Il 1° maggio 2026 Boris Johnson ha scritto sul Daily Mail che il calo delle nascite è la migliore notizia che il mondo potesse ricevere. Padre di nove figli — dettaglio che vale più di qualsiasi confutazione — ha invitato i governi a non fare nulla, lasciando che quella che chiama autoregolamentazione naturale faccia il suo corso; e se l’automazione toglie lavoro agli uomini, ha argomentato, non si vede perché fare di tutto per produrne di nuovi. Dall’altra parte, buona parte della cosiddetta controinformazione risponde da sempre con l’allarme che le è consueto: dati sulla natalità, proiezioni catastrofiche, richiami alla sopravvivenza della civiltà. Due posizioni che sembrano inconciliabili e che invece poggiano sullo stesso terreno, senza accorgersene. Nessuna delle due si ferma a chiedersi se questa società — nel modo in cui è organizzata, in quello che produce, in quello che scarica sulle persone — meriti davvero di essere riprodotta.

Non è una domanda retorica, anche se suona così. È quella che viene prima di tutte le altre, e proprio per questo non viene posta: porla significherebbe spostare il problema dalla demografia al senso, dalla curva delle nascite a una riflessione sul tipo di esistenza che si sta chiedendo di perpetuare. Il dibattito pubblico, di qualunque orientamento, tratta gli esseri umani come grandezze numeriche — contribuenti, consumatori, soldati, assistiti — e si mobilita ogni volta che quella grandezza rischia di contrarsi. Senza mai chiedersi se stia producendo qualcosa di desiderabile.

“La crescita demografica non è mai stata un fine: è sempre stata un mezzo. La domanda è per cosa, e nell’interesse di chi.”

Quando un governo dichiara una crisi demografica, il termine crisi non descrive una condizione umana. Descrive uno squilibrio contabile. Il sistema previdenziale e fiscale occidentale funziona come una piramide - uno schema Ponzi istituzionalizzato - che ha bisogno di una base in perenne espansione per reggere il vertice: meno giovani al lavoro vuol dire meno gettito, meno consumi, meno PIL, e alla fine l’incapacità di onorare le promesse già fatte a chi ha lavorato trent’anni aspettando qualcosa in cambio. La crisi, insomma, non è dell’umanità. È del modello. Ma il modello non si tocca, e allora si chiede agli uomini di produrre altri uomini per tenerlo in piedi un altro po’.

Nel ragionamento c’è una tautologia che nessuno ha voglia di nominare: più popolazione genera domanda di beni e servizi, che richiede forza lavoro, che genera altra popolazione da mantenere, che genera altra domanda. Il sistema non si muove verso nessun fine riconoscibile — si muove per continuare a muoversi. Mettere in dubbio che valga la pena alimentarlo viene trattato come una forma di nichilismo da cui prendere distanza. Eppure è l’unica domanda che abbia una qualche onestà intellettuale.

Esiste una letteratura scientifica sulla relazione tra densità urbana e qualità della vita che il dibattito demografico ignora con una costanza che ha tutta l’aria di essere deliberata. Gli studi sul benessere soggettivo mostrano che chi abita nelle grandi città ha probabilità significativamente più alte di dichiarare bassa soddisfazione di vita rispetto a chi vive in contesti meno densi; che la correlazione negativa tra dimensione della città e qualità percepita diventa netta oltre i due milioni e mezzo di abitanti; che ansia, depressione e disturbi dell’umore sono più diffusi nelle aree urbane dense. La soglia oltre la quale i costi dell’urbanizzazione superano i benefici è stata individuata intorno ai quattromila abitanti per chilometro quadrato — una misura che corrisponde a una città media ben organizzata, non a una metropoli.

Questi numeri non entrano mai nel dibattito sulla natalità perché condurrebbero a conclusioni scomode: che una popolazione più piccola non è necessariamente una popolazione che sta peggio, e che il problema non è quanti siamo ma dove siamo messi e come. Una popolazione ridotta, distribuita in centri medi con servizi decenti e territorio attorno, vivrebbe probabilmente meglio di una più numerosa compressa in agglomerati dove il vicino è un anonimo e il verde urbano è una concessione ornamentale. È una questione di distribuzione, non di quantità.

C’è però un livello ulteriore, meno visibile e più radicale. La concentrazione urbana non è solo una scelta urbanistica: è il presupposto di un modello che lavora sistematicamente alla dissociazione dell’essere umano dalla propria fisiologia. La megalopoli non è semplicemente una città grande — è un ambiente costruito per rendere progressivamente superfluo il corpo biologico, i suoi ritmi, le sue dipendenze dalla natura. La luce artificiale sostituisce il ciclo del giorno; il cibo industriale taglia il rapporto con le stagioni; il verde che sopravvive è gestito, misurato, fruibile per appuntamento. Chi è cresciuto interamente in questo habitat non conosce la pioggia come fatto meteorologico ma come fastidio logistico. Non ha mai sperimentato il silenzio come condizione normale. Ignora il ritmo della terra perché la terra non è mai entrata nel suo campo visivo come qualcosa di reale.

Su questo si innesta la traiettoria della medicina tecnocratica, che trasforma la salute da condizione fisiologica in servizio erogabile. Il corpo che invecchia nei propri tempi biologici, che si ammala secondo dinamiche legate all’ambiente e all’alimentazione, che ha bisogno di spazio e silenzio per recuperare equilibrio, è un corpo inefficiente. Quello monitorato, supplementato, ottimizzato farmacologicamente, connesso a reti di rilevazione digitale, è un corpo governabile. La concentrazione urbana serve anche a questo: rendere capillare l’erogazione di questi servizi e difficile, se non impossibile, sottrarsi ad essi. Vivere lontano dall’hub tecnologico-sanitario significa essere fuori sistema, non assistiti, irrintracciabili. La periferia geografica diventa la sanzione della scelta di restare biologicamente autonomi.

Johnson sbaglia non perché il calo demografico sia di per sé una catastrofe, ma perché la sua celebrazione viene da chi non sosterrà nessuno dei costi della transizione. Chi ha nove figli e teorizza l’autoregolamentazione naturale non sta enunciando una legge biologica: sta descrivendo il lusso di chi può permettersi di non preoccuparsene. La controinformazione sbaglia non perché i dati demografici siano irrilevanti, ma perché li usa per difendere, senza mai esaminarlo, un modello sociale che ha sempre trattato gli esseri umani come capi da censire, spostare, concentrare e ottimizzare — cambiando il segno della valutazione senza toccare la logica che la produce.

La domanda che né l’uno né gli altri si pongono riguarda il senso di quello che si chiede di perpetuare. Vale la pena sostenere una società organizzata intorno alla crescita come unico orizzonte, alla concentrazione come unica forma insediativa praticabile, alla separazione dalla natura come indicatore di progresso? Non è una domanda con risposta facile, e non porta a soluzioni immediate. Ha però il merito di portare il problema dove dovrebbe stare: non nella curva della natalità, ma nel tipo di vita che si considera degna di essere vissuta e passata avanti. Prima di chiedersi quanti figli fare, vale la pena fermarsi a guardare il mondo in cui si intende farli nascere. E chiedersi, senza fretta di rispondere, se assomigli a qualcosa che si possa davvero volere.

Fonti

Boris Johnson, “Falling birth rates aren’t a disaster, they’re the best bit of global news in a long time”, Daily Mail, 1 maggio 2026
Cramer, Torgersen, Kringlen, “Quality of Life in a City: The Effect of Population Density”, Social Indicators Research, 2004 — springer.com
Elaine Siu / Numbeo Quality of Life Index 2022, elaborazione Visual Capitalist, ottobre 2022 — visualcapitalist.com
“Is the Size of the City Important for the Quality of Urban Life?”, Sustainability (MDPI), novembre 2022 — mdpi.com
“Multimodal assessment of effects of urban environments on psychological wellbeing”, NCBI / PMC, 2023 — ncbi.nlm.nih.gov
“Evaluating the quality of life for sustainable urban development”, ScienceDirect, settembre 2023 — sciencedirect.com