Il 2 luglio 2026 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che condividere un video di Russia Today espone chiunque, senza eccezione di scopo di lucro o di portata della diffusione, alla stessa responsabilità penale prevista per un’emittente professionale. È la faccia più recente di un doppio standard europeo che si misura meglio affiancando due vicende distanti per geografia e per natura, ma identiche nel mostrare dove lo zelo delle istituzioni si accende e dove si spegne.

Tre cittadini tedeschi ripubblicavano da anni, su un sito gratuito finanziato solo da donazioni volontarie, alcuni video del canale RT Germany. La Procura di Saarbrücken li ha incriminati per violazione del regolamento europeo sulle sanzioni alla Russia, aggiungendo l’accusa di associazione a delinquere. Il giudice tedesco ha chiesto alla Corte di Lussemburgo se tre persone senza scopo di lucro, su un sito senza pubblicità, potessero davvero rientrare nella categoria di «operatore» prevista dalla norma. La Corte ha risposto che sì: irrilevante lo scopo di lucro, irrilevante la portata della diffusione, irrilevante la durata. La legge tedesca sul commercio estero prevede per questo reato una pena da tre mesi a cinque anni di carcere. La sentenza di Lussemburgo decide solo l’interpretazione della norma, senza condannare direttamente nessuno, e toglie ai tre imputati l’unico argomento difensivo che avevano.

Per la Corte di giustizia conta la provenienza del contenuto: il suo essere vero resta estraneo al giudizio.

Nel 2014 il Jay Report documentava almeno 1.400 minori vittime di sfruttamento sessuale organizzato a Rotherham tra il 1997 e il 2013. Già nel 2011 l’ex ministro degli Interni Jack Straw ammetteva pubblicamente, a Newsnight, uno specifico coinvolgimento di uomini di origine pakistana in questo tipo di crimini. Servivano altri quattordici anni prima che l’audit nazionale della baronessa Louise Casey, pubblicato nel giugno 2025, riconoscesse che per decenni polizia e autorità locali avevano evitato di registrare l’etnia degli aggressori per il timore di essere accusate di razzismo: in un caso, scrive Casey, la parola «pakistano» era stata cancellata a bianchetto da un fascicolo. Solo nell’aprile 2026 è partita un’inchiesta statutaria nazionale, presieduta dalla baronessa Anne Longfield, con un mandato di tre anni e un budget di 65 milioni di sterline. Il Regno Unito faceva ancora parte dell’Unione europea negli anni in cui gran parte di questi fatti si consumava indisturbata: la stessa area politica che oggi sanziona in un’unica sentenza la ricondivisione di un video ha impiegato più di due decenni per riconoscere ufficialmente lo sfruttamento sistematico di migliaia di ragazze.

Lo stesso standard di attenzione istituzionale, attraversato il confine italiano, produce un effetto opposto: il silenzio dell’informazione. Una ricerca sistematica non restituisce alcun articolo di Repubblica, Corriere della Sera o La Stampa dedicato al caso, né traccia di un approfondimento nei palinsesti dei principali talk show di Rai, Mediaset e La7. La sproporzione è tanto più stridente perché la vicenda ha avuto un passaggio pubblico preciso in Italia: quando Elon Musk attaccò il primo ministro britannico Keir Starmer per aver ignorato per anni lo scandalo, una parte della stampa mainstream italiana difese Starmer e derubricò l’intera vicenda a disinformazione di destra. Pochi mesi dopo, l’audit commissionato dallo stesso governo Starmer confermava — e in alcuni punti aggravava — esattamente quanto Musk sosteneva. Una storia con oltre 1.400 vittime accertate in una sola città, un’inchiesta statutaria da 65 milioni di sterline e un ex ministro che ammette pubblicamente l’insabbiamento attraversa i talk show principali senza lasciare traccia, e trova spazio solo su testate minori, prive del peso e della diffusione necessari a costituire un reale contrappeso nell’opinione pubblica italiana. La stampa che conta davvero — quella letta e vista ogni giorno, a prescindere dalle sue sfumature interne — si comporta in modo omogeneo: tace.

Le stesse istituzioni che decidono in un’unica sentenza la sorte penale di chi ricondivide un contenuto giudicato sgradito impiegano vent’anni per ammettere lo sfruttamento organizzato di minori quando il riconoscimento del fenomeno rischia di toccare temi più scomodi dell’informazione online. Il costo di questa priorità ricade sistematicamente sugli stessi cittadini chiamati a finanziare le urgenze del momento — la stessa logica di spesa vista nel ciclo di riarmo europeo, sia la difesa dell’ordine informativo continentale, sia i programmi che ne condividono la struttura di bilancio. È lo stesso schema che avevamo isolato analizzando il doppio standard americano su Iran e asset congelati, per un altro continente e un’altra amministrazione: il principio giuridico invocato conta meno di chi lo invoca e contro chi.

Fonti

Corte di giustizia dell’Unione europea, “Il divieto di diffondere i contenuti del canale Russia Today si applica anche a un sito Internet accessibile gratuitamente al pubblico”, Comunicato stampa n. 94/26 (causa C-67/25), 2 luglio 2026 — curia.europa.eu
Repubblica Federale di Germania, “Außenwirtschaftsgesetz (AWG), §18” — gesetze-im-internet.de
Alexis Jay, “Independent Inquiry into Child Sexual Exploitation in Rotherham (1997–2013)”, Rotherham Metropolitan Borough Council, agosto 2014 — rotherham.gov.uk
Baroness Casey, “National Audit on Group-Based Child Sexual Exploitation and Abuse”, Home Office, giugno 2025 — gov.uk
Home Office, “Independent Inquiry into Grooming Gangs — Terms of Reference”, marzo 2026 — gov.uk
CNN, “British MP’s remarks about Pakistanis draw ire”, 8 gennaio 2011 (dichiarazione di Jack Straw a Newsnight, BBC) — cnn.com