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Il 4 maggio 1493 un vescovo scrive una lettera che divide il mondo. Il vescovo è Rodrigo Borgia, papa Alessandro VI; i destinatari sono Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia; l'oggetto è una riga tracciata sull'oceano, «a cento leghe verso ovest e sud da una qualsiasi delle isole comunemente note come Azzorre e Capo Verde». A ovest della riga, tutte le terre «scoperte e da scoprire» che non appartengano a un re o principe cristiano vengono donate alla Corona spagnola. La bolla si chiama Inter caetera e il suo linguaggio non lascia dubbi sulla posta in gioco: si tratta di «abbattere le nazioni barbare e condurle alla fede». Da quella riga sul mare comincia la storia che ancora oggi chiamiamo civiltà: un documento firmato che stabilisce chi è soggetto e chi è cosa.

La distinzione tra il civilizzato e il selvaggio circola come un'opinione: si immagina che sia una descrizione del mondo, un modo approssimativo di dire che alcune società hanno costruito città e altre no. È un'attribuzione comoda, perché lascia il mito nel campo delle idee, dove le idee si discutono e non mordono. La sua storia è materiale: si trova nei registri delle cancellerie, nelle formule lette ad alta voce davanti a persone che non conoscevano la lingua, nelle sentenze che hanno trasformato un continente in proprietà. Il mito è un dispositivo e un dispositivo si riconosce da ciò che produce. Produciamo, allora, i suoi documenti.

La mappa è il nome tecnico di uno strumento che decide, prima di ogni conquista, in quale categoria entra il mondo: chi è persona e chi è risorsa, chi ha titolo e chi occupa, quale terra è sviluppata e quale è vuota. Chi traccia la mappa traccia anche il limite di ciò che viene riconosciuto come esistente. Un popolo che non compare nella mappa non viene sterminato perché è diverso; viene dichiarato diverso per poterlo sterminare senza che l'atto conti come sterminio.

Il meccanismo è il funzionamento normale del potere quando si estende: prima classifica, poi agisce. La classificazione è la condizione della conquista: la precede e la autorizza. Nessun conquistatore moderno è partito senza un testo che dicesse di avere ragione. E la particolarità del dispositivo civilizzatore è la sua durata: la mappa tracciata nel 1493 è stata riscritta più volte con lo stesso disegno e i decreti che ne derivano sono ancora in vigore sotto nomi nuovi.

Per capire come funziona, bisogna leggere i testi. Tre bastano a ricostruire la catena: la bolla di donazione, la formula di guerra, la sentenza di proprietà.

Prima di Inter caetera c'è Dum Diversas, la bolla di Niccolò V del 1452, che autorizza il re del Portogallo a ridurre in schiavitù ereditaria i «saraceni, i pagani e qualsiasi altro infedele» conquistati in guerra. Il testo stabilisce un principio che governerà tre secoli di espansione: l'appartenenza a una fede diversa è titolo sufficiente per la perdita della libertà. Nel 1493 Alessandro VI perfeziona il dispositivo: non più solo la riduzione degli individui, ma la donazione dei territori, con una linea geometrica che assegna a una Corona europea ciò che sta dall'altra parte dell'oceano, senza che nessuno degli abitanti sia stato interpellato. La mappa non descrive il mondo, lo spartisce.

Il passaggio dalla mappa alla violenza ha un documento che gli dà forma: il Requerimiento, redatto nel 1513 dal giurista Juan López de Palacios Rubios su incarico del Consiglio di Castiglia. È un testo di poche pagine che gli spagnoli leggono ad alta voce agli indigeni, spesso in castigliano o in latino, davanti a popolazioni che non comprendono una parola. Comincia con la creazione del mondo, prosegue con la successione di San Pietro e arriva al punto: Dio ha affidato al papa le terre del Nuovo Mondo, il papa le ha date al re di Castiglia: se gli ascoltatori accettano l'autorità del re nulla accadrà; se rifiutano, la guerra è legittima e il popolo sarà sottomesso e ridotto in servitù. La lettura di un testo incomprensibile funge da condizione del consenso: chi non può capire non può accettare, chi non accetta è nemico. Bartolomé de las Casas, che ne denunciò l'uso, raccontò che i conquistatori leggevano il Requerimiento di notte, a distanza, alle popolazioni che dormivano, per poterne poi registrare formalmente il rifiuto.

Il terzo anello è una sentenza americana di tre secoli dopo. Nel 1823 la Corte Suprema degli Stati Uniti, con la firma del giudice John Marshall, emette la decisione Johnson v. McIntosh, che fonda la cosiddetta dottrina della scoperta. Il ragionamento stabilisce che il diritto di proprietà degli indigeni sulla terra è un semplice diritto di occupazione, che non si può vendere a nessuno tranne che al potere che li ha «scoperti» e che quel potere ha il diritto esclusivo di estinguere l'occupazione. Marshall scrive che i popoli indigeni erano «guerrieri non civilizzati» e che la loro terra, non essendo stata ridotta a coltura secondo il criterio europeo, poteva essere trattata come vacante. Una terra non recintata e non coltivata è spazio in attesa. Da quel principio discende la titolarità di gran parte del territorio degli Stati Uniti, da quel principio discendono ancora oggi le controversie sulla terra dei nativi, duecento anni dopo.

La catena è completa e funziona in un modo solo: un testo dichiara fuori dalla categoria di soggetto un insieme di persone, di lì in avanti ogni atto contro di loro è amministrazione, non violenza. Il decreto è la conquista nella sua forma più efficiente, perché la rende ripetibile e trasmissibile.

Un dispositivo di classificazione che funzioni solo verso l'esterno sarebbe fragile: avrebbe bisogno, ad ogni applicazione, di un confine da attraversare. La forza del mito civilizzatore è che attraversa quel confine senza cambiare forma. Lo stesso vocabolario che dichiara selvaggio l'abitante del Nuovo Mondo si applica, in Europa, a chi rifiuta l'ordine economico che si sta consolidando.

Il caso della caccia alle streghe lo mostra con una precisione che nessun'altra persecuzione raggiunge. Il Malleus Maleficarum, il manuale degli inquisitori pubblicato nel 1486, precede di sette anni la bolla di donazione e appartiene allo stesso clima intellettuale: un testo normativo che stabilisce come riconoscere, giudicare e punire un essere che si è dichiarato fuori dall'ordine. La sovrapposizione non è casuale. L'Inquisizione che classifica la strega e la Corona che classifica il selvaggio usano la stessa logica: identificano un soggetto che rifiuta l'autorità costituita, il rifiuto è la prova della sua colpevolezza.

I dati della repressione sono documentati. In tutta Europa, secondo la storiografia consolidata, circa l'ottanta per cento dei condannati per stregoneria furono donne, in maggioranza over quaranta. L'oggetto privilegiato della persecuzione è un soggetto con una posizione economica e sociale autonoma: donne che gestivano beni propri, che praticavano la medicina popolare, che vivevano fuori dalla struttura familiare autorizzata, che partecipavano a riti comunitari non mediati dal clero. La strega è la donna indipendente; l'indipendenza viene letta come crimine.

Silvia Federici, in Caliban and the Witch, propone una lettura che va oltre l'aspetto religioso: le cacce alle streghe furono un'operazione di disciplinamento del corpo femminile e delle economie non monetarie, funzionale all'accumulazione capitalistica in formazione. Le donne che venivano accusate controllavano la riproduzione, la cura, la terra comune, il sapere della guarigione: tutte funzioni che il nuovo ordine economico doveva ricondurre sotto il controllo del salario e della proprietà privata. La persecuzione non eliminava solo le persone, eliminava una modalità di esistenza che non si lasciava monetizzare. Il dato resta: per due secoli l'Europa bruciò le donne che non rientravano nell'ordine e le bruciò per decreto.

Lo stesso movimento si applica alle economie contadine, ai moti popolari, agli eretici, a tutti coloro che la nascente economia monetaria non riusciva a incassare. La mappa aveva già tracciato, fuori dall'Europa, la linea tra soggetto e risorsa. Nel Seicento quella linea rientra: il selvaggio è ormai l'interno da disciplinare. La civiltà non poteva avere nemici al proprio interno; aveva bisogno che chi non rientrava nell'ordine fosse dichiarato fuori dall'ordine e trattato con lo stesso vocabolario con cui trattava i popoli vinti. La strega e l'indigeno sono la stessa posizione, in due luoghi diversi.

Il dispositivo non richiede un decreto per durare. Assume i nomi che l'epoca gli mette a disposizione: nel Cinquecento è la fede, nell'Ottocento è la civiltà, nel Novecento è lo sviluppo, oggi è la transizione. La struttura resta quella di stabilire una gerarchia tra chi ha raggiunto un traguardo e chi deve ancora arrivarci, con il secondo che deve al primo la propria condizione di arretratezza.

Il linguaggio dello sviluppo ha preso il posto del linguaggio della conversione, senza cambiarne l'impianto. Il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le agenzie di cooperazione operano sulla premessa che esista una sola strada verso il benessere e che il resto del mondo debba «raggiungere» l'Occidente; il punto è che nessuno chiede verso quale Occidente, un modello già in crisi ecologica e sociale che continua a essere proposto come traguardo universale. La distinzione tracciata riguarda ora chi ha raggiunto il grado giusto di sviluppo. E, come nel 1493, la classificazione precede l'intervento: prima si dichiara arretrato un paese, poi il suo debito diventa una leva di condizionamento, poi le sue risorse entrano in una filiera internazionale e la sua sovranità economica viene trasferita ai creditori.

Nell'ambito del sapere, il dispositivo separa da secoli ciò che è conoscenza da ciò che è superstizione. La medicina popolare europea era eresia; la medicina tradizionale dei popoli colonizzati era folklore, finché l'industria non ha trovato il modo di appropriarsene e di chiamarla brevetto. La classificazione influenza anche i luoghi, a monte del dibattito pubblico: un bosco può essere dichiarato area da edificare, un bacino idrico può diventare «infrastruttura» o serbatoio per un impianto, un territorio può essere ridenominato zona economica speciale con regole proprie e diritti sospesi. Chi decide quale nome spetti al luogo decide anche cosa si può fare in quel luogo, la decisione viene presentata come tecnica, non politica, perché la mappa non si discute: si applica. La pubblicazione ha ricostruito in altri luoghi come questa tecnica ridefinisca un territorio, quando il territorio diventa zona economica separata e la sua sovranità passa a un atto istitutivo, o quando una categoria giuridica come «sostanza pericolosa» decide in anticipo chi è criminale e chi no.

Il punto che tiene insieme tutto questo è epistemologico prima che politico: chi stabilisce che cosa è conoscenza. La mappa non si limita a ordinare il mondo esistente, dice anche che tipo di sapere vale per descriverlo. La scienza come metodo è irrinunciabile, ma la scienza come autorità istituzionale è catturabile e quando lo è decide quali domande sono legittime e quali sono irrilevanti prima ancora che siano poste. La tecnocrazia è l'uso della tecnica per stabilire ciò che è pensabile; il dispositivo coloniale ne è il primo laboratorio. La distinzione tra l'esperto autorizzato e il testimone inaffidabile, tra il dato verificabile e l'esperienza inverificabile, era già scritta nel Requerimiento: chi non capisce il testo è fuori dal testo.

Il mito civilizzatore non chiede di essere creduto, chiede di essere usato. Non vive nelle opinioni delle persone, vive nei documenti delle istituzioni, nei decreti, nei parametri di valutazione, nei criteri di accesso al credito, nelle classificazioni del diritto. Si riconosce ogni volta che una distinzione tra esseri umani viene presentata come descrizione anziché come decisione: che un popolo sia arretrato, che una terra sia disponibile, che una donna sia fuori dall'ordine, che un sapere sia folklore, che un non umano sia risorsa.

Smontare il dispositivo non significa rovesciarlo. Chi dice che i popoli conquistati erano migliori di chi li ha conquistati non smonta la gerarchia, la usa al contrario: sostituisce un vertice con un altro, lasciando intatta la forma che stabilisce che ci debba essere un vertice. La critica della civiltà non è una nostalgia: non colloca il passato fuori dal tempo come età dell'oro, non sacralizza la natura in luogo dell'uomo, non offre un rifugio. Ogni fase ha il suo tipo umano e il suo esito, il compito è vedere il meccanismo mentre gira.

Per cinque secoli alcuni uomini si sono attestati il diritto di decidere per gli altri: quali esseri contano e quali sono mezzi, quali orientamenti sono legittimi, quali porzioni di vita si possono precludere e come giudicarle. Hanno presentato questa decisione come un fatto della natura o un grado della civiltà; chi la subiva come un essere arretrato o fuori dall'ordine. Lo stesso male è in forza nel presente; il compito è riconoscerlo: vedere quali soggetti vengono dichiarati fuori dall'ordine oggi, con quale testo e perché tanti lo ignorano o non sanno leggerlo.

Fonti

Alessandro VI, bolla Inter caetera, 4 maggio 1493 — testo latino e traduzione inglese — papalencyclicals.net
Niccolò V, bolla Dum Diversas, 18 giugno 1452 — sintesi e rimando al testo — en.wikipedia.org
Requerimiento, 1513, redatto da Juan López de Palacios Rubios per Ferdinando II d'Aragona e Giovanna di Castiglia — en.wikipedia.org
Johnson v. McIntosh, 21 U.S. (8 Wheat.) 543, Corte Suprema degli Stati Uniti, 1823, giudice John Marshall — dottrina della scoperta e aboriginal title — en.wikipedia.org
Malleus Maleficarum, 1486 — manuale degli inquisitori — en.wikipedia.org
Witch trials in the early modern period — composizione delle vittime e bibliografia storiografica — en.wikipedia.org
Silvia Federici, Caliban and the Witch: Women, the Body and Primitive Accumulation, Autonomedia, 2004 — en.wikipedia.org
AnotherWorld.network, «Le zone economiche speciali e la sovranità trasferita» — anotherworld.network
AnotherWorld.network, «La canapa: proibizione, storia, geopolitica» — anotherworld.network