A Saluggia, in Piemonte, i rifiuti radioattivi delle centrali nucleari italiane attendono da quarant’anni una collocazione definitiva. Il sito di stoccaggio si trova nella fascia di esondazione della Dora Baltea. Sogin, la società pubblica incaricata del decommissioning nucleare, ha pubblicato nel 2021 la Carta Nazionale delle Aree Idonee: sessantasette siti distribuiti su dodici regioni, potenzialmente adatti a ospitare il deposito nazionale per i materiali a bassa e media attività, quelli che richiedono monitoraggio per circa trecento anni. Nessuna giunta regionale ha accettato. Nessun governo ha forzato la localizzazione. Il problema esiste, è documentato, e resta irrisolto da quando le centrali sono state chiuse. È in questo contesto che il governo Meloni propone di costruire nuove centrali nucleari.
La proposta si presenta con l’argomento dei piccoli reattori modulari — gli SMR, Small Modular Reactors — come tecnologia nuova, più sicura e scalabile rispetto alle centrali tradizionali. La premessa tecnologica non è falsa. La conclusione politica che ne deriva è un salto: da “la tecnologia esiste” a “l’Italia può costruirla e gestirla”. Tra le due affermazioni si apre la questione dell’istituzione che dovrebbe realizzarla: lo stesso Stato che non ha risolto il problema delle scorie esistenti, che non ha completato il piano di dismissione delle centrali chiuse nel 1987, che gestisce il ciclo dei rifiuti urbani con risultati che variano dall’inadeguato al disastroso a seconda della regione.
Il precedente: un paese che ha già fatto questa sceltaIl referendum nucleare del novembre 1987 — con oltre l’80% di voti contrari, nell’anno successivo a Chernobyl — ha chiuso un ciclo che era già in crisi prima del voto. Il programma nucleare italiano degli anni Settanta e Ottanta aveva assorbito una quota consistente degli investimenti energetici pubblici, inclusi quelli che avrebbero potuto andare al potenziamento della rete idroelettrica. L’ENEL, allora ente pubblico con il monopolio della distribuzione, aveva progressivamente spostato la priorità strategica verso il termonucleare, marginalizzando la manutenzione e lo sviluppo degli impianti idroelettrici esistenti. Quando il programma nucleare cadde con il referendum, l’idroelettrico non venne ripristinato come priorità: si passò direttamente al gas, che riempiva il vuoto con infrastrutture più rapide e meno capitalisticamente impegnative.
L’Italia è oggi il terzo produttore europeo di energia idroelettrica per capacità installata, con circa 22 GW di potenza, ma la quota di produzione sul totale nazionale è rimasta pressoché stagnante per decenni. Il potenziale residuo — bacini non sfruttati, impianti esistenti da ammodernare, run-of-river su corsi d’acqua minori — è stimato da TERNA in diversi GW aggiuntivi senza nuove grandi dighe. Lo sfruttamento delle correnti marine in ambito costiero e offshore, tecnologia in sviluppo attivo in Norvegia, Scozia e Portogallo, non figura in nessun piano industriale governativo italiano. Come non figura la desalinizzazione alimentata da rinnovabili, che risolverebbe in modo strutturale una crisi idrica mediterranea destinata ad aggravarsi e che imporrebbe agli stessi impianti rinnovabili un carico di utilizzo più costante. L’assenza di investimento in questi settori è essa stessa una scelta di allocazione delle risorse, non un limite tecnico oggettivo.
I costi della tecnologia maturaLa storia recente della costruzione nucleare in Europa offre un riferimento empirico preciso. L’EPR di Flamanville, reattore di terza generazione progettato da EDF e considerato la punta tecnologica dell’industria nucleare europea, ha impiegato diciassette anni dalla posa della prima pietra all’entrata in esercizio avvenuta nel 2024. Il costo preventivato nel 2007 era di 3,3 miliardi di euro. Il costo finale è stato di 23,7 miliardi: sette volte il preventivo, con accumulazione di dodici anni di ritardo sull’entrata in esercizio. Il reattore EPR di Hinkley Point C nel Somerset, ancora in costruzione al 2026, ha subito una traiettoria analoga: stima iniziale di 18 miliardi di sterline, revisione attuale oltre i 35 miliardi, completamento previsto non prima del 2029.
Gli SMR, i piccoli reattori modulari su cui il governo italiano orienta la narrazione, sono una categoria tecnologica ancora in fase di sviluppo commerciale. Il primo SMR occidentale a ricevere approvazione regolatoria è stato il NuScale Power negli Stati Uniti, poi cancellato nel novembre 2023 dopo che i costi per kWh erano triplicati rispetto alle stime iniziali e i clienti utility si erano ritirati. Il mercato SMR esiste come promessa e come pipeline progettuale; non esiste ancora come filiera industriale matura e come curva di apprendimento consolidata. Costruire SMR in Italia significherebbe entrare in un mercato globale dove la competizione per i pochi fornitori qualificati è già intensa, senza una catena di fornitura nazionale e senza un corpo di tecnici specializzati che il paese ha dismesso quarant’anni fa.
La dipendenza che non si nominaUno degli argomenti ricorrenti nel dibattito sul nucleare è l’indipendenza energetica: uscire dalla dipendenza dal gas russo costruendo una filiera domestica. L’argomento ha una falla strutturale. L’Italia non dispone di riserve di uranio. La filiera mondiale dell’uranio arricchito è concentrata in pochi attori: Kazakhstan, Canada, Australia per il minerale grezzo; Russia, Francia e, in misura minore, Stati Uniti per l’arricchimento. Circa il 20% dell’uranio arricchito consumato nelle centrali statunitensi proviene ancora dalla Russia, nonostante le sanzioni abbiano spinto il Congresso ad autorizzare restrizioni all’importazione solo nel 2024, con deroghe operative fino al 2027. La dipendenza dall’uranio russo non è un problema teorico: è il problema concreto che gli Stati Uniti stanno cercando di risolvere mentre pianificano la propria espansione nucleare. L’Italia, paese senza tradizione estrattiva né capacità di arricchimento, si troverebbe in una posizione di dipendenza strutturale verso fornitori che non controlla, esattamente come per il gas.
Il paese che non sa dove mettere le scorie esistenti propone di produrne di nuove. La sequenza logica richiede una spiegazione che l’iter legislativo non fornisce.
La questione più rilevante sul nucleare italiano è quella che il dibattito pubblico tende a non formulare: quanto vale il capitale politico che assorbe, misurato in ciò che non viene fatto mentre lo si discute. Le rinnovabili in Italia continuano a scontare un sistema autorizzativo tra i più lenti d’Europa. Un impianto eolico onshore attraversa mediamente sette-dieci anni di iter burocratico prima di ottenere tutte le autorizzazioni necessarie. Il fotovoltaico sconta vincoli paesaggistici applicati con criteri disomogenei e spesso non trasparenti. Come avevamo riportato nella nostra precedente analisi su come il territorio italiano viene attraversato da infrastrutture energetiche senza un quadro normativo coerente, il problema italiano dell’energia è in larga misura un problema di governance, procedure e capacità amministrativa — prima ancora che di mix tecnologico.
L’idroelettrico, patrimonio che l’Italia ha e in parte ha dismesso, richiede interventi di ammodernamento degli impianti esistenti e sblocco delle concessioni, bloccate da anni in un contenzioso tra Stato, Regioni e operatori privati europei. La desalinizzazione su larga scala — tecnologia matura, a costi in rapido calo grazie all’osmosi inversa alimentata da fotovoltaico — darebbe risposta simultanea alla crisi energetica e a quella idrica, con impatto diretto su agricoltura e approvvigionamento civile nelle aree meridionali già oggi in stress idrico cronico. Entrambe le strade richiedono la stessa cosa: un’amministrazione pubblica capace di progettare, autorizzare e gestire. Come avevamo documentato nell’analisi sul DDL caccia e il rapporto del governo con la gestione del territorio, la capacità istituzionale italiana di governare beni comuni complessi è il vero nodo irrisolto.
La quota del nucleare nella produzione elettrica mondiale è scesa dal 17% del 1996 a meno del 10% attuale. Al netto della Cina — che costruisce reattori con la capacità di Stato di mobilitare risorse e manodopera in modo che nessun paese europeo può replicare — il numero di reattori operativi nel mondo è in diminuzione. La narrazione del “rinascimento nucleare” è reale come tendenza e modesta come dato aggregato: i nuovi reattori appena compensano le dismissioni dei vecchi impianti. In questo quadro, l’Italia arriva a discutere di nucleare senza filiera, senza uranio, senza deposito per le scorie esistenti, senza un corpo tecnico formato, con un sistema autorizzativo che blocca anche le tecnologie più semplici, e con un governo che presenta questa scelta come strategia energetica.
La promessa di autonomia energetica attraverso il nucleare ha già attraversato la storia italiana una volta, negli anni Settanta e Ottanta. Ha assorbito investimenti, ha marginalizzato l’idroelettrico, ha lasciato quattro centrali dismesse e un problema di scorie irrisolto. Replicare la sequenza con tecnologia diversa e tempistiche spostate di vent’anni in avanti produce lo stesso effetto: spostare l’attenzione dalle cose difficili ma realizzabili verso la promessa di qualcosa di più ambizioso e molto meno certo.
Fonti
EDF, “EPR de Flamanville 3: coût et calendrier”, 2024 — edf.fr
IEA, “Nuclear Power and Secure Energy Transitions”, 2022 — iea.org
IAEA, “Nuclear Power Reactors in the World 2024” — iaea.org
Sogin, “Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI)”, 2021 — sogin.it
IPCC, “AR6 Working Group III — Mitigation of Climate Change”, 2022, Annex II: Emissions per unit of energy — ipcc.ch
U.S. Energy Information Administration, “Uranium purchased by owners and operators of U.S. civilian nuclear power reactors”, 2023 — eia.gov
TERNA, “Piano di Sviluppo della Rete di Trasmissione Nazionale 2024” — terna.it
NuScale Power, comunicato di cancellazione del progetto Carbon Free Power Project, novembre 2023 — nuscalepower.com
ISIN — Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione, rapporti sul sito di Saluggia — isinucleare.it