Il 22 gennaio 2026, durante il World Economic Forum di Davos, Donald Trump ha fatto firmare lo statuto del Board of Peace a ventiquattro paesi. Il documento — sette pagine, un preambolo e tredici capitoli — era stato redatto dai consiglieri della Casa Bianca secondo un modello aziendalistico: niente conferenza internazionale, niente negoziato tra pari, niente Segretario Generale. Al suo posto, un Chairman con poteri che nessun organismo multilaterale del dopoguerra aveva mai concentrato in una sola persona. Quel Chairman è Trump, e la carica è a vita.
Lo statuto è un documento di architettura del potere. Ogni clausola produce lo stesso esito: il controllo decisionale finale resta nelle mani di una persona sola, senza appello, senza scadenza, senza contrappesi. Le decisioni vengono prese a maggioranza dei membri presenti e votanti, ma “previa approvazione del presidente” — una formulazione che equivale a un diritto di veto permanente e non soggetto a revisione. Trump è l’unica autorità sull’interpretazione dello statuto stesso: in caso di disputa sul significato di una clausola, decide lui. Può invitare paesi, espellerli, selezionare i membri dell’Executive Board, porre il veto sulle sue delibere, e designare il proprio successore. I mandati degli stati membri durano tre anni, rinnovabili a sua discrezione. C’è però un’eccezione: chi versa un miliardo di dollari nel primo anno di vita dell’organismo ottiene un seggio permanente.
Lo statuto prevede due categorie di membri: chi entra su invito del Chairman ottiene un seggio triennale rinnovabile a sua discrezione; chi versa un miliardo di dollari nel primo anno lo ottiene senza scadenza. In entrambi i casi, è Trump a decidere chi siede al tavolo e per quanto.
Il diritto internazionale classico è costruito sul principio della parità formale tra stati sovrani. Lo Statuto dell’ONU del 1945 è il risultato di una conferenza a San Francisco con cinquantuno paesi partecipanti, ciascuno con diritto di parola e voto. Lo statuto del Board of Peace è uno schema prodotto a tavolino e presentato per la firma a Davos, dove il contesto non è la diplomazia multilaterale ma il forum annuale del capitalismo globale. Pagella Politica ha rilevato che il documento solleva problemi di compatibilità con l’articolo 11 della Costituzione italiana, che consente limitazioni di sovranità esclusivamente in assetti che garantiscano una parità sostanziale tra gli stati — regole comuni, poteri bilanciati, decisioni non subordinate alla volontà unilaterale di un singolo vertice. Il Board non rispetta nessuno di questi requisiti.
L’Executive Board e i suoi profiliDell’Executive Board fanno parte Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner e l’ex primo ministro britannico Tony Blair. Tutti nominati, nessuno eletto. Accanto a loro siede Marc Rowan, CEO di Apollo Global Management, uno dei maggiori fondi di private equity al mondo con oltre mille miliardi di dollari in gestione. Rowan è stato nominato da Trump per supervisionare la ricostruzione di Gaza. I file del Dipartimento di Giustizia americano, pubblicati nel febbraio 2026, documentano contatti diretti tra Rowan e Jeffrey Epstein tra il 2013 e il 2016, con discussioni sulle strategie fiscali di Apollo — nonostante la società avesse in precedenza dichiarato di non aver mai avuto rapporti d’affari con Epstein. Kushner e Rowan siedono ora allo stesso tavolo per decidere dove vanno i fondi della ricostruzione: la società che aveva esercitato leva finanziaria sulla famiglia Kushner e la famiglia su cui quella leva era stata esercitata gestiscono insieme il futuro di un territorio la cui popolazione non ha avuto voce in capitolo su chi ne traesse profitto.
La composizione dell’Executive Board racconta anche qualcos’altro. Rubio, Witkoff e Kushner condividono con Tel Aviv ogni posizione rilevante sui dossier mediorientali: il rifiuto dell’autorità palestinese come interlocutore, l’ostilità strutturale verso qualsiasi meccanismo multilaterale che sottragga agli Stati Uniti il controllo dell’agenda, la visione di Gaza come territorio da riconvertire economicamente piuttosto che da restituire a una sovranità politica. Israele è membro fondatore del Board. Il piano presentato alla prima riunione operativa del 19 febbraio prevedeva la trasformazione della Striscia in un polo turistico e tecnologico finanziato da capitali privati, bypassando interamente i canali ONU e l’Autorità palestinese. Per la popolazione di Gaza — su cui l’83% delle strutture risulta distrutto o danneggiato — la prospettiva è quella di essere ricostruita secondo un piano in cui non ha espresso alcun consenso, da soggetti selezionati da un presidente straniero in base a criteri di fedeltà politica e capacità finanziaria.
Chi ha detto no e perchéTrump ha inviato inviti a cinquanta o sessanta paesi. Una ventina ha aderito. Francia, Spagna e Svezia hanno declinato esplicitamente, citando il rischio che la nuova struttura indebolisse il ruolo dell’ONU nei processi di pace multilaterali. Il Vaticano ha rifiutato l’invito, precisando che la gestione delle crisi internazionali spetta alle Nazioni Unite. L’Unione europea e l’Italia hanno partecipato alla prima riunione come osservatori, senza aderire formalmente — postura che Reuters ha descritto come tipica di chi considera un’iniziativa troppo politicamente connotata per essere abbracciata, ma troppo impattante per essere ignorata. Il Canada ha dichiarato di non voler procedere finché persiste la quota di ingresso da un miliardo di dollari. Il Brasile ha denunciato che la struttura metteva in secondo piano l’ONU e concentrava troppi poteri nelle mani del presidente degli Stati Uniti.
Russia e Cina sono rimaste fuori, con la formula diplomatica della valutazione in corso. La loro risposta reale è arrivata il 20 maggio 2026, con una dichiarazione congiunta che insiste sulla centralità dell’ONU, sulla Carta delle Nazioni Unite, sull’opposizione ai gruppi ristretti e al rifiuto delle sanzioni non approvate dal Consiglio di Sicurezza. Il documento afferma che nessun paese o gruppo di paesi dovrebbe controllare unilateralmente gli affari internazionali, e che le regole della “cerchia ristretta” non possono minare il diritto internazionale universale. Il Board of Peace non viene citato per nome — Mosca e Pechino non cercano lo scontro frontale — ma il riferimento è preciso. Il tempismo non è casuale: la dichiarazione arriva tre mesi dopo la prima riunione operativa del Board e due giorni prima che la crisi di liquidità dell’organismo diventasse di dominio pubblico.
Settanta miliardi sulla carta, meno di uno in cassaNel rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 15 maggio 2026, i vertici del Board hanno ammesso che il divario tra fondi promessi e fondi effettivamente erogati deve essere colmato con urgenza. La stima complessiva per la ricostruzione di Gaza è di settanta miliardi di dollari. I fondi promessi dai membri del Board ammontano a diciassette miliardi. Quelli realmente disponibili, secondo le fonti citate da Reuters ad aprile, sarebbero meno di un miliardo, versati da soli tre paesi su dieci firmatari: Emirati Arabi Uniti, Marocco e gli stessi Stati Uniti. Il Board aveva in precedenza smentito queste cifre, definendosi “un’organizzazione focalizzata sull’esecuzione che chiama capitali solo quando necessario”. Il rapporto al Consiglio di Sicurezza ha reso quella smentita insostenibile.
A marzo l’Indonesia — il paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo, che aveva promesso ottomila soldati per la forza di sicurezza — si è ritirata. Il senatore democratico Ed Markey aveva scritto formalmente al Segretario di Stato Rubio già a gennaio, definendo il Board un tentativo palese di sostituire le Nazioni Unite con un’entità controllata da Trump, e chiedendone la cancellazione o la riduzione immediata. La lettera non ha prodotto risposta pubblica.
L’organismo che doveva dimostrare che un consiglio di amministrazione snello potesse sostituire la macchina multilaterale dell’ONU ha prodotto, in quattro mesi, uno statuto squilibrato, una crisi di liquidità documentata, il ritiro di uno dei principali paesi aderenti e una dichiarazione congiunta delle due maggiori potenze rivali che ne rigetta il modello senza nominarlo. Settanta miliardi stimati, meno di uno disponibili, Rowan e Kushner al tavolo. La pace, in questo schema, non si costruisce: si appalta.
Fonti
ANSA, “Ampi poteri a Trump, cosa prevede lo statuto del Board of Peace”, 19 febbraio 2026 — ansa.it
Pagella Politica, “Perché l’Italia non farà parte del Board of Peace su Gaza: cosa dice l’articolo 11 della Costituzione”, 22 gennaio 2026 — pagellapolitica.it
Wikipedia IT, “Board of Peace” — it.wikipedia.org
NPR / Yahoo News, “At the Board of Peace, power belongs to Trump”, febbraio 2026 — yahoo.com
CNN, “What is Trump’s Board of Peace and who is joining?”, febbraio 2026 — cnn.com
Sen. Edward Markey, lettera al Segretario di Stato Rubio sul Board of Peace, gennaio 2026 — markey.senate.gov
Il Foglio, “Che fine ha fatto il Board of Peace di Trump? Ha quattro mesi e una enorme crisi di liquidità”, 20 maggio 2026 — ilfoglio.it
Haaretz, “Pro-Trump Billionaire on Gaza Board of Peace Linked to Jeffrey Epstein in Newly Released DOJ Files”, 4 febbraio 2026 — haaretz.com
Financial Times, contatti Rowan–Epstein e strategie fiscali Apollo, febbraio 2026
Governo cinese / Xinhua, dichiarazione congiunta Russia–Cina, 20 maggio 2026 — gov.cn
Mondoweiss, “Trump’s Board of Peace aims to turn Gaza into a playground for investors”, febbraio 2026 — mondoweiss.net