Il 27 luglio 2026 Johnson & Johnson ha comunicato un accordo da 5,5 miliardi di dollari per chiudere circa 76.000 cause legate all’amianto trovato nel suo talco cosmetico. La stessa fibra, nella stessa famiglia di rocce che si trova sotto la Val di Susa, resta al centro di uno scontro molto più vicino a noi.

L’intesa copre quasi la totalità delle cause ancora pendenti contro l’azienda, riunite davanti al tribunale federale del New Jersey e nelle corti statali americane. Diventerà definitiva solo se il 95% dei richiedenti la accetterà, e potrebbe salire fino a 7 miliardi di dollari secondo le stime dei legali dei ricorrenti, che rappresentano complessivamente circa 2.500 persone. L’accordo arriva dopo che una precedente proposta da 9 miliardi, presentata tramite la controllata Red River Talc, era stata respinta da un tribunale fallimentare statunitense: Johnson & Johnson aveva rinunciato all’appello e scelto di proseguire la battaglia in aula, salvo tornare pochi mesi dopo su un tavolo negoziale. Erik Haas, vicepresidente mondiale per il contenzioso del gruppo, sostiene che l’azienda avrebbe comunque vinto in tribunale e presenta l’accordo come un modo per chiudere una disputa ormai quindicennale, senza ammetterne la responsabilità. È una posizione legittima, da riportare per intero. Genera però una domanda che nessun comunicato aziendale scioglie: perché pagare miliardi per una battaglia che si dichiara di poter vincere? La risposta comincia da una montagna di documenti interni, portata alla luce nel 2018, e prosegue fino alle valli piemontesi dove quella stessa azienda comprava la sua materia prima, per poi allargarsi a un pattern che attraversa continenti interi e arriva, con un’eco geologica precisa, fino alle montagne che oggi si scavano in Val di Susa.

Il talco è il minerale più tenero che esista in natura, e nasce dalla trasformazione di rocce ultrabasiche — le serpentiniti — sotto condizioni di temperatura e pressione molto specifiche. Queste stesse condizioni generano, nella stessa vena di roccia, l’amianto: crisotilo soprattutto, accompagnato talvolta dagli anfiboli della serie tremolite-actinolite. Talco e amianto sono minerali fratelli ovunque si formino, in Vermont come in Piemonte, in Cina come in Brasile. Estrarre il primo comporta sempre il rischio di portare con sé il secondo. La comunità scientifica lo documenta da decenni, e proprio per questo la Farmacopea Ufficiale italiana impone da tempo l’assenza totale di fibre di asbesto nel talco destinato ai prodotti per il corpo. La distinzione tra le due sostanze, sulla carta, è netta. Nella roccia, molto meno: la stessa vena può contenere entrambi i minerali in proporzioni variabili, e separarli con certezza richiede metodi di analisi che l’industria stessa sceglie, calibra e talvolta contesta quando i risultati non convengono. Il nodo riguarda chi controlla il test che dovrebbe far rispettare quella legge, e quanto quel controllo resti nelle stesse mani che traggono profitto dall’estrazione.

Nel 1964 una controllata di Johnson & Johnson acquista un gruppo di miniere di talco nel Vermont. Entro il 1967 i campioni estratti risultano positivi alla tremolite, una forma di amianto. L’azienda continua a estrarre da queste stesse miniere per tutto il decennio successivo, nonostante test ripetuti confermino la presenza di fibre classificabili come amianto, senza che la produzione venga mai sospesa né il pubblico avvisato. Lo schema che si ripeterà in ogni continente nasce qui, nel Nordamerica: si scopre la contaminazione, la si gestisce internamente, e si continua a vendere il prodotto come sicuro, mentre i documenti che la smentiscono restano chiusi in un archivio aziendale per decenni, fino a quando un tribunale non ne impone la consegna.

Già nel 1957 e nel 1958 un laboratorio di consulenza segnala tracce di tremolite fibrosa nel talco che Johnson & Johnson acquista da un fornitore italiano, la miniera di Val Chisone vicino Torino, all’epoca fonte del pregiato «Bianco delle Alpi» estratto nel bacino minerario tra Val Chisone e Val Germanasca. Nel 1974 i proprietari della miniera stampano un opuscolo promozionale che riporta, tra le altre informazioni, il ritrovamento di tracce di amianto nel talco. Per un ricercatore di Johnson & Johnson quell’opuscolo rappresenta, nelle sue stesse parole emerse dai documenti giudiziari desecretati, «una minaccia commerciale» capace di sollevare dubbi sulla purezza dichiarata del prodotto. Lo scienziato convince i proprietari della miniera a bloccare la distribuzione della versione inglese finché gli uffici dell’azienda non l’avranno riscritta. L’obiettivo è far sparire la frase scomoda da un documento già in circolazione.

Il quadro scientifico sul talco piemontese resta comunque genuinamente controverso, e va riportato con lo stesso rigore riservato all’azienda. Gli studi di coorte condotti sui minatori di Val Germanasca e Val Chisone — a partire dal lavoro di Rubino e colleghi negli anni Settanta, poi ripreso in una meta-analisi internazionale del 2006 che confronta Vermont, Norvegia, Italia, Francia e Austria — non hanno trovato un eccesso di mortalità per mesotelioma o tumore polmonare tra quei lavoratori, il cui vero flagello storico fu semmai la silicosi da polveri di silicati. Lo studio sperimentale su animali di Cesare Maltoni, condotto invece con talco grezzo sicuramente contaminato da amianto, risultò «mesoteliomatogeno». Il talco italiano e la sua reale pericolosità restano oggetto di dibattito scientifico legittimo. Il fatto che nessuno contesta, però, resta questo: quando le tracce vennero segnalate nel 1974, la risposta fu una sola — riscrivere l’opuscolo.

Nel dicembre 2018 Reuters pubblica un’inchiesta firmata da Lisa Girion basata su migliaia di pagine di documenti interni, resi disponibili da un’ondata di cause legali. L’inchiesta stabilisce che dal 1971 ai primi anni Duemila il talco grezzo e le polveri finite dell’azienda risultarono a volte positivi a piccole quantità di amianto, e che dirigenti, tecnici, scienziati, medici e legali dell’azienda discussero del problema senza mai rivelarlo alle autorità né al pubblico. Un memo interno del 1973, firmato da Tom Shelley, direttore dei laboratori centrali di ricerca, lo mette per iscritto in una frase che vale l’intera vicenda: «we may wish to keep the whole thing confidential». Nello stesso anno la FDA statunitense trova amianto nel talco Shower to Shower dell’azienda — un dato che Johnson & Johnson ometterà anni dopo, quando affermerà pubblicamente che ogni test della FDA sul suo talco era sempre risultato negativo. Quando l’inchiesta esce, il titolo dell’azienda perde circa il 10% del proprio valore in una sola seduta, bruciando quasi 40 miliardi di dollari di capitalizzazione: la reazione di un mercato che, per la prima volta, vede messa in discussione la garanzia più antica del marchio.

Lo schema si ripete ogni volta che lo stesso attore controlla sia l’estrazione del minerale sia il test che ne certifica la sicurezza.

Nei mesi successivi all’inchiesta, il regolatore indiano ordina a Johnson & Johnson di fermare la produzione di talco negli stabilimenti di Mulund e Baddi, in attesa di test indipendenti sulla contaminazione da amianto. La produzione riprende a febbraio 2019, dopo che un laboratorio governativo dichiara i campioni conformi. Nello stesso periodo lo Sri Lanka blocca le importazioni del prodotto fino a nuova prova di sicurezza. Dal 2003 l’azienda si rifornisce di talco soprattutto da Cina, India e Brasile, secondo una mappatura della catena di fornitura pubblicata nel 2020: tre miniere alimentano l’intera produzione mondiale, tra cui quella di Cabeceiras, nello stato brasiliano di Bahia, e un impianto cinese che rifornisce uno stabilimento americano a Houston. La stessa dinamica di potere — chi estrae controlla anche il test che certifica cosa ha estratto — si è semplicemente spostata verso il Sud globale, dove il potere contrattuale delle comunità minerarie è più debole e la copertura giornalistica più rara. Dopo la sospensione indiana, l’azienda ha pubblicato inserzioni a piena pagina sui quotidiani di Mumbai per rivendicare la purezza del proprio prodotto, con lo stesso registro assicurativo già usato negli Stati Uniti dopo l’inchiesta Reuters. Nell’ottobre 2025 nel Regno Unito parte quella che viene definita la più grande class action mai avviata nel Paese contro l’azienda e la sua controllata Kenvue, fondata sugli stessi documenti interni riemersi nel 2018: sette anni dopo l’inchiesta Reuters, la vicenda si è allargata e ha cambiato giurisdizione.

Il talco di Johnson & Johnson veniva dal Pinerolese, non dalla Val di Susa: chi sovrapponesse le due valli direbbe una cosa falsa, e su un tema così delicato la precisione conta più di ogni effetto retorico. La roccia però è la stessa famiglia geologica. Le serpentiniti del massiccio ultrabasico di Lanzo, che affiorano in bassa Val di Susa, condividono la stessa genesi e la stessa età delle rocce del Monte San Vittore a Balangero, sede della più grande cava di amianto dell’Europa occidentale, oggi ancora in bonifica. ARPA Piemonte lo scrive senza ambiguità: la presenza di serpentiniti amiantifere riguarda in particolare «le Valli di Susa, le Valli di Lanzo, la Val Chisone». È esattamente il nodo che il movimento No Tav solleva da anni, a partire da un dossier tecnico pubblicato da Medicina Democratica già nel 2011: lo scavo delle gallerie della Torino-Lione produrrebbe milioni di metri cubi di smarino proveniente da rocce che possono contenere vene asbestiformi, tanto che parte del cunicolo esplorativo della Maddalena di Chiomonte è stata progettata anche per stoccare i materiali a maggiore tenore di amianto.

La preoccupazione ha già trovato riscontro concreto. Nel 2019 la Guardia di Finanza ha posto sotto sequestro, nel comune di Salbertrand, un cumulo di rocce contenenti amianto esteso per circa sedicimila metri quadri, rimasto per anni a vista dai finestrini dei pendolari prima di essere coperto da teloni. Ottanta medici di base della valle hanno firmato un documento pubblico secondo cui la situazione configura, nelle loro stesse parole, la possibilità di «severi danni alla salute pubblica». Anche qui il contraddittorio va riportato per intero: geologi favorevoli all’opera, come Rosalino Sacchi, sostengono che i volumi di serpentina abbattuti in galleria restano modesti rispetto a quelli movimentati per decenni nelle cave attive della zona, e che lo scavo avviene in confinamento, con filtri e nebulizzazione dell’acqua. I comitati replicano che i test rassicuranti sono stati condotti dove, per conformazione geologica, l’amianto non si sarebbe comunque trovato. È una disputa aperta, e trattarla come già chiusa in un senso o nell’altro sarebbe scorretto quanto affermare che Johnson & Johnson scavasse in Val di Susa.

Il legame tra il Vermont, il Piemonte, l’India e la Val di Susa è lo schema che si ripete ogni volta che lo stesso attore controlla sia l’estrazione del minerale sia il test che ne certifica la sicurezza: un ricercatore che convince un fornitore a riscrivere un opuscolo scomodo, una multinazionale che sposta l’estrazione dove il controllo pubblico è più debole, un promotore di infrastrutture che rassicura prima ancora di aver finito di misurare. In tutti i casi l’asimmetria è la stessa — chi trae il beneficio economico dal minerale è anche chi decide cosa dire su cosa ha trovato — una dinamica analoga a quella già emersa nel contenzioso dell’industria alimentare contro le norme di trasparenza. A smontarla, negli Stati Uniti, sono serviti decenni di cause, una donna morta senza risposte nel 1999, migliaia di documenti strappati alla segretezza dei tribunali e, alla fine, un assegno da miliardi di dollari. La Val di Susa, poche valli più a nord rispetto al Pinerolese, sta ancora aspettando di scoprire quanti anni le servirà la stessa mole di prove.

La geologia condivisa è un indizio, e come tale pretende una verifica indipendente, continuativa, sottratta a chi ha interesse economico nel risultato. È esattamente ciò che lo schema documentato in tre continenti insegna a non dare per scontato: che il soggetto incaricato di misurare il rischio sia anche il soggetto che ne sopporterebbe il costo se il rischio venisse confermato.

Fonti

AP/ABC News, «Johnson & Johnson proposes $5.5 billion talc settlement to end marathon legal fight», 28 luglio 2026 — abcnews.com
Reuters/NBC News, «J&J reaches sweeping talc deal that could end decade of litigation», 28 luglio 2026 — nbcnews.com
Lisa Girion, «Special report: J&J knew for decades that asbestos lurked in its Baby Powder», Reuters, 14 dicembre 2018 (ripreso integralmente da Insurance Journal) — insurancejournal.com
CNBC, «J&J kept a guiding hand on talc safety research», 14 dicembre 2018 — cnbc.com
CNBC, «J&J’s market value plunged after report on asbestos in its baby powder», 14 dicembre 2018 — cnbc.com
St. Louis Post-Dispatch, «Johnson & Johnson alerted to risk of asbestos in talc in the 1970s, files show», 14 luglio 2023 — stltoday.com
Lanier Law Firm, cronologia della vicenda giudiziaria J&J/talco, con riferimento alle miniere del Vermont (1964-1967) — lanierlawfirm.com
ARPA Piemonte, scheda informativa «Amianto in natura» — arpa.piemonte.it
Minardi, Belpoggi, Franch, Maltoni, «La cancerogenesi da talco grezzo contaminato con amianto», Atti XVI Congresso Nazionale di Oncologia, 1990 — ramazzini.org
IARC/NCBI Bookshelf, «Studies of Cancer in Humans — Carbon Black, Titanium Dioxide, and Talc» (coorte Rubino et al. 1976/1979 sui minatori di Val Germanasca e Val Chisone; meta-analisi Wild 2006 su Vermont, Norvegia, Italia, Francia, Austria) — ncbi.nlm.nih.gov
Reuters/Pressreader, «J&J baby products: Indian regulator acts on Reuters report», dicembre 2018 — pressreader.com
The News Minute, «Johnson & Johnson resumes talc production in India, advertises it as asbestos-free», 5 marzo 2019 — thenewsminute.com
Gulf News, «Sri Lanka halts imports of Johnson & Johnson baby powder», gennaio 2019 — gulfnews.com
Breast Cancer Prevention Partners, «J&J Talc Global Supply Chain Research Brief», agosto 2020 — bcpp.org
World Socialist Web Site, «Pharmaceutical giant Johnson and Johnson knowingly selling carcinogenic talcum powder prompts UK’s biggest class action», 30 ottobre 2025 — wsws.org
Massimo Zucchetti, «In giro per minerali d’uranio e amianto in Valsusa», Contropiano, 22 gennaio 2013 — contropiano.org
Medicina Democratica, numero 200 (dossier No Tav), novembre-dicembre 2011 — medicinademocratica.org
Diritti Globali, «Val di Susa. Il cantiere della Tav bloccato per una discarica di amianto», novembre 2019 — dirittiglobali.it
Pro Natura Torino, esposto alla Procura sul deposito abusivo di amianto a Salbertrand — torino.pro-natura.it
«TAV: amianto e uranio», documento dei medici di base della Val di Susa — notavtorino.org
Rosalino Sacchi, «Il Tav in Val di Susa ovvero la Rivoluzione Introvabile», dossier tecnico, Società Geologica Italiana — socgeol.it
Corvelva, «Cosa c’entrano i No Tav con Johnson & Johnson?», 28 luglio 2026 — parallelismo geologico originario da cui questo pezzo è partito, fonti primarie verificate indipendentemente e riportate sopra — corvelva.it