Le due maggiori potenze del mondo si studiano senza capirsi — e lo fanno per ragioni che affondano in strati di storia che nessuno dei due governi ha interesse a riconoscere. La competizione sino-americana non è soltanto uno scontro di interessi economici o di sfere d’influenza geografica: è anche, e forse prima ancora, uno scontro tra due forme speculari di incomprensione strutturale, costruita con pazienza e metodo nel corso di decenni, e destinata a pesare sui processi decisionali di entrambe le potenze con un’intensità proporzionale alla posta in gioco.
Da un lato c’è la potenza che ha costruito la propria cecità attraverso una legge. Nel maggio 1882, il Congresso degli Stati Uniti approvò il Chinese Exclusion Act, firmato dal presidente Chester A. Arthur: il primo provvedimento federale che sospendeva l’immigrazione su base etnica, con un divieto decennale all’ingresso dei lavoratori cinesi e la negazione del diritto alla cittadinanza per i residenti già presenti nel Paese. Concepito come misura temporanea, il divieto fu rinnovato nel 1892, reso permanente nel 1902, e tenuto in vigore — nelle sue varie incarnazioni — fino al 1943, quando il Congresso lo abrogoò non per convinzione morale ma perché la Cina era diventata un alleato di guerra utile contro il Giappone; gli effetti pratici del sistema delle quote sopravvissero fino al 1965.
La legislazione rispondeva a un doppio impulso: il panico economico sulla costa ovest, dove i lavoratori cinesi venivano accusati di abbassare i salari, e l’ossessione per la “purezza razziale”, sebbene i cinesi rappresentassero appena lo 0,002% della popolazione nazionale al momento dell’approvazione della legge. La sproporzione tra il peso demografico reale e il terrore che riuscivano a generare nell’immaginario politico dice qualcosa di definitivo sulle fondamenta ideologiche di quella stagione legislativa — e su quelle che sarebbero venute dopo.
Gli Stati Uniti hanno costruito la propria cecità verso la Cina mattone per mattone, a partire dal 1882, con la stessa coerenza distratta con cui si produce un disastro quando non lo si riconosce come tale.
Le conseguenze di quella scelta si misurano ancora oggi in termini strutturali: i cittadini di origine cinese rappresentano circa l’1% della popolazione degli Stati Uniti, una percentuale che non consente la formazione di quell’intellighenzia diasporica che ha garantito ad altre potenze la comprensione profonda dei propri interlocutori strategici. Gli Stati Uniti hanno combattuto la Seconda Guerra Mondiale e attraversato la Guerra Fredda potendo contare su funzionari, accademici e analisti di origine europea con una conoscenza vissuta dei Paesi che osservavano o fronteggiavano. Nei confronti della Cina, quella catena si è interrotta nel 1882 e non si è mai ricostituita. I centri di analisi strategica e le agenzie di intelligence che producono politiche sulla Cina si affidano spesso a figure prive di esperienza diretta nel Paese e prive della lingua, e il risultato è visibile nelle previsioni sull’imminente collasso dell’economia cinese che circolano — regolarmente smentite — dai primi anni Duemila: una forma di wishful thinking istituzionalizzato che nessun apparato di potere si concede nei confronti di un avversario che capisce davvero.
Il drago che si è formato sul modello avversarioLa Cina presenta il problema inverso, che non è meno serio e che la retorica antioccidentale di Pechino si guarda bene dal riconoscere. Tra il 1978 e il 2024, circa 8,88 milioni di cittadini cinesi hanno studiato all’estero; di questi, 6,44 milioni hanno scelto di tornare in Cina, una percentuale che il Ministero dell’Educazione presenta come un trionfo del programma di rimpatrio dei talenti. Nel solo 2023, il 57,9% dei nuovi accademici nominati nell’Accademia Cinese delle Scienze e in istituzioni analoghe erano returnees — ricercatori formatisi nelle università occidentali, e in larghissima parte nelle università americane.
Questa classe dirigente conosce il modello americano dall’interno con una precisione che nessun servizio di intelligence potrebbe replicare per via indiretta. I fondatori delle principali piattaforme tecnologiche cinesi hanno studiato a Stanford, a Berkeley, al MIT; i governatori della banca centrale, i negoziatori commerciali, i quadri di partito con responsabilità strategiche vantano periodi di formazione nelle università americane più prestigiose. Sanno come funzionano le istituzioni finanziarie di Washington, come si muove il ciclo elettorale americano, come si costruisce un’argomentazione nella cornice concettuale dell’economia liberale. È una conoscenza che ha reso la Cina capace di competere direttamente con gli Stati Uniti sul piano commerciale e tecnologico con un’efficacia che nessuna delle previsioni degli anni Novanta aveva previsto.
Il problema è che quella stessa formazione costituisce un limite preciso, e il limite si chiama Sud Globale. La competizione geopolitica contemporanea non si gioca prevalentemente nei laboratori di semiconduttori o nelle aule dei think tank atlantici: si gioca in Africa, in Medio Oriente, in America Latina, in Asia centrale — nei Paesi che né Washington né Pechino comprende davvero, ma che entrambe corteggiano con urgenza crescente. Sulla conoscenza degli Stati Uniti, la classe dirigente cinese formatasi nelle università americane è sofisticata; sulla comprensione del mondo arabo, della cultura sub-sahariana, delle dinamiche politiche dell’Asia meridionale, i limiti sono spesso imbarazzanti, e si traducono talvolta in atteggiamenti che il termine diplomatico sarebbe quello di definire condiscendenti, con una componente di pregiudizio razziale che mina strutturalmente le ambizioni di Pechino a porsi come nazione guida del Sud Globale. L’iniziativa Belt and Road distribuisce infrastrutture; non è ancora riuscita a distribuire comprensione.
La forbice che si allargaIl paradosso attuale è che entrambe le potenze stanno scivolando verso una condizione di ignoranza reciproca più profonda di quella che già esiste, e lo stanno facendo in modo asimmetrico ma complementare. Il numero di studenti cinesi nelle università americane è sceso dai 373.000 dell’anno accademico 2019–2020 ai 277.000 del 2023–2024 — un calo del 26% in quattro anni, accelerato dalle politiche della seconda amministrazione Trump, che ha dichiarato l’intenzione di revocare in modo aggressivo i visti per gli studenti provenienti dalla Cina, in particolare quelli iscritti a discipline STEM o con legami con il Partito Comunista. Nel frattempo, il flusso si redistribuisce: il numero di studenti cinesi iscritti alle università della Malaysia è passato da 9.000 nel 2019 a 47.000 nel 2024; in Thailandia è cresciuto da meno di 6.200 nel 2016 a 28.000 nel 2024; in Singapore, circa la metà dei 73.200 studenti internazionali nel 2024 proveniva dalla Cina.
Sul versante opposto, il numero di studenti americani attivamente iscritti alle università della Cina continentale nell’anno accademico 2023–2024 era stimato intorno agli 800 — raddoppiato rispetto ai 350 dell’anno precedente, ma su una base talmente bassa da rendere il raddoppio statisticamente irrilevante ai fini della formazione di una classe analitica. Ottocento studenti americani in Cina, contro 277.000 cinesi ancora negli Stati Uniti: il divario cognitivo che quella cifra sancisce non richiede commento, richiede soltanto di essere letto nella sua implicazione più diretta.
Ottocento studenti americani in Cina contro 277.000 cinesi negli Stati Uniti. Washington formulerà le proprie politiche sulla seconda potenza economica del mondo con un deficit di comprensione che nessun quantitative easing di intelligence può compensare.
Quello che entrambe le potenze si rifiutano di guardare è la natura circolare del problema: gli Stati Uniti non capiscono la Cina perché hanno costruito legislativamente la propria ignoranza per ottant’anni, e ora cercano di compensare il vuoto con una sorveglianza tecnologica che può intercettare le comunicazioni ma non può sostituire la comprensione culturale; la Cina non capisce il mondo che non è americano perché ha costruito la propria élite sul modello che intende superare, e si trova a competere per l’egemonia globale con una classe dirigente che pensa ancora, in larga parte, nelle categorie del suo avversario principale. La trappola di Tucidide, nel dibattito corrente, descrive il rischio di conflitto militare tra una potenza consolidata e una ascendente. Tuttavia il rischio forse più sottovalutato è un altro: che lo scontro avvenga tra due potenze che non si capiscono, e che quindi non siano in grado di gestire — né di prevenire — le conseguenze di ciò che fanno.
Fonti
National Archives, “Chinese Exclusion Act (1882)” — archives.gov
U.S. Department of State, Office of the Historian, “Chinese Immigration and the Chinese Exclusion Acts” — history.state.gov
History.com, “Chinese Exclusion Act: 1882, Definition & Immigrants” — history.com
Global Times / Xinhua, “495,000 overseas students return to China in 2024, up 19.1 percent from 2023”, dicembre 2025 — globaltimes.cn
China Daily, “China still leading source of foreign students”, marzo 2024 — chinadaily.com.cn
Migration Policy Institute, “Amid Declining U.S. Enrollment, Many Chinese Students Cite Negative Experiences”, settembre 2025 — migrationpolicy.org
Time, “U.S. Sees 20% Drop in New International Students”, maggio 2026 — time.com
AmCham China, “One Year into the ‘50000 Students’ Initiative”, novembre 2024 — amchamchina.org