Andrius Kubilius, Commissario europeo alla difesa, autore della stima sui tre milioni di droni necessari per difendere la sola Lituania.


I leader europei parlano di difesa autonoma, di capacità bellica continentale, di un’Europa che impara finalmente a camminare sulle proprie gambe militari — e lo fanno con la solennità che in altri tempi si riservava alle dichiarazioni di pace. La Commissione europea ha presentato nell’ottobre 2025 la sua Defence Readiness Roadmap puntando alla “piena prontezza difensiva” entro il 2030: una formulazione che, nella sua ridondanza programmatica, tradisce già quanto la distanza tra l’enunciato e la realtà sia imbarazzante.

Proviamo a misurare questa distanza.

Bisogna fissare i termini del problema con il rigore che merita. L’Ucraina ha prodotto 2,2 milioni di droni nel 2024 e 4,5 milioni nel 2025. Il commissario europeo alla difesa Andrius Kubilius ha stimato che, in caso di conflitto allargato con la Russia, l’UE avrebbe bisogno di tre milioni di droni all’anno soltanto per tenere la Lituania — un paese di 2,9 milioni di abitanti, grande quanto il West Virginia.

La cifra merita attenzione: tre milioni di droni per un singolo paese di quasi tre milioni di abitanti. Moltiplicata per i confini orientali dell’intera Unione, la scala produttiva richiesta diventa di un ordine di grandezza tale da rendere ogni piano attuale non inadeguato, ma categoricamente irrilevante.

“Le forze armate ucraine hanno incrementato l’acquisizione mensile da 20.000 unità nei primi mesi del 2024 a circa 200.000 entro fine anno.”

I dati ucraini confermano questa logica distruttiva: brigate efficaci riferiscono un fabbisogno di 7.000–8.500 droni FPV da attacco al mese per operare a piena capacità. Non si tratta di statistiche militari astratte: si tratta della descrizione di un metabolismo industriale che l’Europa semplicemente non possiede.

Gli stati membri dell’UE hanno prodotto meno del 30% dei droni militari utilizzati negli ultimi anni. Il restante 70% proviene dall’estero — dagli Stati Uniti, da Israele, dalla Turchia, e risalendo la catena di fornitura, dalla Cina. L’obiettivo dichiarato è portare al 60% gli acquisti interni entro il 2035; allo stato attuale, circa l’80% dei materiali militari acquistati dagli stati membri proviene dall’estero — una dipendenza che la stessa Commissione definisce insostenibile.

Approvvigionamento militare europeo — stato attuale e obiettivi
Indicatore Valore
Quota droni militari prodotti in UE (ultimi anni) <30%
Quota materiali militari acquistati dall’estero (attuale) ~80%
Obiettivo approvvigionamento interno (2035) 60%
Obiettivo approvvigionamento collaborativo (2030) 40%
Mercato UE droni militari (2024) $4,1 mld

Il programma simbolo di questa incapacità strutturale è l’Eurodrone — il grande drone MALE su cui Francia, Germania, Italia e Spagna lavorano dal 2015. Ha ricevuto 107 milioni di euro nel 2021, ha subito ritardi nel preliminary design review originariamente programmato per settembre 2023, e il suo primo volo è attualmente previsto per gennaio 2027. Un decennio di lavoro per un drone che non ha ancora volato. È l’epitome di un sistema che produce processi, non armamenti.

800 mld la spesa complessiva per la difesa mobilitata dal piano Readiness 2030, con 150 miliardi in prestiti agevolati SAFE

L’EDF ha selezionato nel 2025 57 progetti di ricerca e sviluppo per un totale di circa 1,07 miliardi di dollari, con 634 entità coinvolte da 26 stati membri. Francia e Germania hanno annunciato rispettivamente 8,5 miliardi per incrementare le scorte di droni del 400% entro il 2030, e 10 miliardi per i droni militari.

Questi numeri, considerati in isolamento, sembrano imponenti. Misurati contro la scala del problema, rivelano una proporzione che chiama a disagio qualsiasi analisi onesta. Un miliardo in R&S distribuito su 634 entità in 26 paesi è, a conti fatti, poca cosa — specialmente quando l’Ucraina, con risorse infinitamente inferiori, dimostra che la produzione di massa richiede ecosistemi, non finanziamenti a pioggia.

La tesi che l’industria automobilistica europea in crisi possa essere “riconvertita” per colmare il deficit produttivo militare circola con una frequenza inversamente proporzionale alla sua fondatezza.

Il ragionamento ha una logica di superficie. Molte piccole imprese fornitrici del settore auto stanno cercando partner nella difesa — Schaeffler cerca collaborazioni militari, Jopp ha già ridotto il 20% della forza lavoro per la crisi automotive, Volkswagen ha raggiunto un accordo sindacale per eliminare fino a 40.000 posti di lavoro. In teoria: capacità e manodopera disponibili.

“L’idea che la difesa possa fermare il declino dell’industria automobilistica è un’illusione. Niente di tutto questo può essere fatto dall’oggi al domani.” — Jürgen Kerner, vicepresidente IG Metall

Il problema è che la difesa non funziona come l’automotive. Il settore militare è regolamentato, soggetto a certificazioni pesanti, vincolato da requisiti di sicurezza, e strutturalmente orientato a bassi volumi. Non si tratta di riqualificare qualche operaio: si tratta di entrare in un universo normativo, certificativo e procedurale che richiede anni di adattamento.

Esistono eccezioni puntuali: Rheinmetall sta esplorando l’utilizzo dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück per produrre veicoli da combattimento Lynx, e KNDS sta convertendo una fabbrica di carrozze ferroviarie per la produzione di carri armati. Ma si tratta di convergenze selettive, non di una trasformazione di sistema. La produzione di veicoli blindati e quella di droni da combattimento FPV appartengono a universi tecnologici e logistici radicalmente diversi.

Qui si annida la contraddizione più profonda del progetto di riarmo europeo. Ogni drone impiegato nella guerra in Ucraina dipende dalla Cina. Dai minuscoli quadricotteri che guidano l’artiglieria ai loitering munitions a lungo raggio, quasi ogni sistema senza pilota su entrambi i fronti contiene materiali e componenti originati da fabbriche cinesi: fibra di carbonio, magneti in terre rare, celle al litio, chip al nitruro di gallio.

Componenti critici per droni — quota di produzione cinese
Componente Quota Cina
Produzione mondiale di droni e materie prime 80–90%
Motori e ESC (Electronic Speed Controllers) Dominante
Batterie al litio Dominante
Magneti in terre rare (disprosio, terbio) Dominante
Flight controller e sensori Dominante
Parti strutturali in fibra di carbonio Dominante

Questa dominanza non è passiva: nell’aprile 2025 Pechino ha inasprito le quote all’esportazione per disprosio e terbio — terre rare pesanti critiche per i magneti permanenti — provocando un’impennata dei prezzi globali. Nel dicembre 2024 aveva già trattenuto batterie al produttore americano Skydio, e diretto la produzione verso la Russia sottraendola all’Ucraina. Queste non sono mosse di mercato: sono armi industriali usate con precisione chirurgica.

L’UE ha varato il Critical Raw Materials Act, e ha identificato giacimenti europei promettenti — LKAB ha identificato il più grande deposito di terre rare d’Europa a Kiruna, in Svezia; Silmet in Estonia processa elementi delle terre rare; Keliber in Finlandia e EMILI in Francia puntano al litio da batteria. Queste sono prime pietre, non catene di fornitura operative. Il tempo necessario per portare un deposito estrattivo alla scala industriale si misura in decenni.

Anche nello scenario migliore che l’UE si prefigge — il 60% di approvvigionamento domestico — Pechino resta invisibilmente presente nel prodotto finito, attraverso le materie prime a monte della filiera.

La valutazione onesta richiede di distinguere tra i domini in cui l’Europa è strutturalmente debole e quelli in cui possiede competenze genuine. Nel software per sistemi autonomi, nella crittografia, nell’integrazione AI e nei sistemi C4ISR, l’Europa ha aziende capaci e competitive.

Helsing, dopo aver sviluppato un agente AI capace di controllare un caccia Gripen E in volo sul Baltico nel maggio 2025, ha annunciato il proprio drone da combattimento Europa per il 2029 — percorrendo tempi di sviluppo che invertono la logica dei contratti militari tradizionali, mutuando il ritmo delle startup tecnologiche. È in questo strato — software, autonomia, guerra elettronica, integrazione di sistemi — che le competenze europee trovano terreno fertile. La produzione di massa di hardware rimane il problema irrisolto.

Al di sotto della discussione industriale c’è una questione di architettura istituzionale che nessun piano di riarmo tocca davvero. L’articolo 41(2) del Trattato sull’UE vieta all’Unione di acquistare direttamente equipaggiamento militare; i programmi recenti aggirano questo limite rimborsando gli stati membri. Ma la difesa non rientra nelle competenze esclusive dell’UE, e la decisione di avvalersi di questi strumenti rimane interamente nelle mani degli stati membri.

Il che significa che il progetto di convergenza produttiva europea si regge su una base volontaria, soggetta ai cicli elettorali nazionali, alle rivalità industriali tra stati, e alla perenne tentazione di acquistare americano perché è più veloce, o cinese perché è più economico.

250 mld l’incremento dei budget della difesa europei rispetto al 2019; altri 300 miliardi sono previsti entro il 2030

I budget della difesa europei hanno già raddoppiato rispetto al 2019 e sono destinati a salire. Questa è la notizia buona, e va registrata.

La notizia meno buona è che questa spesa non si traduce automaticamente in capacità produttiva autonoma, perché la filiera critica — terre rare, motori, batterie, semiconduttori — rimane controllata dalla Cina in proporzioni che nessun piano europeo quinquennale può realisticamente invertire. La conversione dell’automotive alla produzione militare è possibile per specifici segmenti, ma è strutturalmente incompatibile con la produzione di massa di droni da combattimento, che richiede ecosistemi manifatturieri decentralizzati, a basso costo unitario, con cicli di iterazione rapida che il settore difesa europeo, nella sua cultura certificativa, non sa produrre.

La strada più realistica — almeno nel breve e medio periodo — non è l’autonomia produttiva completa, ma una divisione funzionale del lavoro: affidarsi all’Ucraina per la produzione di massa di droni FPV a basso costo, mentre l’industria europea si concentra su sistemi ad alta complessità tecnologica, piattaforme MALE, integrazione AI, guerra elettronica. L’ecosistema ucraino, che conta oltre 500 aziende nella produzione di droni da combattimento e copriva il 96,2% del fabbisogno delle forze armate nel 2024, è già la risposta più credibile al problema di scala che l’Europa non riesce a darsi da sola.

La distanza tra ciò che i leader europei dichiarano e ciò che la realtà industriale permette è misurabile, documentata, e più larga di quanto qualunque comunicato istituzionale ammetta. Non è impossibile ridurla. Ma ridurla richiede un ordine di grandezza di trasformazione che il continente non ha ancora dimostrato di voler affrontare nella sua interezza — preferendo, come è sua abitudine, la solennità degli obiettivi all’ingratitudine dei mezzi.