Nel 2025 la rete Caritas ha seguito 282.539 persone in Italia. È il numero più alto mai registrato dall’organizzazione, in crescita dell’1,7% rispetto all’anno precedente. Il 28,1% di queste persone è assistito da almeno cinque anni: il dato di povertà cronica più elevato dal 2019. Nello stesso periodo, il governo comunicava record storici di occupazione. Come possono coesistere questi numeri? Certamente non ce lo spiegano i comunicati stampa del Governo Meloni; la spiegazione va quindi cercata altrove, più esattamente nel glossario ufficiale ISTAT.
Per risultare “occupato” nelle rilevazioni ISTAT — costruite in conformità con gli standard Eurostat e le linee guida dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro — è sufficiente aver lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento per un corrispettivo monetario o in natura. Un’ora. Chi consegna tre pacchi il sabato mattina per una piattaforma di logistica è occupato. Chi scarica casse al mercato il venerdì pomeriggio è occupato. Chi esegue una prestazione occasionale una volta al mese è occupato, purché cada nella settimana campionata. Il tasso di occupazione che fa da sfondo ai comunicati governativi misura la diffusione del lavoro, qualunque lavoro, nella sua forma più atomizzata e residuale. Misura la frequenza del lavoro, non la sua sostanza.
Il Rapporto Caritas 2026 — che fotografa i dati 2025 della rete di ascolto diocesana — fornisce la misura di quella sostanza. Il 24% degli assistiti risulta occupato: quasi un assistito su quattro ha un lavoro e si rivolge alla Caritas perché quel lavoro non basta a vivere. Dieci anni fa, nel 2015, quella percentuale era il 13,3%. In un decennio è quasi raddoppiata. Nella fascia tra i 35 e i 44 anni, i lavoratori poveri si avvicinano al 32% del totale degli assistiti. Questa è la forma concreta che ha preso il mercato del lavoro italiano: più persone al lavoro, più persone al lavoro che non riescono a sopravvivere con quello che guadagnano.
Ma quei 282.539 sono la superficie. La rete Caritas intercetta chi ha ancora la forza, la lucidità o la rete relazionale minima per varcare la soglia di un centro di ascolto. Dietro quella soglia, invisibile a qualsiasi rilevazione, esiste un sommerso di dimensioni incomparabilmente più vaste: famiglie che arrangiano il mese con lavoretti in nero non dichiarabili, anziani soli che saltano i pasti senza dirlo a nessuno, persone che hanno smesso di cercare lavoro e smesso di rivolgersi a chiunque, giovani che vivono stabilmente a carico di genitori già poveri moltiplicando la povertà verso il basso. La Caritas misura chi chiede aiuto. Misura una frangia di chi ne avrebbe bisogno. L'ISTAT stima 5,7 milioni di poveri assoluti; i poveri relativi — quelli che restano appena sopra la soglia ma con zero margine, zero riserve, zero capacità di assorbire qualsiasi shock — sono circa il doppio. Nessuna di queste persone compare nei comunicati sul record di occupazione. Alcune di loro, statisticamente, sono occupate.
Il pavimento salariale che non c’èIl Rapporto Mondiale sui Salari 2024–25 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro quantifica la traiettoria: dal 2008 al 2024, i salari reali italiani hanno perso l’8,7% del loro valore. È la perdita più grave tra tutte le economie del G20. Nello stesso arco di tempo, i salari reali tedeschi sono cresciuti di quasi il 15%, quelli francesi di circa il 5%. L’OCSE, nel suo Employment Outlook 2025, aggiunge un dato di raffronto immediato: il salario netto italiano nel 2024 era di 41.438 dollari, contro una media OCSE di 45.123 e contro i 43.034 della Spagna. Siamo sotto la Spagna. Siamo vicini alla Polonia — 39.200 dollari — e alla Turchia.
Il Rapporto Caritas elabora la stessa struttura dal basso: i salari italiani restano “uno degli elementi di maggiore debolezza del mercato del lavoro”, con retribuzioni reali ancora inferiori dell’8% rispetto al 2019, mentre Francia, Germania e Spagna hanno registrato nello stesso periodo una crescita del potere d’acquisto. Il ritardo nei rinnovi contrattuali — a inizio 2025, secondo l’OCSE, un dipendente su tre del settore privato era ancora coperto da un contratto collettivo scaduto — la copertura solo parziale dell’inflazione da parte dell’indice IPCA, e l’assenza di un salario minimo legale hanno prodotto una trappola salariale strutturale. Il governo Meloni ha respinto la proposta di salario minimo nel 2023, con il supporto del CNEL. Nel 2025 un lavoratore su dieci è classificato come working poor secondo i dati Eurostat: oltre la media europea, al livello dei Paesi del Sud e dell’Est del continente.
Un’ora di lavoro a settimana è sufficiente per diventare “occupato” nelle statistiche ufficiali. Quasi un assistito Caritas su quattro è occupato in questo senso. Il numero degli occupati cresce. Cresce anche il numero di chi non riesce a mangiare.
Dal 1° gennaio 2024 il Reddito di Cittadinanza — misura introdotta nel 2019, con tutti i suoi difetti di implementazione — è stato sostituito da due strumenti distinti: l’Assegno di Inclusione, rivolto ai nuclei con almeno un componente fragile (minori, disabili, ultra-sessantenni, persone in programmi di cura), e il Supporto per la Formazione e il Lavoro, destinato agli “occupabili”. La riforma, introdotta con decreto-legge n. 48/2023, ha ridisegnato i criteri di accesso restringendoli. Il risultato è visibile nel Rapporto Caritas: nel 2025 solo il 14,6% degli assistiti percepiva l’ADI, in crescita rispetto all’11,5% del 2024 ma ancora largamente insufficiente a coprire la platea reale del bisogno.
La Caritas non è un’alternativa al welfare pubblico: è ciò che rimane quando il welfare pubblico si ritira. Quella funzione di supplenza — che l’organizzazione esercita da decenni — si è fatta più pesante e più strutturale. La povertà, scrive il Rapporto, “tende sempre più a perdere il carattere dell’eccezionalità e della temporaneità, assumendo i contorni di una ‘strutturale normalità’”. Quando una condizione di emergenza diventa normale, smette di essere un’emergenza e diventa un assetto. Questo è l’assetto.
Casa, cure, solitudineLa povertà fotografata dal Rapporto Caritas 2026 attraversa tre dimensioni che si aggravano in modo autonomo e si rinforzano reciprocamente. La prima è abitativa: il 22,5% degli assistiti vive in condizioni di grave esclusione abitativa. Quasi ottomila persone non hanno una casa; oltre cinquecento hanno dichiarato di dormire in macchina. Più della metà di chi ha un alloggio lo affitta da privati, esposto a mercati locali che non attendono le curve dei salari reali per adeguare i prezzi.
La seconda dimensione è sanitaria. I bisogni sanitari tra gli assistiti Caritas sono aumentati del 69% rispetto al periodo pre-pandemico. Secondo ISTAT, quasi 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure nel corso del 2024, in netto aumento rispetto al 2023. La rinuncia alle cure segue una logica economica diretta: le visite specialistiche fuori dal SSN costano, le liste d’attesa del SSN durano anni, e chi lavora un’ora a settimana non ha l’una né l’altra. La patologia si accumula, silenziosamente, fino a quando non può più essere ignorata.
La terza dimensione è relazionale. Nel 2015 le persone sole tra gli assistiti Caritas erano il 23,8% del totale; nel 2025 sono il 32,8%. In dieci anni la quota è cresciuta di nove punti percentuali. Il Rapporto segnala come questo mutamento possa riflettere sia trasformazioni demografiche — invecchiamento della popolazione, frammentazione dei nuclei familiari — sia l’emergere di vulnerabilità legate alla rarefazione delle reti relazionali. Come avevamo riportato nella nostra precedente analisi sulla denatalità e le condizioni strutturali che la producono, la contrazione delle reti familiari e sociali non è un fenomeno culturale isolato: è l’effetto atteso di un sistema economico che erode le risorse materiali e il tempo necessari a costruire e mantenere relazioni. La solitudine ha un prezzo di mercato, ed è quello dei salari bassi e degli affitti alti.
Il paese che non produce piùDietro i numeri della povertà c’è una struttura industriale che si è consumata senza essere sostituita. L’Italia ha perso quote rilevanti di manifattura nell’ultimo ventennio, senza costruire una base alternativa ad alta produttività. Quello che è cresciuto è il terziario a bassa qualifica: logistica, ristorazione, consegne, turismo stagionale, lavoro domestico. Settori caratterizzati da retribuzioni basse, contratti non standard, alta incidenza del lavoro irregolare e scarsa copertura contrattuale. È in questo bacino che si concentra la maggior parte dei working poor italiani. Il Rapporto Caritas 2025 — quello relativo all’anno 2024 — segnalava già la proliferazione dei CCNL come elemento di debolezza strutturale: in Italia esistono oltre novecento contratti collettivi nazionali depositati al CNEL, una frammentazione che abbassa sistematicamente il piano salariale di riferimento per intere categorie.
La componente anziana del bisogno segnala la dimensione temporale del fenomeno: in dieci anni, il numero di over 65 seguiti dalla rete Caritas è cresciuto del 191%, a fronte di un aumento complessivo dell’utenza del 48%. Chi è entrato nel mercato del lavoro negli anni Ottanta e Novanta con salari già bassi, senza rivalutazioni reali, con pensioni calcolate su contributi versati su quegli stessi salari, arriva all’età pensionabile impoverito in modo definitivo. La povertà degli anziani non è la povertà di chi ha smesso di lavorare: è la povertà di chi ha lavorato tutta la vita in un sistema che non ha mai pagato abbastanza.
Il numero e ciò che nascondeIl tasso di occupazione serve a misurare quante persone partecipano al mercato del lavoro. Serve a confrontare strutture economiche diverse tra loro, a monitorare l’andamento ciclico della domanda di lavoro, a calibrare politiche di attivazione. È uno strumento legittimo, costruito con criteri metodologici condivisi a livello internazionale — gli stessi adottati da tutti i Paesi europei, il che lo rende comparabile. Nessuno di questi scopi richiede di presentarlo come indicatore del benessere dei lavoratori. Quello scopo se lo è assegnato la comunicazione politica, che ha trasformato un indicatore di partecipazione in un indicatore di prosperità.
La distinzione del governo Meloni è numerologia politica: Un Paese può avere un tasso di occupazione elevato e salari reali in caduta libera da sedici anni. Può avere più occupati e più poveri contemporaneamente. Può dichiarare il record storico di occupati il lunedì e aprire i centri di ascolto Caritas il martedì a code più lunghe dell’anno precedente. L’Italia lo fa da anni. Lo fa sistematicamente. E ogni volta che lo fa, qualcuno presenta i due dati come se fossero separati, come se non parlassero della stessa persona che pedala su una bicicletta che non va da nessuna parte.
Fonti
Caritas Italiana, “La povertà in Italia secondo i dati della Rete Caritas”, Rapporto 2026 (dati 2025), diffuso il 16 giugno 2026 — sky tg24 · Vatican News
Caritas Italiana, “Report Statistico Nazionale 2025 — La povertà in Italia secondo i dati della Rete Caritas” (dati 2024) — caritas.it
Caritas Italiana, “Fuori Campo. Lo sguardo della prossimità”, Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia 2025, novembre 2025 — caritas.it
Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), “Global Wage Report 2024–25” — perdita salariale reale Italia -8,7% dal 2008, dato peggiore tra le economie G20
OCSE, “Employment Outlook 2025” — salario netto italiano 41.438 dollari vs media OCSE 45.123; un dipendente su tre coperto da contratto scaduto a inizio 2025 — sintesi impreseterritorio.org
ISTAT, “La povertà in Italia”, ottobre 2025 — 5,7 milioni di poveri assoluti, 2,2 milioni di famiglie, incidenza 9,8%
ISTAT, glossario ufficiale RCFL — definizione operativa di “occupato”: almeno un’ora di lavoro retribuito nella settimana di riferimento — istat.it
Eurostat, dati 2024 sulla povertà lavorativa (in-work poverty): Italia oltre l’11%, superiore alla media europea
Decreto-legge n. 48/2023 (convertito in legge n. 85/2023) — istituzione Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro, abolizione Reddito di Cittadinanza