Xi Jinping è entrato alla Casa Bianca il 24 settembre per la prima visita di Stato di un presidente cinese negli Stati Uniti in oltre un decennio. L'accoglienza è stata costruita per l'immagine: tappeto rosso alla base di Andrews, un bombardiere B-1 in sorvolo, bandiere cinesi sul tetto dell'ala ovest, cena di Stato con i vertici di Apple, Amazon, Alphabet, OpenAI, Tesla e Nvidia. Sotto la coreografia il vertice ha prodotto una proroga: la tregua commerciale che aveva congelato la guerra dei dazi resta in vigore fino al 10 gennaio. Sul resto i risultati sono rimasti simbolici. I due Paesi hanno aperto un canale di comunicazione sull'intelligenza artificiale, senza vincoli operativi. Xi ha chiesto a Trump di opporsi all'indipendenza di Taiwan, secondo il resoconto dell'agenzia Xinhua; il pacchetto di armi approvato dal Congresso per circa 14 miliardi di dollari è rimasto congelato. Danny Russel, ex diplomatico dell'amministrazione Obama, ha definito la visita una prova di «diplotainment»: cerimonia al posto della politica.

La guerra Iran occupava un altro tavolo, con un peso pari a quello commerciale. David Perdue, ambasciatore americano in Cina, ha spiegato a cose fatte che cosa Washington ha chiesto a Pechino: nessun aiuto a Teheran, né diretto né indiretto, né intelligence né componenti né materiale militare. La richiesta era stata ripetuta a Xi. Il presidente americano cercava, attraverso il vertice, un canale verso la fine di una guerra che gli Stati Uniti non riescono a chiudere da soli. La Cina ha risposto senza assumere impegni pubblici.

La guerra è cominciata il 28 febbraio, con un'operazione congiunta americana e israeliana presentata come «Operation Epic Fury». Sette mesi dopo, il 23 settembre, Trump ha usato la tribuna dell'Assemblea generale dell'Onu per minacciare di «annichilire» l'Iran. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha risposto che il suo Paese non si arrenderà. Il giorno successivo i negoziati sono ripresi in forma indiretta a New York, con il Qatar come mediatore. Il 25 settembre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha offerto di riaprire lo Stretto di Hormuz entro sette giorni e di far ripartire i colloqui nucleari, a condizione che gli Stati Uniti tornino ai termini dell'«Islamabad Memorandum of Understanding»: l'intesa di cessate il fuoco firmata a giugno e crollata all'inizio di luglio. Washington ha respinto l'offerta. Un funzionario della Casa Bianca ha rivendicato sanzioni schiaccianti e un blocco navale che definisce tra i più riusciti della storia, aggiungendo che il presidente non ha intenzione di revocarlo. Secondo il Wall Street Journal, Trump ha detto ai suoi collaboratori che una ripresa dei bombardamenti è «probabile» dopo le elezioni di midterm del 3 novembre.

Il costo materiale dell'operazione è già scritto nei dati. I transiti nello Stretto di Hormuz, la via di circa un quinto del petrolio mondiale, sono scesi a nove unità, contro una media di circa centoventi prima della guerra. Circa un terzo del greggio del Golfo manca dai mercati. Il Brent ha superato i cento dollari al barile e il diesel americano ha toccato i 6,06 dollari al gallone, il prezzo più alto di sempre. L'oleodotto Est-Ovest saudita, la rotta che aggirava Hormuz, è stato chiuso dopo un attacco di droni. L'Arabia Saudita affronta attacchi quasi quotidiani degli Houthi, vede il proprio prodotto interno lordo contrarsi e cerca circa otto miliardi di dollari di prestiti; il principe ereditario Mohammed bin Salman ha chiesto a Washington e a Londra un aiuto militare che per ora non è arrivato. Il quadro economico è quello di una regione che si sfalda mentre la guerra continua.

Il colonnello Douglas Macgregor, già consigliere del segretario alla Difesa nella prima amministrazione Trump e oggi commentatore, legge la sequenza con una tesi netta. Trump, dice, è in una posizione terribile: ha iniziato una guerra contro l'Iran senza capire che cosa stava facendo, una guerra che gli Stati Uniti hanno perso sul piano militare e dalla quale cercano ora un ritiro presentabile. Quello che Washington vorrebbe è un aiuto cinese per tirarsi fuori dal conflitto. Nessuna amministrazione americana scriverebbe nero su bianco di aver perso una guerra. Nelle guerre degli ultimi trent'anni, dal Vietnam all'Iraq all'Afghanistan, la versione ufficiale è arrivata molto dopo i fatti, quando è arrivata.

In cambio di qualsiasi assistenza finanziaria gli Stati Uniti dovrebbero togliere le tariffe, abolire le sanzioni e tornare alla relazione commerciale precedente alle amministrazioni Trump e Biden: è il prezzo che la Cina mette sull'aiuto. La Cina, dice ancora, è una civiltà che per vocazione fa affari: ha una sola base militare fuori dal proprio territorio, a Gibuti, condivisa con gli Stati Uniti, e ha consigliato all'Iran la moderazione. La tregua commerciale prorogata al 10 gennaio fa dei dazi una merce di scambio.

Il vero nodo è il potere che decide la guerra. Per il colonnello la regia è di Tel Aviv: la guerra è stata lanciata insieme a Israele il 28 febbraio e l'ipotesi che sia Israele a dettare i tempi la attestano la sequenza delle decisioni, il calendario politico israeliano, la coincidenza di interessi non soltanto contingente e la storia del Medio Oriente. Le elezioni israeliane sono attese nell'autunno del 2026 e per il governo di Benjamin Netanyahu la continuazione del conflitto è anche una convenienza politica: una tregua firmata adesso verrebbe letta dal suo elettorato come una sconfitta. La ragione della guerra, però, è più lunga del calendario israeliano.

La guerra, sostiene il colonnello, non risponde a un interesse nazionale americano ma sostiene una rete indipendente dalle tornate elettorali: i grandi finanziatori delle campagne presidenziali, i fondi che alimentano i think tank della politica estera, i proprietari dei principali canali d'informazione, le organizzazioni di pressione che a Washington parlano a nome di Israele. Lui la identifica con i «miliardari sionisti» che, sostiene, controllano il sistema finanziario e i media occidentali e finanziano il progetto della Grande Israele. Il meccanismo che descrive è documentato: la rete esiste, ha una linea di politica estera coerente e la persegue da decenni. Il suo testo fondativo è un documento del 1996, «A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm», preparato da Richard Perle per Benjamin Netanyahu con Douglas Feith, David Wurmser e altri: proponeva di rompere con gli accordi di Oslo e di riordinare il Medio Oriente con cambi di regime in Iraq, Siria e Libano. Molti degli estensori entrarono nell'amministrazione di George W. Bush, e quel programma trovò la sua applicazione nella guerra all'Iraq del 2003. L'Iran di oggi è l'ultimo capitolo della stessa lista.

La sequenza è lunga e leggibile. L'Afghanistan è stato invaso nel 2001, e la guerra vi è rimasta per vent'anni. Nel 2003 l'Iraq è stato invaso con l'argomento delle armi di distruzione di massa, mai trovate. Nel 2011 la Libia è stata distrutta con la copertura della «protezione dei civili», e il Paese non si è più ricomposto. La Siria è stata attraversata da una guerra per procura per un decennio. L'Iran è sotto attacco dal febbraio 2026 con l'argomento del programma nucleare, che la stessa intelligence americana ha definito incerto. La giustificazione pubblica cambia di volta in volta; la lista dei bersagli resta la stessa. Nessun documento ufficiale ammetterà mai questa sequenza, e non serve un documento: basta guardare la ricorrenza dei bersagli. Su questo ci troviamo perfettamente d'accordo con il colonnello.

C'è un secondo filo, che Macgregor tocca quando dice che il controllo delle risorse mediorientali serviva anche a dettare condizioni all'Asia. Se l'Iran fosse rimasto un attore sovrano, avrebbe potuto consolidare gli accordi con la Cina e allargare il fronte dei BRICS, il gruppo che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica con l'obiettivo di ridurre il peso delle regole finanziarie occidentali. La guerra all'Iran è anche una guerra contro questa traiettoria. Colpire Teheran significa interrompere un corridoio energetico e commerciale che avrebbe legato il Golfo all'Asia, e la ricostruzione delle rotte, dei porti e delle condotte cinesi in Asia occidentale, già descritta in la Pax cinese e il vuoto americano in Asia occidentale, va nella direzione opposta. Il vertice di Washington mostra la stessa tensione: gli Stati Uniti chiedono alla Cina di scegliere tra il proprio partner economico e l'ordine americano.

La trappola politica è qui. Per chiudere la guerra Trump dovrebbe ammettere pubblicamente un errore e imporre una tregua alla rete che ha finanziato le sue campagne e che considera la continuazione del conflitto una condizione di sopravvivenza. L'ostacolo alla pace non sta a Teheran. Sta a Washington e a Tel Aviv.

L'altra guerra americana racconta lo stesso meccanismo. Il 14 settembre Trump ha chiesto pubblicamente a Volodymyr Zelensky di smettere di colpire le raffinerie russe, perché quegli attacchi stavano facendo salire il prezzo del diesel. «Zelensky deve fare una cosa: smettere di far fuori il diesel russo», ha detto durante una visita in Irlanda. L'Ucraina ha continuato. Il 20 settembre, nell'ultimo giorno delle elezioni parlamentari russe, centinaia di droni hanno colpito Mosca e la regione circostante; nei giorni successivi sono stati colpiti impianti a Ufa, Samara e Jaroslavl. La richiesta del presidente americano è stata seguita da un fatto: il presidente ucraino non ha obbedito.

Per il colonnello la spiegazione è che Trump non controlla il processo. Nella sua lettura ci sono elementi dentro il governo americano troppo autonomi e indipendenti, e fra questi le agenzie di intelligence. La stessa rete che sostiene la guerra in Medio Oriente, aggiunge, sostiene la guerra in Ucraina. Il paragone storico che porta è quello della guerra Iran-Iraq del 1980-1988: otto anni di combattimenti, centinaia di migliaia di morti, e un Iraq armato, addestrato e finanziato dagli americani per consumare l'Iran. Quello che è stato fatto allora con Saddam Hussein, sostiene, è ciò che gli Stati Uniti e i loro alleati europei stanno facendo oggi in Ucraina contro la Russia.

Qui il colonnello formula la sua deduzione più ampia: l'obiettivo non è la democrazia né i diritti umani, ma la spartizione delle risorse russe — petrolio, gas, oro, uranio, terre rare — e la rottura della Federazione. Anche qui non serve un verbale: bastano il comportamento, la sequenza delle sanzioni e la ricorrenza dei conflitti. La Russia considera l'Ucraina una questione esistenziale, una linea rossa paragonabile al Messico per gli Stati Uniti. L'immagine è senza mezzi termini: se una potenza straniera costruisse un esercito nel Messico settentrionale per attaccare gli Stati Uniti, Washington ridurrebbe quel territorio a un deserto di vetro. La conclusione è che l'Europa, spingendo Kiev verso un complesso militare-industriale anti-russo, alimenta una guerra che Mosca non può permettersi di perdere.

Sullo sfondo c'è il vincolo finanziario. Il rendimento del Treasury americano a dieci anni ha toccato il 5%, il livello più alto da quasi due decenni, con un debito federale che supera i 32.000 miliardi di dollari. Due guerre simultanee, il caro-energia e il costo del debito si sostengono a vicenda, come mostra anche la crisi del gasolio e del debito europeo. Macgregor dice che gli Stati Uniti sono sull'orlo della bancarotta finanziaria. La cifra è da prendere con le molle; la direzione è nei dati.

Il vertice di Washington non ha prodotto la fine della guerra: ha mostrato chi la tiene in mano. La Cina ha messo un prezzo chiaro — fine del blocco, fine delle sanzioni, ritorno all'intesa di giugno — e gli Stati Uniti hanno risposto con un rifiuto e con la prospettiva di nuovi bombardamenti. La mediazione cinese è reale e il suo esito non dipende da Pechino. La decisione non passa nemmeno dalle elezioni. La rete che finanzia le campagne, possiede i media e persegue il progetto del 1996 attraversa le amministrazioni e sopravvive a ogni tornata: le elezioni di midterm americane misurano il costo interno della guerra e ne lasciano intatto il corso, e negli Stati Uniti non hanno mai deciso un conflitto. Trump invoca il voto di novembre come rinvio, con la stessa mossa con cui annuncia che la guerra finirà «immediatamente dopo le nostre elezioni».

La guerra finirà quando la rete che la sostiene avrà finito di usarla. Il costo non la fermerà: gli Stati Uniti emettono la moneta di riserva e possono imporne l'uso, quindi il denaro si stampa e il debito si diluisce nel tempo. Il vincolo finanziario pesa sul consenso interno e sulle alleanze, e la fine della guerra resta una decisione politica. Fino ad allora la via d'uscita cercata in Cina resterà una trattativa senza firma, perché il veto non sta a Pechino.

Fonti

Il Vaso di Pandora, «"Se Trump ritira le minacce, la Cina collabora" — Douglas Macgregor, Guya Mariani», 24 settembre 2026 — youtube.com
Al Jazeera, «Trump-Xi summit updates: Trade, AI, Iran and Taiwan top US-China talks», 24 settembre 2026 — aljazeera.com
The Guardian, «Diplomacy or 'diplotainment'? Key takeaways from the Trump-Xi summit in Washington», 25 settembre 2026 — theguardian.com
Reuters, «Trump and Xi meet in Washington as Netanyahu delivers fiery UN address», 24 settembre 2026 — reuters.com
CNBC, «Iran offers to reopen Strait of Hormuz within 7 days and restart nuclear talks», 25 settembre 2026 — cnbc.com
Reuters, «Iran, US still far apart in peace talks, Iranian official says; Pezeshkian vows no surrender», 23 settembre 2026 — reuters.com
Al Jazeera, «Trump says Iran war 'will end immediately' after US midterm elections», 9 settembre 2026 — aljazeera.com
New York Post, «Trump rejects Iran's 7-day cease-fire proposal, new airstrikes 'likely' after midterms», 25 settembre 2026 — nypost.com
The Japan Times, «MBS and Saudi Arabia face crisis with key oil pipeline shut for weeks», 16 settembre 2026 — japantimes.co.jp
CNBC, «Trump urges Ukraine to stop 'knocking out' Russian oil refineries as U.S. diesel hits record», 14 settembre 2026 — cnbc.com
The Guardian, «Hundreds of drones target Moscow on last day of voting in Russia's parliamentary election», 20 settembre 2026 — theguardian.com
CNN, «10-year Treasury yield hits 5%, critical threshold for US economy and markets», 14 settembre 2026 — cnn.com
Richard Perle, Douglas Feith, David Wurmser et al., «A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm», Institute for Advanced Strategic and Political Studies, 1 giugno 1996 — dougfeith.com