Nell’aprile 2026, l’amministrazione Trump ha avviato trattative con Teheran per restituire all’Iran decine di miliardi di dollari in asset congelati, in cambio di una moratoria sull’arricchimento dell’uranio e del trasferimento delle scorte già accumulate nei siti sotterranei. Le cifre in discussione oscillano tra i venti e i ventisette miliardi; i mediatori sono pakistani, egiziani e turchi; gli inviati americani sono Steve Witkoff e Jared Kushner. La struttura del negoziato — sanzioni alleggerite, asset sbloccati, limiti verificabili al programma nucleare — è identica a quella del Joint Comprehensive Plan of Action firmato da Barack Obama nel luglio 2015, che Donald Trump ha definito, per anni e senza variazioni significative, il peggior accordo della storia.

Vale la pena fermarsi su questo, non per ragioni di schadenfreude politica, ma perché il confronto rivela qualcosa di strutturale: l'incoerenza di un singolo presidente è infatti il dettaglio minore; il dettaglio maggiore è il funzionamento della macchina che trasforma le procedure diplomatiche ordinarie in scandali, e scivola in silenzio quando la stessa procedura cambia di mano.

Nel 2015, gli Stati Uniti e gli altri membri del P5+1 raggiunsero con l’Iran un accordo per limitare il programma nucleare iraniano. In cambio del rispetto di soglie verificate dall’AIEA sull’arricchimento dell’uranio, alcune sanzioni economiche sarebbero state sospese e una parte degli asset iraniani congelati presso banche estere sarebbe stata restituita ai legittimi proprietari. L’AIEA ha confermato, fino al ritiro americano del 2018, che l’Iran aveva rispettato i propri impegni.

Il trasferimento di circa 1,7 miliardi di dollari avvenuto nel 2016 — in contanti, perché i canali bancari ordinari erano ancora inaccessibili all'Iran — era la liquidazione di una controversia legale aperta dagli anni Settanta, relativa a una fornitura di armamenti militari pagata da Teheran prima della rivoluzione e rimasta inevasa. La sua natura di rimborso di debito pregresso è documentata negli atti delle procedure arbitrali internazionali che le due parti stavano conducendo al Tribunale dei reclami Iran–USA dell'Aia. Entrambi i trasferimenti — il disgelo degli asset del JCPOA e la liquidazione arbitrale — restano al di fuori della definizione tecnica, giuridica e contabile di finanziamento.

Restituire ciò che è già di qualcuno non è finanziarlo. La distinzione è elementare. Il problema è che non era mai destinata a essere compresa: era destinata a essere ignorata.

Questo non ha impedito che la narrazione del “finanziamento al Deep State iraniano” circolasse per anni, in Italia e altrove, come prova della connivenza di Obama con il nemico. La cifra di 150 miliardi di dollari — gonfiata rispetto ai 100 miliardi stimati di asset complessivamente sbloccati, a loro volta non tutti immediatamente accessibili — è diventata un elemento fisso del repertorio di una certa pubblicistica, ripetuta con la sicurezza di chi sa di non dover mai confrontarsi con i documenti originali.

I negoziati in corso presentano la stessa architettura: l’Iran rinuncia a una parte della propria capacità di arricchimento e accetta ispezioni più stringenti; gli Stati Uniti sbloccano asset congelati e alleggeriscono le sanzioni. Secondo quanto riportato da Axios e confermato da CNN, la proposta americana includeva in una prima fase il rilascio di sei miliardi destinati a forniture umanitarie, portati poi a venti miliardi nella trattativa allargata, mentre Teheran avrebbe chiesto ventisette. Il memorandum d’intesa di quattordici punti — una pagina — in discussione tra Witkoff, Kushner e la controparte iraniana prevede una moratoria sull’arricchimento da dodici a quindici anni, con estensioni automatiche in caso di violazione, e il trasferimento fisico delle scorte di uranio arricchito al 60% fuori dal territorio iraniano.

Il cap sull’arricchimento che emerge dalle trattative è lo stesso stabilito dal JCPOA: 3,67%. Il meccanismo di ispezione è affidato agli ispettori dell’AIEA, come nel 2015. L’allentamento delle sanzioni avverrà in modo graduale, sotto supervisione americana, esattamente come previsto dall’accordo Obama. Se il deal dovesse essere firmato, Trump avrà negoziato e ottenuto, con una guerra nel mezzo e decine di miliardi in più, ciò che Obama aveva ottenuto per via diplomatica nel 2015 e che Trump stesso aveva smantellato nel 2018 definendolo un disastro.

La questione non è se Trump abbia torto a negoziare con l’Iran: probabilmente ha ragione, o almeno aveva ragione a farlo prima che la situazione precipitasse nel conflitto aperto. La questione è il sistema di narrazione che ha reso uno scandalo ciò che è una procedura diplomatica ordinaria, e che ora scivolerà in silenzio o troverà un modo per presentare lo stesso identico meccanismo come una vittoria strategica incomparabile con la capitolazione obamiana.

Questo sistema non è fatto di singoli disinformatori: è fatto di un’architettura di incentivi per cui l’outrage selettivo è più remunerativo della precisione, e la fedeltà alla tribuna è più preziosa della fedeltà ai fatti. Chi ha distribuito per anni la storia del finanziamento al nemico non ha mai avuto bisogno di spiegare cosa fosse un asset congelato, cosa distinguesse uno sblocco da un trasferimento, o cosa prevedessero le clausole del Tribunale dell’Aia. La semplicità dello scandalo è il prodotto: non l’effetto collaterale, il prodotto.

Che cosa dirà quella stessa architettura quando — se il deal reggesse — Trump sbloccherà asset iraniani per decine di miliardi, in cambio di esattamente ciò che Obama aveva ottenuto? La risposta probabile si deduce dalla domanda stessa: non c’è risposta, perché non c’è mai stata una domanda. C’è stata soltanto una cornice, e le cornici non si smontano — si cambiano, quando serve.

Fonti

Axios, “Scoop: U.S. considers $20 billion cash-for-uranium deal with Iran”, 17 aprile 2026 — axios.com
CNN Politics, “Trump administration considers unfreezing $20 billion in Iranian assets”, 17 aprile 2026 — cnn.com
Al Jazeera, “What was the Iran nuclear deal Trump dumped in search of ‘better’ terms?”, 21 aprile 2026 — aljazeera.com
Wikipedia, “2025–2026 Iran–United States negotiations” — en.wikipedia.org
Iran–United States Claims Tribunal, documentazione arbitrale sulle forniture militari 1979–2016 — iusct.net
AIEA, rapporti di verifica sul rispetto del JCPOA da parte dell’Iran, 2016–2018 — iaea.org