Quattro mesi dopo la firma dello statuto a Davos, il fondo ufficiale del Board of Peace — quello amministrato dalla Banca Mondiale, approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, progettato per finanziare la ricostruzione di Gaza — ha ricevuto zero dollari. La cifra è quella dichiarata da quattro fonti al Financial Times il 27 maggio 2026. Gli stati membri hanno promesso sette miliardi. Trump ha annunciato altri dieci miliardi americani. Sul conto ufficiale: niente.

I soldi non sono spariti: sono finiti altrove. Secondo il portavoce del Board, i contribuenti “hanno scelto di usare altre opzioni” — vale a dire un conto JPMorgan Chase aperto direttamente dall’organizzazione. Marocco ed Emirati Arabi Uniti hanno versato rispettivamente tre e venti milioni di dollari su quel conto, destinati a coprire l’ufficio di Nickolay Mladenov — diplomatico bulgaro, ex inviato speciale ONU per il Medio Oriente dal 2015 al 2020, designato direttore generale del Board per annuncio di Benjamin Netanyahu — e i salari del comitato tecnocratico palestinese che il Board ha formato per governare la Striscia. A questo conto JPMorgan non si applicano requisiti di trasparenza indipendenti. Il Board “riferirà sui propri dati finanziari” al proprio comitato esecutivo — composto da funzionari dell’amministrazione Trump — “in un momento ritenuto opportuno.”

Il Carnegie Endowment for International Peace ha segnalato a marzo un paradosso che resta senza risposta istituzionale: Trump ha una causa da cinque miliardi di dollari aperta contro JPMorgan e il suo CEO Jamie Dimon, e contemporaneamente i fondi dell’organismo da lui presieduto transitano per i conti di quella stessa banca. Lo statuto del Board — come avevamo riportato nella nostra precedente analisi sullo statuto e la struttura di potere dell’organismo — non prevede meccanismi di audit, né regole sui conflitti di interesse. Chi siede nell’Executive Board — Rubio, Witkoff, Kushner, Blair e Marc Rowan di Apollo Global Management — è nominato, non eletto; risponde al Chairman, non a un organo di supervisione esterno.

La questione della legalità dell’organismo secondo la legge americana resta aperta: i legislatori statunitensi stanno interrogando il Dipartimento di Stato per stabilire se il Board operi dentro o fuori i limiti dell’ordinamento giuridico vigente. Il Dipartimento di Stato, nel frattempo, si rifiuta di far gestire all’organismo di Trump il miliardo e duecento milioni che intenderebbe destinare a Gaza — segnale che anche all’interno dell’amministrazione la fiducia nell’organismo è tutt’altro che unanime.

La condizione posta dal Board per avviare qualsiasi operazione è il disarmo di Hamas. Hamas rifiuta. Israele controlla oltre il sessanta per cento della Striscia, comprese tutte le entrate e le uscite, e ha continuato a condurre attacchi dopo il cessate il fuoco di ottobre 2025: circa novecento morti registrati dall’AFP dall’inizio della tregua, con operazioni militari che secondo ACLED sono aumentate del trentacinque per cento ad aprile rispetto a marzo. La forza internazionale di stabilizzazione annunciata alla prima riunione operativa di febbraio — ventimila uomini, un generale americano già designato al comando — non esiste: nessuno dei cinque paesi che avevano promesso truppe ha consegnato contributi significativi, secondo AP del 28 maggio. Le gare d’appalto per i lavori di ricostruzione sono state avviate; nessun contratto è stato assegnato.

La valutazione ONU–UE di aprile stima oltre settantun miliardi necessari nel prossimo decennio. Il Board ne ha raccolti ventitré milioni: destinati agli stipendi di chi dovrebbe coordinare la ricostruzione, non alla ricostruzione stessa.

Rubio descrive il Board come “una creatura delle Nazioni Unite.” Trump lo definisce “una corte del re.” Le due descrizioni sono incompatibili, ma ciascuna è utile al proprio pubblico: la prima rassicura i governi europei e i diplomatici che temono l’erosione del multilateralismo; la seconda segnala alla base trumpiana che l’organismo non è vincolato dalle regole di quegli stessi governi. L’ambiguità non è un difetto comunicativo. È la funzione.

Quattro mesi di esistenza hanno prodotto uno statuto con veto permanente al Chairman, un conto bancario privato senza supervisione esterna, un direttore generale designato dal primo ministro israeliano, una forza militare annunciata e inesistente, e un fondo ufficiale a zero. La struttura era progettata per concentrare il controllo, non per distribuire risorse. Il fondo vuoto è coerente con il progetto, non in contraddizione con esso.

Fonti

Financial Times, “Trump’s Board of Peace fund is empty”, 27 maggio 2026 — ft.com
AFP / France 24, “Trump Board of Peace’s official Gaza fund is empty despite billions pledged”, 27 maggio 2026 — france24.com
AFP / Euronews, “Trump Board of Peace’s official Gaza reconstruction fund is empty”, 27 maggio 2026 — euronews.com
Associated Press, “Iran war has complicated plans for an international force in Gaza that has yet to materialize”, 28 maggio 2026 — ap.org
Euronews, “Plans for Gaza International Stabilisation Force in question as troop pledges stall”, 28 maggio 2026 — euronews.com
Carnegie Endowment for International Peace, “The Board of Peace and Funding for Gaza Reconstruction: On Whose Account?”, 17 marzo 2026 — carnegieendowment.org
Nazioni Unite / Consiglio di Sicurezza, aggiornamento sulla governance transitoria e la ricostruzione di Gaza, maggio 2026 — un.org
Al Jazeera, “How many times has Israel violated the Gaza ceasefire?”, aggiornato maggio 2026 — aljazeera.com
ACLED, Monthly Report Gaza, aprile 2026 — acleddata.com
AnotherWorld.network, “Il Board of Peace: sette pagine per privatizzare la pace”, 22 maggio 2026 — anotherworld.network