La narrazione della “creatura franco-inglese” non smonta l’imperialismo: lo replica, attribuendo all’Asia l’incapacità strutturale di produrre storia propria.


Circola una narrazione — propalata da certi “analisti” che vivono di follower e di guerra perpetua alla “falsa controinformazione altrui” — secondo cui il regime iraniano sarebbe stato costruito a tavolino da potenze europee, Londra e Parigi in testa. L’argomento principale, nella sua sconcertante povertà logica, suona più o meno così: Khomeini ha vissuto anni in Francia, gli stati mediorientali sono stati creati da accordi di spartizione coloniali, ergo la Repubblica Islamica è un prodotto occidentale. Questo è il livello. E questo è il livello che merita una risposta precisa, non indulgente.

L’interferenza imperiale sull’Iran è reale e documentata su fonti accademiche verificabili, e non richiede alcuna teoria della cospirazione per essere compresa. La Convenzione anglo-russa del 1907 spartì il paese in sfere d’influenza britanniche e russe — non franco-inglesi: già qui la narrazione sbaglia l’attore principale, il che dovrebbe far riflettere sulla qualità dell’informazione che si sta consumando. I britannici controllavano il petrolio attraverso l’Anglo-Persian Oil Company dal 1909. Gli interessi imperiali di Londra in Persia erano determinati principalmente dalla sicurezza dell’India coloniale, e secondariamente dal commercio e dalle concessioni finanziarie. Tutto questo è documentato, tutto questo è vero.

L’interferenza straniera è un fatto storico. Trasformarla in “creazione artificiale” richiede un salto logico che la storiografia non compie — e che il complottismo compie invece senza esitazione, perché è quella la merce che vende.

Il problema non è negare quella storia. Il problema è il salto logico che trasforma l’influenza — che è un fenomeno relazionale, asimmetrico ma non unilaterale — in creazione: come se l’Iran fosse stato fabbricato a tavolino da potenze esterne, come un contenitore vuoto privo di struttura propria, di conflitti interni, di forze politiche autonome. Come se il popolo persiano non avesse mai prodotto storia che non fosse loro commissionata dall’esterno.

I fatti dicono altro. La stessa dinastia Qajar, pur cedendo territori enormi alla Russia espansionista, era capace di sfruttare le tensioni tra Londra e San Pietroburgo per propri vantaggi tattici: non una marionetta, dunque, ma un attore disfunzionale che navigava in acque ostili con una capacità di manovra che la narrazione della “creatura” non può ammettere senza contraddirsi. Nel 1891, la Protesta del Tabacco imposè da sola, attraverso un boicottaggio nazionale organizzato da mercanti e religiosi, la revoca di una concessione che Naser al-Din Shah aveva accordato a una compagnia britannica. Questo non è il comportamento di una popolazione-fantoccio. La Rivoluzione Costituzionale del 1905–1911 fu un processo endogeno: mercanti, intellettuali e ulema iraniani costruirono un parlamento e una costituzione prima che qualunque potenza esterna avesse interesse a concederli. Le potenze straniere intervennero semmai per reprimerla, non per promuoverla — le truppe russe sciolsero il Majles con la forza.

La Francia non ha avuto alcun ruolo imperiale strutturale in Iran. L’Encyclopaedia Iranica e la storiografia accademica standard non attribuiscono a Parigi alcuna funzione di potenza imperiale sull’Iran durante il periodo Qajar o Pahlavi: quella era competizione anglo-russa, poi anglo-americana dopo il 1945. L’inserimento della Francia nella formula serve unicamente a evocare un “Occidente globalmente malvagio” generico, adatto a connettere narrazioni che non reggono alla verifica fattuale separata. Il fatto che Khomeini abbia soggiornato a Neauphle-le-Château non stabilisce una causalità politica, esattamente come il fatto che Gramsci sia morto in un carcere italiano non fa del PCI una creatura del fascismo.

La Repubblica Islamica nacque nel 1979 da una rivoluzione genuinamente popolare, e la circostanza decisiva è questa: nessuna potenza occidentale la voleva. Gli americani perdevano il loro Shah, il pilastro della loro architettura di sicurezza nel Golfo Persico. I britannici perdevano i loro interessi petroliferi residui. Descrivere quell’entità come “creatura franco-inglese” non è solo storicamente falso — è storicamente rovesciato. Invertire la causalità in questo modo, con questa sistematicità, o è ignoranza, o è mestiere.

La logica della “creatura” non smonta l’imperialismo: lo replica. Attribuisce all’Asia l’incapacità strutturale di produrre storia propria. È, paradossalmente, la stessa visione del mondo che animava i colonialisti che si pretende di criticare.

C’è una domanda che vale la pena porre, e che nessun seguace di questi “analisti” sembra porsi: a chi serve questa narrazione? La risposta è abbastanza lineare. Se il regime iraniano è una costruzione di Londra e Parigi — cioè dell’“Europa profonda”, dei globalisti, del Deep State — allora l’attacco americano contro l’Iran smette di essere un atto di aggressione imperialista e diventa una guerra per liberare il Medio Oriente dal controllo europeo. Il cerchio si chiude, Donald Trump è di nuovo dalla parte giusta della storia, e il complottismo ha adempiuto alla sua funzione primaria: non spiegare la realtà, ma renderla compatibile con la figura del messia politico di turno.

La tecnica è nota e rodatissima: si parte da un nucleo di verità verificabile — l’imperialismo britannico in Iran è reale — lo si distorce, vi si aggiungono attori non pertinenti, si sostituisce l’analisi con la suggestione, e si vende il tutto come “controinformazione” mentre si pratica un attacco sistematico alla reputazione di chiunque dissenta, per rimanere a galla in un ecosistema di spettatori impreparati. È una tecnica di mercato, non di conoscenza. E il prodotto che vende è la certezza, che è sempre la merce più comoda, e sempre la più falsa.

Studiate. O almeno, smettete di spacciare suggestioni come analisi.