Il 14 maggio 2026, presso il Tribunale delle Imprese di Milano, si apre la prima udienza di quella che i promotori definiscono la prima class action inibitoria europea contro i social network. A promuoverla è il MOIGE — Movimento Italiano Genitori — insieme allo studio legale Ambrosio & Commodo e a un gruppo di famiglie. I convenuti sono Meta, con Facebook e Instagram, e TikTok. Le richieste sono tre: verifica certificata dell’età degli utenti, eliminazione dei meccanismi algoritmici che producono dipendenza, obbligo di informazione trasparente sui rischi documentati per la salute psicofisica dei minori. Lo strumento giuridico è l’articolo 840-sexiesdecies del codice di procedura civile, l’azione inibitoria collettiva introdotta nel 2021.

La premessa fattuale è semplice: la legge italiana ed europea vieta l’iscrizione ai social ai minori di quattordici anni, e le piattaforme lo ignorano sistematicamente. La stima dei promotori — non un dato Agcom o ISTAT certificato, e va detto — è che circa 3,5 milioni di bambini tra i sette e i quattordici anni siano attivi su Meta e TikTok con dati anagrafici falsi o non verificati.

Su questo piano la causa è relativamente ordinaria: un’associazione chiede l’applicazione di una norma già esistente. Il piano su cui la causa diventa interessante è un altro.

Cinque anni fa, un progetto di ricerca interno a Meta denominato Project Mercury aveva identificato un collegamento causale tra l’utilizzo delle piattaforme dell’azienda e l’aumento di sintomi depressivi, ansia, senso di solitudine e confronto sociale negativo. I dati mostravano qualcosa di più diretto della correlazione: le persone che interrompevano l’uso di Facebook e Instagram per una settimana registravano un miglioramento misurabile del benessere emotivo. I vertici aziendali giudicarono quei risultati “sensibili”, chiusero il progetto e archiviarono i dati, motivando la decisione con il fatto che le conclusioni potevano essere influenzate dalla “narrazione mediatica negativa” sull’azienda. Un dipendente interno, stando ai documenti giudiziari desecretati nell’ambito di una class action americana, avrebbe paragonato questa scelta all’industria del tabacco — che aveva documentato per decenni, internamente, la cancerogenicità delle sigarette, e altrettanto a lungo aveva dichiarato pubblicamente di non poter stabilire un nesso causale.

L’analogia è strutturale, prima ancora che retorica. E diventa più pesante se si considera che, di fronte al Congresso americano, Meta aveva dichiarato di non essere in grado di quantificare i danni prodotti dalle proprie piattaforme sugli adolescenti. Una dichiarazione resa dopo che Project Mercury era già stato chiuso, dopo che i risultati erano già stati archiviati, dopo che la decisione di non pubblicarli era già stata presa ai livelli più alti dell’azienda.

Nel 2021 Frances Haugen aveva fatto trapelare al Wall Street Journal oltre ventimila pagine di documenti interni — i cosiddetti Facebook Files — che documentavano come i ricercatori di Meta avessero concluso, già dal 2019, che per una parte significativa di utenti adolescenti vulnerabili Instagram produceva confronti sociali negativi più di qualsiasi altro social network, aggravando l’insoddisfazione corporea soprattutto nelle ragazze. La risposta pubblica di Meta era stata che quei dati erano stati decontestualizzati, che la piattaforma aiutava molti più adolescenti di quanti ne danneggiasse, che il problema era complesso. La risposta privata, come documentato, era stata chiudere i dossier scomodi.

Chi sapeva, ha taciuto, ha dichiarato di non sapere — e lo ha fatto di fronte al Congresso, con i dossier già archiviati.

Il punto che la class action italiana sfiora, senza tuttavia portarlo al centro, è che il problema non risiede in alcune funzionalità specifiche che potrebbero essere rimosse o attenuate — lo scroll infinito, le notifiche, i like. Il problema è che queste funzionalità costituiscono il modello di business di Meta, non le sue anomalie. Il business pubblicitario dell’azienda rappresenta il 97,7% del fatturato, alimentato da algoritmi di targeting che si nutrono del tempo di permanenza degli utenti sulla piattaforma. Un utente che smette di scorrere smette di generare impressioni pubblicitarie. Un adolescente che non viene trattenuto in sessione non esiste come profilo commerciale. La dipendenza, in questo schema, è la condizione necessaria al funzionamento del sistema.

Questa aritmetica spiega perché, stando ai documenti giudiziari americani, le misure di sicurezza per i minori che Meta ha introdotto negli anni sarebbero state progettate sistematicamente per essere marginali o scarsamente utilizzate. La ragione è semplice: una misura di sicurezza efficace riduce l’engagement, e una riduzione dell’engagement si traduce direttamente in una riduzione del fatturato. In una società con 59,89 miliardi di dollari di ricavi nell’ultimo trimestre del 2025, ogni punto percentuale di engagement in meno vale miliardi. Il calcolo è razionale. Il costo è distribuito su corpi e menti di adolescenti che non figurano in nessun bilancio.

Negli Stati Uniti il quadro giudiziario ha già prodotto sentenze. Una giuria del New Mexico ha condannato Meta al pagamento di 375 milioni di dollari per aver consapevolmente esposto i minori al rischio di sfruttamento sessuale e per aver ingannato il pubblico sulla sicurezza delle proprie piattaforme. Una giuria di Los Angeles ha stabilito che Meta aveva implementato in modo negligente un design di piattaforma che aveva prodotto dipendenza documentata con gravi conseguenze psicologiche su un utente minorenne. Nel 2023, quarantadue Stati americani avevano citato Meta in giudizio con un fronte bipartisan insolito, accusando l’azienda di aver progettato i propri prodotti per massimizzare il tempo di utilizzo dei minori a scapito del loro benessere — e di averlo fatto consapevolmente, nonostante le ricerche interne.

In Europa il piano è diverso. La Commissione europea ha sanzionato Meta con 200 milioni di euro nell’aprile 2025 ai sensi del Digital Markets Act, per violazioni legate alla pubblicità personalizzata e alla mancanza di alternative conformi alla privacy, non alla tutela dei minori. Il Digital Services Act impone obblighi alle piattaforme sull’uso di dati personali per la profilazione degli utenti minorenni, ma i meccanismi di enforcement sono ancora nella loro fase iniziale. La class action milanese si inserisce in questo spazio intermedio: un ordinamento giuridico europeo che ha gli strumenti normativi ma non ancora la giurisprudenza.

Che il ricorso venga accolto o rigettato il 14 maggio — e tecnicamente la prima udienza serve a valutare l’ammissibilità, non a emettere sentenza nel merito — il valore di questa causa sta altrove rispetto al suo esito immediato: nel fatto che mette per la prima volta un tribunale europeo nella posizione di dover rispondere a una domanda precisa: il design di una piattaforma può essere giuridicamente responsabile dei danni che produce, indipendentemente dai contenuti che vi circolano?

La class action accoppia Meta e TikTok come se fossero la stessa cosa, e questa semplificazione merita di essere segnalata. Il caso contro Meta è costruito su anni di documentazione autoprodotta: leak interni, dossier desecretati, dichiarazioni congressuali contraddette da prove documentali, sentenze già emesse in giurisdizioni straniere. È una catena di autoincriminazione che non ha equivalente nei confronti di TikTok, la cui opacità è di natura diversa — strutturale, geopolitica, non ancora resa leggibile da uno scandalo documentale paragonabile. Trattare le due aziende sullo stesso piano appiattisce una distinzione che è essa stessa una storia separata.

La risposta pubblica di Meta alla presentazione della class action è stata, con precisione prevedibile, che l’azienda difende il proprio operato e continua a impegnarsi per la sicurezza dei ragazzi, che gli account per teenager offrono protezioni predefinite, che i genitori vengono supportati. È la stessa formula diffusa dal 2021 in avanti, invariata nella sostanza, applicata a ogni contesto: audizioni parlamentari, class action statali, inchieste giornalistiche, denunce europee. La coerenza è ammirevole, nel senso che una risposta standard a qualsiasi accusa è la risposta più efficiente quando si è certi che nessun tribunale abbia ancora trovato il modo di renderla insufficiente.

Il 14 maggio potrebbe essere il momento in cui un tribunale europeo comincia a provarci.

Fonti

ANSA, “Moige, 14 maggio decisione se mandare a processo Fb, Instagram e TikTok”, 8 maggio 2026 — ansa.it
Secolo d’Italia, “Class Action contro Meta e TikTok: il Moige lancia l’offensiva legale”, 8 maggio 2026 — secoloditalia.it
MOIGE, “Safer Internet Day: class action contro Meta e TikTok, al via la petizione”, 9 febbraio 2026 — moige.it
TecnoAndroid, “Meta sotto accusa per salute mentale, svelati presunti insabbiamenti interni”, novembre 2025 — tecnoandroid.it
Il Fatto Quotidiano, “Class action delle scuole USA contro Meta: l’accusa — nascosti studi che identificano un legame causale”, dicembre 2025 — ilfattoquotidiano.it
Xpert.digital, “Cause legali, debiti e scommesse sull’intelligenza artificiale: il modello di business di Meta”, marzo 2026 — xpert.digital
Agenda Digitale, “41 Stati Usa contro Meta: tutelare salute mentale dei minori”, ottobre 2023 — agendadigitale.eu
Wall Street Journal / Frances Haugen, “The Facebook Files”, settembre–ottobre 2021 — wsj.com