Il 19 aprile 2026, l’account X di Palantir Technologies ha pubblicato un testo di circa mille parole articolato in 22 punti, presentato come sintesi del libro The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, firmato da Alex Karp — cofondatore e CEO dell’azienda — e da Nicholas Zamiska, responsabile degli affari istituzionali. Il post ha raggiunto 32 milioni di visualizzazioni nei primi giorni; il libro, uscito nel 2025, è stato un bestseller del New York Times. Nulla di questo è accaduto per caso, e nulla di questo è privo di significato.
Palantir non è un’azienda di software come le altre. Fondata nel 2003 da Karp e Peter Thiel con il finanziamento iniziale di In-Q-Tel — il braccio di venture capital della CIA — ha costruito la propria traiettoria sulla sorveglianza digitale, sull’analisi dei big data per agenzie di intelligence e forze armate, e sui contratti con i governi occidentali. Due terzi del suo fatturato proviene da agenzie federali statunitensi. Dal 2011 è contractor di ICE; nel 2024 ha ricevuto un contratto da 30 milioni di dollari, trattativa privata, per costruire ImmigrationOS, la piattaforma AI che identifica stranieri e gestisce le deportazioni. In questo contesto va letto il manifesto: non come speculazione filosofica, ma come documento operativo di un soggetto che già esercita potere concreto sulle vite di milioni di persone.
“La questione non è se verranno costruite armi basate sull’intelligenza artificiale, ma chi le costruirà e per quale scopo.”
I 22 punti coprono un territorio vasto con una coerenza interna che sarebbe sbagliato sottovalutare. Il filo conduttore è la tesi che il soft power — la retorica dei valori, gli appelli morali, le istituzioni multilaterali — abbia esaurito la propria funzione storica e che l’epoca che si apre richieda hard power: forza coercitiva, riarmo tecnologico, militarizzazione dell’industria digitale. Il software, argomenta Karp, è la nuova deterrenza nucleare; i CEO di Silicon Valley hanno un obbligo morale verso la difesa nazionale; le armi AI verranno costruite comunque, e meglio che le costruisca chi condivide i valori occidentali piuttosto che i suoi avversari.
Tra i punti che hanno suscitato più attenzione: la proposta di abbandonare l’esercito professionale a favore della coscrizione universale, affinché il costo della guerra sia distribuito sull’intera popolazione; la critica al “castrazione postbellica” di Germania e Giappone, indicata come errore strategico che va corretto riarmando le due potenze; la dichiarazione che l’era nucleare sta cedendo il passo a una nuova era di deterrenza fondata sull’AI. Il punto 22 chiude il testo con un rifiuto esplicito del pluralismo come valore in sé, accompagnato dall’affermazione che certe culture si sono rivelate “mediocri, e peggio ancora regressive e dannose”.
Il contesto industrialeCiò che distingue questo manifesto da ogni altro documento ideologico prodotto dalla Silicon Valley è la posizione di chi lo firma. Karp non è un commentatore né un teorico: è il CEO di un’azienda che già fornisce gli strumenti descritti nel testo. Quando il manifesto invoca l’uso dell’AI per contrastare la “criminalità violenta”, non si tratta di una proposta astratta: Palantir vende già sistemi di analisi predittiva a forze di polizia in tutto il mondo. Quando sostiene che le aziende tech devono partecipare alla “difesa della nazione”, descrive esattamente il modello di business che applica da vent’anni.
Il critico Dave Karpf, professore alla George Washington University, ha osservato che il messaggio centrale sia del libro sia del manifesto è in fondo uno solo: Palantir vuole essere il principale produttore di armamenti del prossimo secolo, e chiede al governo americano di spendere una quantità eccezionale di denaro per i suoi prodotti. La veste filosofica, per quanto elaborata, non cambia la struttura dell’argomento.
La questione della sinceritàIl manifesto ha ricevuto critiche severe da spettri politici diversi. Amnesty International ha documentato il ruolo di Palantir nel sostenere l’applicazione dell’immigrazione negli Stati Uniti e i sistemi militari israeliani a Gaza; Al Jazeera e TechCrunch hanno sottolineato il contrasto tra la retorica dei “valori progressisti” e le applicazioni concrete degli strumenti venduti. Da destra, alcune voci hanno letto nel documento un’agenda globalista mascherata da nazionalismo tecnologico.
Quel che rimane, al netto delle letture, è un fatto strutturale: per la prima volta un’azienda privata con contratti governativi miliardari ha pubblicato in forma esplicita la propria visione del mondo, del potere e del futuro. La sincerità, in questo contesto, non è trasparenza democratica. È la dichiarazione di chi ritiene di non avere più ragione di dissimulare. Il potere che non sente il bisogno di nascondersi è un potere che si percepisce già abbastanza solido da potersi permettere di mostrarsi.
Fonti
Alex Karp & Nicholas Zamiska, The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, Crown Currency, New York, 2025 — techrepublicbook.com
Al Jazeera English, “Technofascism? Why Palantir’s pro-West ‘manifesto’ has critics alarmed”, 21 aprile 2026 — aljazeera.com
Fortune, “Palantir published a mini manifesto”, 22 aprile 2026 — fortune.com
TechCrunch, “Palantir posts mini-manifesto denouncing inclusivity and ‘regressive’ cultures”, 19 aprile 2026 — techcrunch.com
TechPolicy.Press, “Palantir’s Manifesto Is as Subtle as a MAGA Hat”, aprile 2026 — techpolicy.press
Amnesty International, rapporto su Palantir e ICE — amnesty.org