Nel 2014, in un angolo di internet che la stampa generalista considerava irrilevante, si mise a punto qualcosa. Una campagna di molestie coordinate contro sviluppatrici, giornaliste e ricercatrici del settore videoludico — conosciuta come Gamergate — produsse in pochi mesi un manuale operativo completo: meme virali, accuse false amplificate su più piattaforme simultaneamente, eserciti di account coordinati, senso di appartenenza costruito attorno a un nemico comune. Le vittime erano reali; i danni, documentati. Quello che non era ancora chiaro a nessuno, allora, era che queste tecniche stessero per cambiare la politica occidentale.
Steve Bannon osservava. Direttore di Breitbart News, futuro stratega della campagna Trump e poi consigliere della Casa Bianca, Bannon stava costruendo in quegli anni la sua teoria della mobilitazione di massa online. Secondo Joan Donovan, ricercatrice della Harvard Kennedy School e autrice di Meme Wars insieme a Emily Dreyfuss e Brian Friedberg, Bannon prese nota tanto dal Gamergate quanto da movimenti di sinistra come Occupy Wall Street: studiava dove nasceva l’energia collettiva in rete, come si organizzava, come si convertiva in azione. Lo ha dichiarato lui stesso, in modo esplicito, parlando di Milo Yiannopoulos — il giornalista di Breitbart che emerse durante il Gamergate come voce della destra online: aveva creato una generazione, disse, che era entrata “attraverso il Gamergate” e poi era stata convertita alla politica e a Trump.
L’analisi di Donovan è precisa: le stesse tecniche impiegate durante il Gamergate — mobilitazione virale tramite meme, false accuse coordinate, molestie di massa contro bersagli selezionati — furono trasferite, con gli stessi operatori e le stesse reti, nella politica presidenziale americana del 2016. La destra trumpiana aveva trovato la sua palestra. Quelle tecniche, scrive Donovan, sono poi diventate “una parte significativa della politica di destra mainstream”.
Il paper NATO del 2015Nell’inverno del 2015, mentre la campagna Trump si stava organizzando e i forum online ribollivano, la rivista peer-reviewed della NATO Strategic Communications Centre of Excellence pubblicava un saggio intitolato It’s Time to Embrace Memetic Warfare. L’autore era Jeff Giesea, operativo politico e investitore che aveva lavorato per il miliardario Peter Thiel — cofondatore di Palantir, finanziatore della campagna Trump e figura centrale nell’ecosistema di potere tecnologico descritto, come avevamo riportato nella nostra precedente analisi, nel manifesto della Repubblica Tecnologica di Palantir.
Nel paper, Giesea definiva la guerra memetica come “competizione su narrazione, idee e controllo sociale in un campo di battaglia sui social media”, un sottoinsieme delle operazioni informative adattato ai social network. Il testo era esplicito sul modello: trolling come guerriglia digitale, meme come valuta della propaganda. Giesea citava Daesh e la Russia come attori che già la praticavano, e chiedeva alla NATO di fare altrettanto. Il paper era pubblicato su una rivista istituzionale dell’Alleanza Atlantica. BuzzFeed News avrebbe poi riconosciuto a Giesea il ruolo di uno degli architetti del Trump meme army — l’esercito digitale che avrebbe inondato internet di contenuti virali pro-Trump nella campagna del 2016.
Il dato strutturale è questo: lo stesso operatore stava simultaneamente teorizzando la guerra memetica per la NATO e organizzandola sul campo per Trump. La sovrapposizione era deliberata. Chiamarla conflitto d'interessi sarebbe impreciso: un conflitto presuppone interessi distinti.
Cambridge Analytica: la profilazione come armaParallelamente, Steve Bannon sedeva nel consiglio di amministrazione di Cambridge Analytica. Dal 2014 al 2016 ne fu vicepresidente, secondo quanto ricostruito dal Washington Post sulla base delle dichiarazioni di Christopher Wylie, ex dipendente e whistleblower. L’azienda — finanziata dal miliardario Robert Mercer, anche lui tra i principali bankroller di Breitbart — aveva sviluppato un sistema per estrarre dati da Facebook senza consenso degli utenti e costruire profili psicologici individuali su decine di milioni di americani.
Lo scopo dichiarato era identificare gli elettori più “persuasibili” e colpirli con messaggi su misura. In pratica: sapere chi era più ricettivo alla paura dell’immigrazione, chi alla retorica antisistema, chi al risentimento economico, e consegnare a ciascuno il contenuto esatto calibrato su quella vulnerabilità. Bannon, secondo Wylie, era il boss effettivo: aveva l’autorizzazione a spendere, definiva gli obiettivi strategici, e il CEO Alexander Nix non agiva in modo indipendente. Nell’estate del 2016, il comitato di Trump affidò formalmente a Cambridge Analytica la gestione dei dati della campagna presidenziale. Il sistema era in produzione.
L'intreccio tra Gamergate, guerra memetica, profilazione psicometrica e struttura di finanziamento (Mercer — Bannon — Breitbart — Cambridge Analytica — Trump) è documentato da inchieste del Guardian, del New York Times, del Washington Post e da audizioni parlamentari britanniche e americane. Nessuna ipotesi congetturale è necessaria per descriverlo. È documentato da inchieste del Guardian, del New York Times, del Washington Post e da audizioni parlamentari britanniche e americane. I fili corrono tra gli stessi nomi, attraverso gli stessi anni, verso lo stesso esito.
QAnon: la meccanica del videogiocoIl 28 ottobre 2017, su 4chan, apparve il primo “drop” firmato Q. Un utente anonimo affermava di avere accesso a informazioni classificate di alto livello e disseminava indizi criptici su un piano segreto dell’amministrazione Trump per smascherare una rete di pedofili tra le élite democratiche. Il meccanismo era semplice e potente: i follower aspettavano nuovi drop, li decodificavano collettivamente incrociandoli con discorsi di Trump e notizie, e si sentivano parte di qualcosa di più grande. La struttura era identica a quella di un LARP — un gioco di ruolo in rete in cui i partecipanti si immergono in una finzione condivisa.
Due team indipendenti di linguisti forensi hanno analizzato migliaia di drop con tecniche di machine learning. La conclusione, riportata da Britannica e confermata da NBC News, indica come autori più probabili il programmatore sudafricano Paul Furber (i drop iniziali su 4chan) e Ron Watkins, amministratore di 8chan, piattaforma controllata dal padre Jim Watkins su cui il movimento si spostò nel 2018. Furber era già moderatore della board /CBTS/ (“Calm before the storm”) da cui partirono i primi drop; Ron Watkins, in un’intervista per il documentario HBO Q: Into the Storm, disse di aver fatto “la stessa cosa in modo anonimo per tre anni” prima di aggiungere, a correzione, “ma mai come Q”. Nessuno dei due aveva accesso a informazioni classificate. Entrambi erano profondamente immersi nella cultura delle board anonime.
QAnon funzionava perché riproduceva le meccaniche di coinvolgimento psicologico dei videogiochi — progressione, decodifica, appartenenza a una comunità che “sa” — in un contesto politico. Bannon aveva studiato esattamente questo: come la logica dei videogiochi catturava le persone, come quel meccanismo poteva essere replicato su scala politica. Il Gamergate era stato il laboratorio. QAnon era il prodotto più maturo di quella filiera.
Il paper NATO del 2015 teorizzava la guerra memetica come strumento di combattimento. Il suo autore stava contemporaneamente organizzando l’esercito digitale di Trump.
Quello che rende questa storia diversa da una teoria del complotto è precisamente la sua visibilità. Bannon ha parlato pubblicamente del Gamergate come bacino di reclutamento. Giesea ha firmato il paper NATO con il suo nome. Cambridge Analytica è finita davanti ai parlamenti di due continenti. I drop di QAnon sono archiviati e analizzati accademicamente. Flynn ha dichiarato apertamente che la campagna Trump era stata una “insurrezione digitale” condotta da “soldati digitali”. Il figlio di Flynn ha specificato, con evidente orgoglio, che “il pubblico non ha idea di quanto sia grande il nostro esercito digitale”.
La domanda che rimane è perché la connessione tra questi elementi — tutti documentati, tutti pubblici — sia stata così raramente messa in fila in modo coerente. Una risposta possibile: il rumore è parte del sistema. Quando ogni giorno produce nuovi scandali, nuove rivelazioni, nuovi personaggi, la mappa complessiva diventa difficile da tenere a fuoco. Il che, per chi costruisce queste infrastrutture, è un vantaggio operativo. Come avevamo analizzato nel contesto del design come arma psicologica nei social media, la piattaforma stessa è parte dell’architettura di controllo: l’attenzione frammentata produce cittadini incapaci di sostenere la lettura di una mappa che richiede tempo.
I nomi si ripetono. Thiel finanzia Giesea, che organizza l’esercito digitale di Trump e scrive per la NATO. Bannon dirige Breitbart, siede in Cambridge Analytica e gestisce la campagna presidenziale. Mercer finanzia Breitbart, Cambridge Analytica e Trump. Le stesse reti che avevano prodotto le molestie coordinate del Gamergate diventano, con gli stessi operatori, la spina dorsale digitale di una campagna presidenziale. Il laboratorio era nei forum di videogiochi. La produzione è andata in scala.
Fonti
Joan Donovan, Emily Dreyfuss, Brian Friedberg, Meme Wars, Bloomsbury Publishing, 2022; sintesi Axios, ottobre 2022 — axios.com
Jeff Giesea, “It’s Time to Embrace Memetic Warfare”, Defence Strategic Communications, NATO StratCom COE, vol. 1, 2015 — stratcomcoe.org
BuzzFeed News, “This Man Helped Build The Trump Meme Army”, gennaio 2017 — buzzfeednews.com
Wikipedia, voce “Gamergate (harassment campaign)”, sezione connessioni politiche — en.wikipedia.org
Byline Times, “Monster Power: Steve Bannon’s Crucial Role in the Radicalisation of the Far Right”, ottobre 2019 — bylinetimes.com
Byline Times / CounterPunch, “The Neo-Nazi Enforcer Who Helped Build Peter Thiel’s Online Influence Empire”, aprile 2026 — bylinetimes.com
Detoxed Info, post originale su Telegram, giugno 2026 — t.me/detoxedinfotelegram
Washington Post / quotidiano.net, “C’era Bannon dietro Cambridge Analytica”, marzo 2018 (dichiarazioni di Christopher Wylie) — quotidiano.net
Il Post, “Il caso Cambridge Analytica, spiegato bene”, marzo 2018 — ilpost.it
NBC News, “How three conspiracy theorists took ‘Q’ and sparked QAnon”, agosto 2018 — nbcnews.com
Britannica, voce “QAnon”, sezione identità di Q — britannica.com
Leonardo Bianchi, “Chi c’è davvero dietro QAnon”, Complotti (Substack), aprile 2021 — complotti.substack.com
Jeff Giesea, voce Wikipedia — en.wikipedia.org