Il riarmo europeo avanza nello stesso momento in cui l’industria automobilistica del continente attraversa la crisi più grave dal dopoguerra, e le due cose condividono la stessa radice. La Cina ha superato la Germania come primo esportatore mondiale di automobili, i suoi modelli elettrici offrono sistemi di assistenza alla guida più avanzati a prezzi sensibilmente inferiori, e Volkswagen ha annunciato nel 2024 la prima chiusura di stabilimenti nella sua storia. Nello stesso arco di tempo l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare settecentocinquanta miliardi di dollari di gas naturale liquefatto, petrolio e combustibile nucleare statunitensi entro il 2028, a un prezzo superiore a quello del gas russo che sostituisce, mentre destina risorse crescenti al riarmo. Il mercato che si perde da una parte si ritrova dall’altra, sotto un’altra voce di bilancio.
La ricorrenzaLo schema che segue queste pagine è una chiave interpretativa, costruita sulla ricorrenza del meccanismo più che sull’esattezza del calendario: un ordine economico consolidato entra in crisi, e lo stato sposta risorse dal mercato civile verso l’apparato militare, presentando la conversione come necessità strategica anche quando è insieme sostituzione di un’industria che il mercato ha già bocciato. Si ripete con una regolarità sufficiente a meritare attenzione, sempre nella stessa combinazione.
Nel 1720 la bolla della South Sea Company travolse i mercati finanziari britannici nello stesso decennio in cui Federico Guglielmo I di Prussia costruiva il più imponente esercito d’Europa in proporzione alla popolazione, con una spesa militare pro capite senza pari sul continente, mentre l’economia civile prussiana restava tra le più arretrate. Un secolo dopo, negli anni Venti dell’Ottocento, il Concerto d’Europa nato al Congresso di Vienna per gestire collettivamente la pace si incrinò proprio nella repressione armata dei moti liberali — l’Austria intervenne militarmente in Italia nel 1821, la Francia borbonica inviò centomila soldati in Spagna nel 1823 — un ordine post-bellico che si reggeva sulla soppressione militare delle proprie crepe interne. Il terzo caso, il più noto, è il primo dopoguerra novecentesco: la crisi dell’industria automobilistica e la corsa al riarmo che aprono questo pezzo ne sono, secondo questa lettura, l’ultima replica.
Il meccanismo non rispetta il calendario con la stessa precisione ovunque: la crisi finanziaria di questo secolo si consuma nel 2008, non nel 2020, ben prima del suo anno Venti. Conta la sequenza — crisi del mercato civile, riconversione militare, giustificazione strategica della riconversione — non la cifra tonda del decennio.
Il dossier anglo-americanoC’è un secondo filo, distinto dal primo e verificabile su fonti dirette, che retrodata l’origine della vicenda ben oltre Reagan: la dottrina anglosassone di impedire il consolidamento di una potenza continentale in Eurasia. Il geografo britannico Halford Mackinder la formulò nel 1904 in The Geographical Pivot of History: chi controlla l’Europa dell’Est comanda il cuore dell’Eurasia, chi comanda l’Eurasia comanda il mondo, e le potenze marittime — Gran Bretagna prima, Stati Uniti poi — devono impedire che una potenza continentale, o una sua alleanza, arrivi a controllare quello spazio.
Mackinder rafforzò la tesi nel 1919, in Democratic Ideals and Reality, esplicitamente contro un’alleanza tedesco-russa — nella stessa finestra in cui l’Europa del primo dopoguerra attraversava il proprio anno Venti novecentesco. I due piani di questo pezzo, la ricorrenza interpretativa e il dossier documentato, si toccano qui per un istante, senza fondersi: la dottrina anglosassone si formula esplicitamente proprio mentre il continente vive la crisi che apre questo racconto. Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Carter, ha aggiornato la stessa dottrina nel 1997 in The Grand Chessboard, sostenendo che il compito centrale della strategia americana in Eurasia fosse impedire il consolidamento di qualunque potenza, o coalizione di potenze, capace di dominare il continente.
L’esecuzione concreta di questa dottrina nel dopoguerra è documentabile passo per passo. Nel dicembre 1981 l’amministrazione Reagan impose un embargo sulla tecnologia statunitense destinata al gasdotto Urengoj-Pomary-Uzhgorod, lo stesso corridoio che oggi porta il gas russo in Europa, estendendolo nel 1982 alle sussidiarie europee delle aziende americane — una misura che il ministro degli esteri francese definì pubblicamente “guerra economica contro gli alleati”. Un memorandum del gennaio 1982, oggi declassificato e consultabile negli archivi del Dipartimento di Stato, descrive la crisi polacca come “la migliore opportunità” per far deragliare il progetto, e le stime dell’epoca — CIA compresa — indicavano l’obiettivo strategico in termini espliciti: impedire che la dipendenza energetica europea dal gas sovietico diventasse un fattore di peso nelle decisioni occidentali verso Mosca. Le pressioni europee guidate da Germania Ovest, Francia e Regno Unito costrinsero Reagan a ritirare l’embargo nel novembre 1982, e il gasdotto entrò in funzione nel 1984 come previsto.
Lo schema si è ripetuto quasi identico con Nord Stream 2. Il Congresso ha approvato nel 2019 la legge PEESA, sanzioni dirette contro le navi impegnate nella posa del gasdotto e i loro proprietari; l’azienda svizzera Allseas ha abbandonato il cantiere sotto minaccia di sanzioni statunitensi; Donald Trump ha descritto pubblicamente la Germania come “ostaggio” della Russia — la stessa parola, a un secolo di distanza esatto dal primo caso qui citato, già circolata nel 1982. Un’analisi di Radio Free Europe lo ha scritto senza mezzi termini: gli sforzi statunitensi per bloccare i gasdotti russi verso l’Europa falliscono sistematicamente dagli anni Sessanta, a partire dall’amministrazione Kennedy — l’ultima fase esecutiva, non la prima, di una dottrina che comincia con Mackinder.
Il sabotaggio fisico di Nord Stream nel settembre 2022 resta un capitolo a parte, con mandanti ed esecutori tutt’altro che coincidenti nelle ricostruzioni oggi sul tavolo. L’unica inchiesta ancora attiva, quella tedesca, ha portato all’arresto di più cittadini ucraini; un’inchiesta di Der Spiegel del febbraio 2026 attribuisce l’operazione a un gruppo ucraino approvato dall’allora comandante in capo Valerij Zaluzhny e finanziato da un privato, con la CIA che secondo la stessa fonte ne discusse i dettagli in una prima fase per poi mettere in guardia gli ucraini dal procedere. La versione alternativa, quella di sommozzatori della marina statunitense sostenuta dal giornalista Seymour Hersh, ha accumulato negli anni contestazioni tecniche circostanziate che la rendono oggi la ricostruzione meno accreditata tra quelle in campo. Chi ha eseguito il sabotaggio e chi, eventualmente, lo ha reso possibile restano questioni distinte, e la seconda è tutt’altro che chiusa.
Un secolo di dottrina dichiarata, sanzioni ed embarghi contro ogni tentativo di integrazione energetica tra Europa e Russia non richiede un sabotaggio per dimostrare un obiettivo strategico costante. Lo dimostra già da sé.
I due piani si sovrappongono nel 2022 senza fondersi in un’unica catena causale: l’invasione russa dell’Ucraina ha offerto la giustificazione politica per completare in pochi mesi ciò che un secolo di dottrina anglo-americana non era riuscito a ottenere del tutto — la fine delle importazioni russe di gas via tubo verso l’Europa. È insieme l’ennesimo innesco della ricorrenza ciclica e l’esito più recente di una pressione strutturale che la precede di oltre un secolo.
L’accordo commerciale firmato in Scozia il 27 luglio 2025 tra Ursula von der Leyen e Donald Trump — noto come Turnberry Deal — ha reso la sostituzione contrattuale: l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare settecentocinquanta miliardi di dollari di gas naturale liquefatto, petrolio e combustibile nucleare statunitensi entro il 2028, in cambio di un tetto del quindici per cento sui dazi americani sulle esportazioni europee — automotive compreso. Gli Stati Uniti coprivano già il cinquantacinque per cento delle importazioni di GNL dell’Unione nella prima metà del 2025; le proiezioni dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis indicano che la quota salirà all’ottanta per cento entro il 2028-2029. Diversi analisti, IEEFA compresa, hanno definito l’impegno quantitativamente irrealizzabile — gli Stati Uniti dovrebbero più che triplicare l’export verso l’Europa per rispettarlo — ma la direzione politica dell’accordo non richiede che i numeri tornino: richiede che l’Europa dipenda da un unico fornitore energetico occidentale al posto di uno orientale, pagando di più per il privilegio.
Quel che si tocca oggiCome avevamo riportato nella nostra precedente analisi sulla reale capacità industriale del riarmo europeo, la distanza tra la retorica del riarmo e la catena di montaggio si misura in droni, terre rare e decenni di ritardo industriale — un ritardo che l’asimmetria di costo tra droni e blindati rende ancora più difficile da colmare. Un drone FPV a fibra ottica, immune alla guerra elettronica e assemblabile con poche centinaia di euro di componenti, ha dimostrato sul campo ucraino di poter distruggere blindati e obici il cui valore supera il milione di euro — un rapporto di costo nell’ordine delle decine di migliaia a uno, secondo le stime di analisti come Noah Sylvia del Royal United Services Institute. La domanda che l’industria della difesa europea non ha ancora affrontato pubblicamente è se abbia senso continuare a investire in carri armati e sistemi d’arma pesanti da decine di milioni di euro quando l’asimmetria di costo ha già ribaltato il campo di battaglia.
C’è un secondo problema, meno discusso e più corrosivo: quanto più un sistema d’arma dipende da componenti elettroniche, software e aggiornamenti forniti dall’estero, tanto meno l’Europa ne controlla la disponibilità operativa reale. Un continente che affida la propria transizione energetica a un unico fornitore atlantico e la propria strategia industriale al riarmo sta scambiando una dipendenza con un'altra, più costosa e meno visibile di quella che sostituisce, sotto l'etichetta di autonomia strategica.
Cosa restaIl pattern che questo pezzo descrive non prova che qualcuno, da qualche parte, stia eseguendo un piano secondo un copione già scritto. Prova qualcosa di più verificabile e, in fondo, più inquietante: che le stesse condizioni strutturali — un mercato civile in crisi, un rivale strategico interessato a impedire l’autonomia altrui, uno stato disposto a scambiare l’una con l’altra — producono lo stesso esito ogni volta che si ripresentano, indipendentemente da chi occupi il potere in un dato momento. L’Europa del 2026 è già dentro il suo anno Venti. La posta in gioco è se questa volta uscirà dallo schema, o se lo eseguirà di nuovo fino in fondo, come ha già fatto tre volte prima.
Fonti
Wikipedia, “Heartland theory” (Mackinder, The Geographical Pivot of History, 1904) — en.wikipedia.org
GEOPOL, “Heartland Theory: Mackinder’s Geographical Pivot of History”, con discussione di Brzezinski, The Grand Chessboard (1997) — geopol.uk
RFE/RL, “U.S. Efforts To Derail Russian Pipelines To Europe Have Failed Since The 1960s. Will Nord Stream 2 Be Any Different?”, agosto 2019 — rferl.org
Vocal Europe, “How Russian Pipelines Heat Up Tensions: From Reagan’s Battle Over Yamal To The European Row On Nord Stream 2”, febbraio 2020 — vocaleurope.eu
U.S. Department of State, Office of the Historian, documento declassificato, FRUS 1981–88, Volume III — history.state.gov
Center on Global Energy Policy, Columbia SIPA, “Transatlantic Sanctions Policy: From the 1982 Soviet Gas Pipeline Episode to Today” — energypolicy.columbia.edu
Wikipedia, “Nord Stream pipelines sabotage” (stato dell’inchiesta, aggiornato) — en.wikipedia.org
Quotidiano.net, “Nuovi droni russi in fibra ottica, economici e letali. ‘Non possono essere intercettati’”, aprile 2025 — quotidiano.net
Canale Energia, “L’Unione Europea capitola sul ‘Turnberry Deal’”, giugno 2026 — canaleenergia.com
Encyclopedia.com, “Restoration (England)” — ricostruzione del Concerto d’Europa e della repressione armata dei moti liberali 1820–1823 — encyclopedia.com