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Tre leader si parlano, si incontrano, si riconoscono, e l'Europa paga il conto senza sedere al tavolo. La telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin è durata un'ora e mezza, il 10 ottobre, il giorno dopo l'annuncio dell'accordo sul diesel russo, ed è stata descritta da entrambe le parti come cordiale: hanno parlato a lungo, senza interrompersi, e il Cremlino ha riferito che la posizione russa sugli obiettivi dello scudo missilistico americano è rimasta invariata. Il vertice tra i due presidenti si era tenuto a Washington dal 23 al 25 settembre, con una coreografia inedita: per la prima volta un presidente americano ha accolto il leader cinese all'aeroporto, tappeto rosso compreso, e la Cina ha ricambiato con la formula della "coesistenza costruttiva". A novembre, al vertice APEC di Shenzhen — il consesso delle economie dell'Asia-Pacifico —, il 18 e 19, potrebbe aggiungersi Putin in un incontro a tre, sulla cui utilità il Cremlino ha aperto. Tre leader, tre tavoli, una sola logica — e nessuna sedia per chi la subisce.

L'immagine che circola tra gli analisti americani è quella di un impero in crisi che non intende ritirarsi. Federico Petroni, esperto di Stati Uniti di Limes, la formula in modo diretto: gli americani stanno provando a consolidare l'impero, non ad abbandonarlo, non a ridurlo, a cambiarne la logica, facendo di meno mantenendo però gli stessi territori e costringendo i satelliti a contribuire ai costi del mantenimento e alla ricostruzione dell'America. La ritirata si presenta come riorganizzazione, e il metodo — questa è la parte che riguarda l'Europa e l'Italia — prevede che a pagare siano gli alleati.

Il vertice di Washington ha prodotto più forma che sostanza, e la forma è il messaggio. Gli Stati Uniti hanno trattato la Cina come una grande potenza con interessi legittimi di sicurezza nel Pacifico, che vanno rispettati: è il riconoscimento della parità che gli americani avevano escluso per decenni e che Pechino inseguiva. Il riferimento intellettuale che l'amministrazione recupera è la visione di Theodore Roosevelt: non potendo sconfiggere la Cina, non potendo provocarne il cambio di regime, non potendo più nemmeno essere certi di vincere una guerra, gli Stati Uniti scelgono di convivere con essa. Lo stesso ragionamento si estende alla Russia, che Reagan chiamava impero del male e che oggi il Cremlino vuole riportare al tavolo dei grandi.

Sul tavolo ci sono le merci e le pedine, non le grandi sintesi. I dazi sono stati rinviati di due mesi, al 10 gennaio; è stata firmata un'intesa su otto punti che comprende una riduzione reciproca dei dazi su merci per un controvalore di trenta miliardi di dollari — soia americana, elettronica cinese, beni senza valore strategico — un dialogo sull'intelligenza artificiale e un memorandum di comunicazione in caso di crisi militari. Taiwan è stato rimosso dal centro della discussione, dopo che Trump per mesi ha parlato delle armi vendute all'isola come di una pedina negoziale. La questione di fondo — che la Cina vorrebbe un arretramento delle basi americane dal Pacifico — non è stata affrontata, e non sarà affrontata: gli Stati Uniti vogliono mantenere lo schieramento, e si limitano a mettere in pausa le esercitazioni, le nuove basi e le alleanze militari che fino a poco fa moltiplicavano.

Il terzo convitato è la Russia, che arriva al tavolo con la priorità di non perdere la guerra in Ucraina e di non finire isolata, e con la pretesa, che gli Stati Uniti le hanno negato per anni, di sedere da pari tra le grandi potenze: un riconoscimento che Mosca rivendica per il proprio peso — undici fusi orari di territorio, le risorse energetiche e minerarie, l'apparato di intelligence, la capacità militare — e che Washington ha cominciato a concedere. Gli incontri futuri produrranno un nuovo ordine, ma non saranno loro a imporlo: in geopolitica l'ordine è un equilibrio che nasce dallo scontro tra potenze, non una formula concordata a tavolino. Per questo la fase è lontana, ed è questa la lettura di Lucio Caracciolo, direttore di Limes: l'intesa che definisce «grande componenda» è qualcosa di più modesto, un modo di affrontare la guerra — accordi parziali, provvisori, rivedibili, che attenuano la tensione senza risolverla. Il vocabolo viene da un saggio di Andrea Camilleri, e ne conserva l'ambiguità: la transazione si fa e non si dice.

La migliore descrizione di ciò che Washington sta facendo è un'operazione immobiliare. Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno colpito il Venezuela e catturato Nicolás Maduro, con l'accusa di essere il principale trafficante di droga del continente, portandolo fuori dal Paese. Le riserve petrolifere venezuelane, le più grandi del mondo, sono rientrate nell'orbita americana, e l'uso della forza nell'emisfero ha smesso di essere un tabù. È il precedente su cui si regge tutto il resto, e il protettorato americano cominciato dal petrolio lo aveva già mostrato mesi prima.

Da lì la sequenza è ordinata. Verso il Canada non serve l'esercito: basta la leva economica, i dazi su acciaio, alluminio e auto, la revisione dell'accordo commerciale nordamericano, la retorica del «cinquantunesimo Stato». A Ottawa gli Stati Uniti vogliono ridurre l'autonomia strategica, piegando all'integrazione energetica e allo scudo antimissile alle condizioni di Washington. Il caso groenlandese mostra il metodo in tre tempi: rivendicazione massimalista, crisi dentro un'alleanza, accordo presentato come vittoria. Donald Trump aveva parlato di acquistare l'isola e non aveva escluso la forza; il 19 settembre ha annunciato un'intesa che, a suo dire, cede agli Stati Uniti il controllo permanente della sicurezza e vieta agli avversari di costruire basi o fare investimenti sensibili senza approvazione americana. Copenaghen e Nuuk festeggiano una sovranità intatta, ma un attore esterno che ha diritto di veto su difesa e investimenti è un contro-agente installato in casa.

Marco Carnelos, su InsideOver, chiama questa dottrina il «Corollario Trump» alla dottrina Monroe, «l'America agli americani» che tradotta in termini geopolitici significa l'America ai nordamericani. Il dossier venezuelano, quello canadese, quello groenlandese, il dossier cubano e quello brasiliano non sono capitoli separati: sono tasselli di un'unica gerarchia, in cui la sovranità degli Stati dell'emisfero è un attributo che si negozia e non un diritto garantito. La conclusione di Carnelos è la stessa di Petroni, e completa la tesi: nel passaggio verso un ordine multipolare, Washington non cede il proprio cortile, lo consolida prioritariamente. Entro i confini del proprio emisfero l'impero stringe la presa; fuori, dove non può più imporre la propria volontà con la stessa efficacia, cerca l'intesa parziale che Limes chiama componenda.

C'è un passaggio che riguarda direttamente i lettori italiani, ed è il modo in cui il costo di questa riorganizzazione ricade sui satelliti. Petroni lo dice senza girarci intorno: l'equilibrio tra il buon rapporto con i grandi rivali e il rapporto con gli alleati «non si trova», ed è una condizione di debolezza dell'America. La potenza che non riesce più a contenere le proprie tensioni le scarica. L'Europa ha una guerra sul proprio territorio, in Ucraina, anche perché il teatro primario degli Stati Uniti si è spostato altrove: è il luogo dove si depositano i conflitti che Washington non vuole più combattere in prima persona. Chi paga lo scudo paga anche il conto.

Il caso del gasolio mostra la meccanica meglio di qualunque dichiarazione. Il 9 ottobre gli Stati Uniti revocano temporaneamente le sanzioni sul carburante russo e avviano l'importazione di oltre trecentomila tonnellate di diesel, con l'impegno di altre cinquecentomila a novembre e un milione subito dopo: il prezzo del gasolio ha superato i sei dollari al gallone e le elezioni di metà mandato del 3 novembre sono vicine. Il giorno dopo, l'alta rappresentante dell'Unione per gli affari esteri, Kaja Kallas, dichiara che la sospensione delle sanzioni garantisce a Mosca le entrate per finanziare la guerra, e aggiunge che l'Europa non allenterà la pressione. Il 12 ottobre i ministri degli Esteri dell'Unione approvano il ventiduesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il più ampio dall'inizio del conflitto. Washington compra il gasolio del rivale per abbassare un prezzo interno; Bruxelles lo vieta ai propri cittadini e continua a pagarlo caro. La misura del rapporto tra centro e periferia sta tutta qui. La crisi del gasolio europeo, la strozzatura della raffinazione e il trasferimento del costo sui contribuenti sono già stati ricostruiti in un articolo precedente.

Sul piano interno europeo, il quadro è coerente con lo scarico dei costi. La Germania attraversa una crisi politica che va oltre il ciclo elettorale: l'ascesa di Alternative für Deutschland, la fine dell'equilibrio su cui l'austerità tedesca aveva retto l'intera costruzione europea, la messa in discussione del vincolo di bilancio che per anni ha funzionato come legge non scritta. In Spagna si vota il 29 novembre, con il Partito Socialista di Pedro Sánchez che brucia i tempi per sfuggire agli scandali. Il quadro europeo non è più quello di un blocco che decide, ma di una serie di governi che reagiscono. L'Italia, secondo Caracciolo, si muove in equilibrio tra le forze, sta con l'Ucraina ma non come i polacchi o i francesi, sta con l'America ma l'America non la guarda, e finisce per essere considerata un fattore passivo, disponibile. Caracciolo chiama in causa un'abitudine nazionale: i problemi che riguardano il Paese vengono rimossi, nella convinzione che prima o poi si risolvano da soli, e nel frattempo si continua a tirare avanti.

Il costo che i satelliti pagano ha una forma concreta, e l'Italia la mostra meglio di ogni altro. La spesa militare è passata dall'1,52% del prodotto interno lordo del 2022 al 2,09% del 2026, da 33 a 47 miliardi di euro, e l'impegno preso dai Paesi della Nato al vertice dell'Aia del 2025 fissa la meta al 5% entro il 2035, di cui 3,5 in spesa militare e 1,5 in sicurezza e infrastrutture: più del doppio di oggi, tre volte il punto di partenza. Mentre questo accade, il Servizio sanitario nazionale arriva alla legge di Bilancio con una richiesta di cinque miliardi in più avanzata dal ministro della Salute, che le Regioni portano a 6,8: il personale sottopagato, i ticket in aumento dal settembre 2026, gli interventi del Pnrr a rischio per mancanza di fondi. Non sono capitoli separati dalla guerra. Sono la stessa somma vista dal lato di chi la paga. Il denaro che finanzia la macchina bellica è sottratto alla sanità, al diritto all'abitazione, a una vita dignitosa, e rientra nella vita dei cittadini sotto forma di servizi più poveri e di tasse più alte. La spirale si chiude su sé stessa: le risorse dei cittadini costruiscono la guerra, e la guerra diventa la ragione per cui i cittadini hanno meno. In Ucraina il meccanismo ha raggiunto il suo estremo: il progetto di bilancio 2027 destina alla difesa il 131% delle entrate, e mancano all'appello 25,4 miliardi di dollari che devono arrivare dai finanziatori occidentali per coprire la sola spesa militare.

Alla voce guerra si aggiunge quella del bilancio europeo, e le due si sommano sullo stesso contribuente. Sul bilancio ordinario dell'Unione l'Italia versa più di quanto riceve: nel 2024 ha contribuito con 15,7 miliardi e ne ha riavuti circa 13, per un saldo negativo di 1,6 miliardi — terzo contributore netto dopo Germania e Francia, e per costruzione, perché i fondi di coesione vanno ai Paesi più poveri e l'Italia, con la sua crescita ferma, resta la terza economia. Il saldo diventa positivo solo contando il fondo post-Covid, che nel 2024 porta gli accrediti a 22,4 miliardi: ma quel denaro è per due terzi debito. Il Pnrr vale 194,4 miliardi, di cui 122,6 sono prestiti che l'Italia dovrà rimborsare, e il fondo si chiude nel 2026. Dal 2027 resta il bilancio ordinario, dove l'Italia torna contributore netto, più le rate del debito contratto. Il buono a debito è un costo spostato in avanti, e l'etichetta di beneficiaria netta che circola in questi anni descrive la fase del prestito, non la posizione del Paese.

La domanda che resta aperta è perché tutto questo non produca reazione. La risposta sta nel modo in cui il prelievo avviene: per gradi, per voci separate, su un arco di anni così lungo che nessuna singola rata è abbastanza grande da far scattare l'allarme. Un aumento di spesa militare, un ticket in più, una voce di bilancio spostata, un saldo europeo che cambia registro: presi uno per uno sono dettagli amministrativi, e insieme formano il trasferimento di ricchezza più vasto che il Paese abbia conosciuto in pace. È la condizione della rana nell'acqua che si scalda: la soglia di tolleranza sale con la temperatura, e quando diventa intollerabile è troppo tardi per saltare. All'erosione materiale si accompagna quella cognitiva. Nella sovrabbondanza di informazione — accessibilità totale, consumo frenetico, notizie che si azzerano ogni mattina — l'uomo non diventa più informato: diventa più impermeabile. All'erudizione, alla cultura come costruzione di senso, e alla capacità di collegare una decisione di bilancio al proprio destino. La popolazione che paga la guerra esce da questo processo impoverita e saturata insieme, incapace di ricondurre le voci sparse a un disegno unico. Il parassitismo non ha bisogno di nascondersi: gli basta la scala temporale.

Se gli Stati Uniti ristrutturano l'impero, perché la Cina dovrebbe concedere un'intesa parziale? La risposta sta in ciò che la cena di Washington ha reso visibile: la fine del sogno americano del decoupling. Per anni una parte dell'establishment statunitense ha invocato lo slacciamento tra le due economie, nostalgica della guerra fredda, quando il contenimento dell'Unione Sovietica era possibile perché l'URSS non faceva parte del sistema economico occidentale. Il presente dice altro. La Cina è dentro quel sistema, e non è estraibile. Gli Stati Uniti non possono fare intelligenza artificiale senza le terre rare cinesi e senza i cervelli cinesi; la Cina non può fare il proprio salto tecnologico senza le tecnologie d'alta gamma americane. In quel contesto si colloca la cena di Washington: i vertici delle aziende dei semiconduttori — Lisa Su di AMD, Jensen Huang di Nvidia, e secondo le cronache anche Elon Musk — ospiti di Trump alla Casa Bianca insieme a Xi. L'incontro ha la sintassi di un'intesa tra due potenze che si riconoscono necessarie l'una all'altra.

C'è poi il bilancio, ed è impietoso per chi ha aperto la guerra commerciale nel 2018 per invertire la rotta industriale cinese. L'obiettivo è fallito su tutti i fronti. Il surplus commerciale cinese ha toccato il record di 1.190 miliardi di dollari; la Cina resta la principale potenza industriale del mondo e il maggiore esportatore di beni intermedi; gli esportatori hanno aggirato le barriere commerciali invece di ridurre i volumi. Il modello a guida statale è diventato più efficace. Pechino non ha fretta, perché il tempo lavora per essa: le guerre altrui le consentono di crescere senza spendere, e ogni anno in cui gli Stati Uniti si concentrano sul proprio emisfero è un anno in cui la Cina consolida il proprio.

Resta una tentazione simmetrica, che Petroni considera la vera posta in gioco: la Russia. L'effetto strategico più rilevante della guerra russo-ucraina è che la Cina, salvando la Russia dal disastro, ha costruito ai bordi dell'Europa una dipendenza che somiglia a una forma di controllo. Mosca cerca il riconoscimento al tavolo dei grandi per sfuggire a questa traiettoria, e la strada che ha imboccato — negoziare con Washington, tenere aperta la porta dell'APEC — serve anche a non restare sola davanti a Pechino. La stessa Pax cinese che avanza in Asia occidentale si regge su questo equilibrio.

L'analisi che colloca questi fatti nel ciclo lungo passa dal denaro. Il 12 settembre, al vertice di New Delhi dei BRICS — il gruppo che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica con i Paesi che vi hanno aderito — il primo ministro indiano Narendra Modi ha annunciato la firma unanime della dichiarazione finale, che impegna i membri a costruire un'infrastruttura economica, finanziaria e commerciale svincolata dalla dipendenza dal dollaro: la moneta americana è ormai oggetto di una militarizzazione a tutto campo da parte degli Stati Uniti, tra sanzioni, congelamenti e controllo dei canali di pagamento. Il progetto è concreto: connettere i sistemi di messaggistica finanziaria dei Paesi membri, costruire catene del valore di prossimità, promuovere le valute nazionali nei pagamenti transfrontalieri, lanciare un modello di intelligenza artificiale accessibile ai membri. La vecchia proposta di una moneta unica dei BRICS è stata invece accantonata, e la rinuncia è significativa: la sfida non passa più dalla sostituzione del dollaro con un'altra moneta, ma dal renderlo progressivamente meno necessario. È la stessa mediazione cinese che nella guerra con l'Iran aveva mostrato come Pechino usi l'economia al posto delle armi.

È qui che la lettura di breve periodo incontra quella di lungo. Il potere monetario è stato per decenni lo strumento principale dell'egemonia americana, e le sanzioni ne sono la forma più visibile: chi controlla il canale di pagamento decide chi può commerciare. La risposta dei BRICS è una sottrazione di terreno, condotta da chi non ha interesse a uno scontro frontale che avrebbe come primo effetto la distruzione delle proprie riserve in dollari. La Cina, la Russia e l'Iran perseguono l'obiettivo; l'India lo insegue in modo diverso, perché vuole riformare le istituzioni globali mentre la Cina vuole costruirne di nuove in cui detenere l'egemonia. Anche per questo Pechino tiene aperta la porta di Nuova Delhi: un'India esclusa dai corridoi asiatici si legherebbe ancora più strettamente a Washington e a Tel Aviv.

La ristrutturazione dell'impero ha una geometria precisa, e chi non è al tavolo la subisce. La Russia ne è dentro per necessità, la Cina per forza, gli Stati Uniti per scelta. L'Europa non c'è, e il posto che le è stato assegnato è quello del satellite che paga, del teatro su cui si scaricano le tensioni, del mercato che assorbe le conseguenze di decisioni prese altrove. Le guerre che l'Italia «rimuove» — usando la parola di Caracciolo — non smettono per questo di esistere; semplicemente, arrivano dopo, e arrivano sotto forma di bollette, di riarmo, di un'inflazione che erode i salari.

La fine dell'ordine della guerra fredda ha aperto una zona che non conosciamo, e che continuiamo ad alimentare. Gli imperi muoiono di sovraestensione, cioè di aver cercato di controllare più di quanto le loro risorse consentano, e la scelta di Adriano di ritirarsi dal massimo espansionismo di Traiano è il precedente che gli americani richiamano: consolidare invece di espandere. Il consolidamento disegna una geometria nuova delle forze, e non una pace. Il riconoscimento paritario di Cina e Russia, l'intesa parziale, la spinta a rendere il dollaro meno necessario sono tutti momenti dello stesso movimento: l'America non lascia il comando del sistema, negozia le condizioni con cui esercitarlo in un mondo che non controlla più. L'Europa continua a pensare di essere dentro quella stanza. Non c'è nessuna sedia con il suo nome, e il tavolo lo stanno apparecchiando gli altri.

Fonti

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Il Sole 24 Ore, «Putin: possibile trilaterale con Xi Jinping e Trump ad Apec», 2 ottobre 2026 — www.ilsole24ore.com
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Federico Petroni, «Gli Usa e la svolta del vertice Trump-Xi Jinping. La ristrutturazione dell'impero americano», Limes, 29 settembre 2026 — www.youtube.com
Il Vaso di Pandora, «I BRICS hanno creato le basi per una svolta epocale», con Alessandro Volpi, 24 settembre 2026 — www.youtube.com
Il Contesto, «Cosa ci dice l'incontro tra Xi e Trump negli Stati Uniti», con Dazibao, 1 ottobre 2026 — www.youtube.com
Limes, volume «La guerra unica» (vol. 9/2026), Gruppo Editoriale Gedi, ottobre 2026, ISBN 9788836153428 — www.unilibro.it