICS tenuto a New Delhi il 12 e 13 settembre 2026 è il passaggio più recente. La dichiarazione finale, di circa 140 paragrafi, delinea un ecosistema commerciale e finanziario nel quale gli scambi in valute locali, i pagamenti transfrontalieri e le infrastrutture digitali rendono il dollaro progressivamente meno necessario, al posto della moneta unica alternativa immaginata in passato. È una strategia di lungo periodo, che i BRICS — il gruppo che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica insieme ai Paesi che vi hanno aderito — perseguono per ridurre il peso delle regole finanziarie occidentali, sulla linea della dedollarizzazione accelerata già avviata con i pagamenti in valuta locale. La Cina, la Russia e l’Iran ne fanno parte; l’India anche, ma con un obiettivo diverso, come si vedrà.

Sul terreno il progetto prevede una serie di opere: un collegamento terrestre che aggiri lo Stretto di Hormuz, un oleodotto che dall’Arabia Saudita attraversi l’Iraq e l’Iran per raggiungere l’Afghanistan e la Cina, la costruzione di costellazioni satellitari per i Paesi del Golfo, oggi dipendenti dal sistema americano, e joint venture militari e industriali con l’Iran alla fine del conflitto. Sono piani ancora da costruire: la loro realizzazione richiede anni, e la Cina ragiona su orizzonti decennali.

Il caso di Chabahar mostra come la Cina usi le infrastrutture anche come strumento diplomatico. Il porto iraniano, sull’Oceano Indiano, è l’unico accesso via mare che consenta all’India di raggiungere l’Asia centrale senza passare per il Pakistan, con il quale Nuova Delhi ha una rivalità storica, né per la Cina, con la quale ha una disputa territoriale aperta. Il 13 maggio 2024 India e Iran hanno firmato un contratto decennale: la società statale Indian Ports Global Limited ha ottenuto la gestione del terminal Shahid Beheshti, con un impegno di circa 120 milioni di dollari in attrezzature e una linea di credito di 250 milioni per le infrastrutture collegate. Il porto dista circa cento chilometri da Gwadar, l’infrastruttura pakistana finanziata e gestita dalla Cina, e rappresentava il contrappeso indiano nel corridoio Nord-Sud, la rete di trasporto che collega India, Iran, Caucaso e Russia.

La deroga statunitense che consentiva all’India di operare nonostante le sanzioni è stata revocata il 16 settembre 2025, con effetto dal 29 settembre, e il Tesoro americano ha concesso una proroga tecnica per una «chiusura ordinata», con scadenza al 26 aprile 2026. Prima di quella data l’India ha ritirato il personale tecnico, ha congelato i piani di espansione del porto e, nel bilancio federale del 1° febbraio 2026, ha azzerato lo stanziamento per Chabahar. La gestione del terminal è stata avviata al trasferimento verso una società iraniana, per ridurre l’esposizione alle sanzioni secondarie.

Il vuoto è stato occupato dalla Cina. La zona franca di Chabahar è entrata nell’orbita di Pechino: rotte marittime dirette, collegamenti con il porto pakistano di Gwadar e, nel luglio 2026, un piano iraniano per una zona di libero scambio trilaterale con Cina e Afghanistan, pensata per portare verso il mare le risorse minerarie afghane sulle quali operano le compagnie cinesi. Il South China Morning Post ha definito la revoca della deroga un «autogol» strategico per Washington; il Tehran Times ha descritto l’India come la principale vittima della guerra sanzionatoria. Il meccanismo è chiaro: chi costruisce l’infrastruttura decide chi può passare, e l’India ha perso l’unico corridoio che le consentiva di non dipendere dal Pakistan né dalla Cina.

La Cina accompagna l’integrazione economica con la costruzione di una cornice di sicurezza fatta di forum e organizzazioni, nella quale Pechino esercita la funzione di organizzatrice più che di alleata militare. Il più importante è l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il consesso di sicurezza euroasiatico nato nel 2001 che riunisce Cina, Russia, India, Pakistan, Iran e i Paesi dell’Asia centrale. L’Iran vi è entrato nel 2023, lo stesso anno dell’accordo con l’Arabia Saudita. Al vertice più recente dell’organizzazione il premier indiano Narendra Modi si è allineato alle posizioni di Xi Jinping e Vladimir Putin nel condannare gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran; gli Emirati Arabi Uniti non hanno partecipato. Il disegno cinese assegna all’organizzazione il ruolo di strumento di protezione della Via della Seta, al centro del progetto di sicurezza regionale.

Il secondo tassello è il Forum di Xiangshan, la conferenza sulla difesa che Pechino ospita ogni anno. La tredicesima edizione si è tenuta il 15 e 16 settembre 2026, nel ventesimo anniversario della fondazione, con il tema «Costruire il consenso sulla stabilità, avanzare insieme nella governance della sicurezza». Il ministro della Difesa cinese Dong Jun ha chiesto una «architettura di sicurezza regionale equilibrata, efficace e stabile» che «tenga conto delle legittime preoccupazioni di sicurezza di tutti i Paesi», compresi quelli in via di sviluppo, e ha invocato cooperazione su intelligenza artificiale e spazio extra-atmosferico. Nel discorso non ha nominato Taiwan né il Mar Cinese Meridionale, ha evitato di indicare Stati Uniti e Giappone, e ha rivolto a quest’ultimo una critica velata parlando di «tendenze storiche regressive». Il tono verso Washington è stato più morbido del solito, in vista del vertice tra Xi Jinping e Donald Trump previsto a Washington per il 24 settembre, sulla scia dell’asimmetria che non si vede nel rapporto tra Washington e Pechino.

La novità di questi due appuntamenti sta nel posizionamento più che nelle decisioni, che restano vaghe. La Cina si presenta come il soggetto che convoca, organizza e definirà il linguaggio della sicurezza regionale, senza schierare truppe e senza firmare alleanze vincolanti. È il complemento diplomatico della rete di infrastrutture: al porto e all’oleodotto si affiancano il forum e la dichiarazione congiunta.

La «Pax cinese» funziona legando gli interessi di tutti. Chi ha troppo da perdere non fa la guerra. Il problema è che due attori restano fuori da questa equazione, e per ragioni opposte.

Il primo è Israele. Il governo israeliano considera la continuazione della guerra in Medio Oriente una condizione della propria sopravvivenza politica: un ritiro immediato, senza lasciare la regione in uno stato di instabilità permanente, verrebbe percepito come una sconfitta da un elettorato radicalizzato, e le elezioni israeliane sono attese nell’autunno del 2026. In questa lettura, la fine della guerra è nelle mani di un attore che non ha interesse a firmare la pace finché il conflitto gli serve. Per la Cina, Israele è il punto cieco del progetto: la logica degli interessi condivisi non lo riguarda, come mostra la fusione dell’apparato difensivo americano con quello israeliano.

Il secondo è l’India. Nuova Delhi partecipa ai BRICS e all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il consesso di sicurezza euroasiatico guidato da Cina e Russia, ma tiene contemporaneamente rapporti stretti con Israele e con gli Emirati Arabi Uniti, e ha ampliato la cooperazione militare con la Russia senza interrompere quella con Washington. Questa posizione è un ostacolo oggettivo al rafforzamento dei BRICS: l’India vuole riformare le istituzioni globali, mentre la Cina vuole costruire un ordine multipolare nel quale detiene l’egemonia tra i Paesi non occidentali. La conseguenza è che la Cina ha interesse a tenere aperta la porta a Nuova Delhi, perché un’India chiusa fuori dai corridoi asiatici si legherebbe ancora più strettamente agli Stati Uniti e a Israele.

La partita che si gioca in Asia occidentale è una competizione tra due modi di costruire l’ordine: uno militare, che presidia le rotte e vende armi, e uno economico, che costruisce porti, satelliti e oleodotti e lega i governi con il debito e gli scambi. Anche il secondo persegue i propri interessi e non è neutrale rispetto alla Cina. Il potere cambia strumento: al posto della base militare, il contratto; al posto della sanzione, la dipendenza.

La Cina non ha fretta. I suoi piani si misurano in decenni, e il vertice Xi–Trump previsto a Washington il 24 settembre 2026 non cambierà questa traiettoria: i due Paesi possono ridurre alcuni dazi e continuare a competere su tutto il resto. La guerra USA-Iran ha accelerato la traiettoria cinese perché ha eroso le scorte americane, ha paralizzato lo Stretto di Hormuz e ha riconsegnato a Pechino il ruolo di mediatore che la Cina aveva cominciato a costruire nel 2023 con l’accordo saudita-iraniano, dentro lo schema della guerra perpetua già ricostruito dai documenti del Pentagono.

Il vuoto americano in Asia occidentale è reale. La domanda è chi lo riempirà, e con quali strumenti. La risposta che il progetto cinese dà è coerente: chi controlla le infrastrutture controlla le rotte; chi controlla le rotte controlla i prezzi; chi controlla i prezzi controlla gli spazi politici. Resta un attore che si sottrae a questa griglia, e la ragione sta nella sua politica interna: la guerra è la condizione della sua sopravvivenza politica. La «Pax cinese» arriverà fin dove Israele glielo consentirà.

Fonti

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Il Contesto, «Pax Cinese per l’Asia occidentale», con Maurizio Hu, 14 settembre 2026 — youtube.com