Il 17 giugno 2026 il Parlamento Europeo ha approvato in via definitiva il regolamento sulle piante ottenute mediante Nuove Tecniche Genomiche — NGT, denominate anche TEA, Tecniche di Evoluzione Assistita, nell’eufemismo coniato per il pubblico italiano particolarmente refrattario al termine OGM. Il provvedimento porta a compimento un percorso legislativo aperto nel 2023 dalla Commissione europea e stabilisce il quadro normativo entro cui le piante editate geneticamente potranno essere prodotte, commercializzate e importate nell’Unione. Da quel voto, il cibo sulle tavole degli europei potrà contenere organismi ottenuti con la tecnica CRISPR/Cas senza che nessuna etichetta lo segnali.

Il nucleo strutturale della norma è l’abbandono del criterio basato sul processo di ottenimento — come funzionava la legislazione OGM precedente — in favore di una classificazione incentrata sulle caratteristiche genetiche finali della pianta. Il regolamento introduce due categorie distinte. Le piante NGT-1 sono quelle che hanno subito modifiche genetiche entro soglie definite dal legislatore, tecnicamente riproducibili, a suo dire, anche attraverso metodi di selezione convenzionale. A queste piante il regolamento assegna lo stesso statuto giuridico delle varietà tradizionali: esonerate dall’obbligo di etichettatura per il consumatore finale, assoggettate soltanto all’iscrizione in una banca dati pubblica e all’etichettatura delle sementi. Le piante NGT-2 — quelle con modifiche più estese — restano sottoposte alla valutazione del rischio e all’apparato autorizzativo già previsto per gli OGM classici.

La distinzione appare equilibrata sulla carta. Nella pratica, secondo stime dell’Agenzia federale tedesca per la Protezione dell’Ambiente, il 94% delle varietà oggi ottenute con le NGT ricadrebbe nella categoria NGT-1, quella esonerata da valutazione e etichettatura. La proporzione dice tutto sul peso reale delle due categorie: la seconda è l’eccezione formale che legittima la prima come regola.

La narrazione istituzionale e mediatica che ha preparato e accompagnato il voto del 17 giugno insiste su un’immagine: CRISPR/Cas è una “forbice molecolare” che taglia il DNA con precisione chirurgica, intervenendo esattamente dove il ricercatore decide, senza lasciare tracce. È un’immagine efficace. È anche falsa.

Il sistema CRISPR/Cas è composto da un RNA guida — costruito in laboratorio per essere complementare alla sequenza da modificare — e da una proteina, Cas9, che taglia entrambi i filamenti del DNA nel punto individuato dall’RNA guida. Fin qui, la “forbice” funziona. Il problema si manifesta al passaggio successivo: la riparazione. I tagli prodotti da Cas9 vengono richiusi dai meccanismi cellulari di riparazione del DNA, che nelle piante operano prevalentemente attraverso un processo detto ricongiunzione non-omologa delle estremità. Questo meccanismo è, per sua natura intrinseca, impreciso e casuale: le basi inserite o eliminate durante la riparazione sono determinate dal caso, non dal ricercatore. Il risultato è una sequenza modificata in modo non prevedibile, che può produrre proteine sconosciute con effetti non valutati.

Gli effetti off-target — i tagli che Cas9 produce in posizioni del DNA diverse da quella bersaglio, per via di complementarietà parziali tra l’RNA guida e sequenze non intese — sono documentati in letteratura da centinaia di studi. La loro frequenza e rilevanza sono state a lungo minimizzate dai sostenitori della deregulation, fino a quando il gruppo di lavoro congiunto tra industria italiana dell’agrifood e CREA, nel suo Position Paper del marzo 2023, ha dovuto riconoscere che la possibilità di generare mutazioni off-target solleva questioni di sicurezza e che la rivelazione di tali mutazioni dovrebbe essere sempre prevista in fase di valutazione. La stessa industria ha ammesso il problema nell’atto in cui ne chiedeva l’esonero normativo.

Il livello più grave della letteratura riguarda la cromotripsi: uno studio pubblicato su Nature Genetics nel 2021 da Leibowitz e colleghi ha documentato che CRISPR/Cas9 può causare — come conseguenza diretta e non voluta del taglio sul DNA bersaglio — una frammentazione massiva dei cromosomi, letteralmente “fare a pezzi” il materiale genetico. L’effetto non è marginale: è on-target, cioè avviene proprio nel sito dove il ricercatore ha diretto il sistema. Nessuna forbice chirurgica si comporta così.

Un caso concreto illustra meglio di qualsiasi formula teorica l’abisso tra la narrazione della precisione e la realtà del laboratorio. Nel 2020, un’analisi condotta dalla Food and Drug Administration americana su vitelli editati con la tecnica TALEN — precedente a CRISPR ma analoga nel principio — per eliminare le corna ha rivelato che nel DNA degli animali era integrato, ereditato dalla madre sottoposta all’editing, l’intero vettore batterico utilizzato per introdurre il sistema di editing nelle cellule. Quei vitelli, decantati come simbolo del successo dell’editing, erano OGM transgenici nel senso classico del termine. Il vettore portava geni batterici per la resistenza alla kanamicina, un antibiotico usato per trattare infezioni gravi negli animali e negli esseri umani. Lo studio è stato pubblicato su Nature Biotechnology.

La presenza di vettori batterici — mosaici di sequenze provenienti da specie diverse, introdotti nelle cellule da editare per vincere le difese naturali della membrana cellulare — è una caratteristica strutturale della grande maggioranza delle applicazioni CRISPR, non un incidente isolato. L’affermazione che le NGT non producano organismi con DNA estraneo è smentita dagli stessi dati sperimentali disponibili nella letteratura peer-reviewed. La distinzione normativa tra “vecchi OGM transgenici” e “nuovi organismi editati privi di DNA estraneo” — su cui si fonda l’intera architettura del regolamento — poggia su una premessa che la scienza ha già falsificato.

Il 94% delle varietà oggi ottenute con le NGT ricadrebbe nella categoria NGT-1, esonerata da valutazione del rischio ed etichettatura. La seconda categoria è l’eccezione formale che legittima la prima come regola.

Nel febbraio 2017, l’ISF — International Seed Federation, l’organizzazione che riunisce le principali multinazionali sementiere mondiali tra cui Syngenta e Limagrain — pubblicò un documento intitolato How to talk about Plant Breeding Innovation. Il documento è pubblicamente accessibile. Non è un testo riservato. È un kit operativo per la comunicazione al grande pubblico delle nuove tecniche di modificazione genetica delle piante, distribuito in occasione del Congresso Mondiale ISF di Budapest, a cui parteciparono 1.680 delegati da 68 paesi.

Il kit stabilisce le parole da usare: “metodi” al posto di “tecniche”, “i più recenti” al posto di “nuovi”, perché queste ultime suscitano diffidenza. Stabilisce i messaggi da enfatizzare: la popolazione mondiale che arriverà a dieci miliardi, la crisi climatica, la necessità di piante resistenti alla siccità. Stabilisce gli slogan su CRISPR: “agisce come una forbice molecolare che taglia con precisione il DNA”; “le piante ottenute con l’editing sono indistinguibili da quelle convenzionali”. Stabilisce infine la strategia politica, in una formulazione che vale la pena citare per intero: concordare un approccio coerente per determinare quali categorie di prodotti non rientreranno nell’attuale normativa sugli OGM.

Quel documento risale al febbraio 2017. I primi esperimenti di editing sulle piante per la resistenza agli stress risalgono al 2016. Le multinazionali sementiere avevano già elaborato la loro strategia normativa globale prima che esistesse una letteratura scientifica consolidata sui risultati dell’editing vegetale. Il regolamento approvato dal Parlamento Europeo il 17 giugno 2026 è la trascrizione normativa di quel documento, punto per punto: classificazione basata sul prodotto finale, non sul processo; esonero dalla normativa OGM per la categoria principale; armonizzazione globale del quadro regolatorio nel senso voluto dal settore. Come avevamo riportato nella nostra precedente analisi sui brevetti NGT, l’oligopolio sementiero e il voto italiano, i brevetti sulle varietà NGT sono concentrati in mano a Corteva e Bayer. L’Italia non ne detiene alcuno.

Il regolamento stabilisce che le piante NGT non sono ammesse in agricoltura biologica. Stabilisce parallelamente che la loro presenza accidentale nei campi biologici non costituirà una violazione formale del disciplinare, in quanto classificata come tecnicamente inevitabile. Le due disposizioni sono in contraddizione soltanto in apparenza: la seconda svuota la prima di qualsiasi efficacia pratica.

La distinzione tra una pianta NGT-1 e una pianta convenzionale è impossibile per via organolettica, visiva o chimica grossolana. Richiede analisi molecolari specifiche che, nella filiera alimentare corrente, nessuno è tenuto a eseguire sistematicamente. I coltivatori biologici che subiranno contaminazione dai campi convenzionali adiacenti non avranno strumenti normativi per tutelarsi, perché la presenza di NGT-1 nel loro raccolto non configurerà una violazione. Il consumatore che acquista prodotti biologici con la fiducia che escludano organismi geneticamente modificati troverà una garanzia formalmente intatta e sostanzialmente svuotata.

La filiera del biologico europeo — che vale oltre sessanta miliardi di euro e che si fonda sulla fiducia del consumatore in un sistema di certificazione rigoroso — subisce con questo regolamento un danno strutturale che non ha forma giuridica di risarcimento. Il mercato biologico è costruito sulla capacità di garantire l’assenza di determinati processi produttivi. Con le NGT-1, quella capacità è tecnicamente compromessa e normativamente immunizzata.

L’Italia aveva già anticipato l’indirizzo europeo con una mossa legislativa silenziosa. Il 6 aprile 2023 il Consiglio dei Ministri aveva approvato il cosiddetto Decreto Siccità, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 aprile. Nel testo di un provvedimento formalmente dedicato alla gestione idrica era stato inserito, con emendamento, l’articolo 9-bis: autorizzazione al rilascio deliberato nell’ambiente, a fini sperimentali, di organismi prodotti con tecniche NGT. La scadenza, inizialmente fissata al 31 dicembre 2024, è stata prorogata al 31 dicembre 2025 attraverso un emendamento al DL Agricoltura firmato dai senatori De Carlo e Bergesio. Il 13 maggio 2024, l’Università Statale di Milano e la Regione Lombardia hanno avviato in provincia di Pavia la sperimentazione in campo del riso RIS8imo, editato con CRISPR su vettori batterici per la resistenza al brusone.

L’Italia è stato il primo paese europeo a introdurre in campo organismi NGT prima che il regolamento europeo fosse approvato, e prima che esistesse un quadro giuridico comunitario che lo disciplinasse. Il risultato è che il paese che per vent’anni aveva mantenuto il proprio territorio libero da colture OGM — una scelta con ricadute concrete sull’immagine internazionale dell’agricoltura italiana di qualità — ha abdicato a quella posizione attraverso un articolo inserito in un decreto sulla siccità, senza dibattito pubblico, senza valutazione di impatto separata, senza informare i cittadini che vivono e coltivano nelle aree coinvolte.

L’intero edificio normativo del regolamento NGT poggia sull’assunto che le modifiche prodotte dall’editing genomico siano equivalenti a quelle che emergono dalla selezione convenzionale o dalla mutazione naturale. È un assunto che la letteratura scientifica smentisce su più livelli. Le mutazioni naturali tendono a evitare le regioni del genoma più conservate dall’evoluzione, quelle essenziali per i processi di ricombinazione dei cromosomi e di divisione cellulare: uno studio pubblicato su Nature nel 2022 da Monroe e colleghi ha dimostrato che le differenze nella frequenza di mutazione tra regioni diverse del genoma sono funzionali all’evoluzione della pianta, e che l’editing può intervenire proprio in quelle regioni protette, producendo combinazioni genetiche mai sottoposte alla selezione naturale.

Parallelamente, esiste una letteratura sull’epigenetica vegetale — il sistema attraverso cui le piante rispondono agli stress ambientali e trasmettono quella capacità di risposta alle generazioni successive, senza modificare la sequenza del DNA — che offre percorsi alternativi per ottenere varietà resilienti alla siccità e ai patogeni. Due rassegne che coprono oltre 350 articoli pubblicati nell’arco degli ultimi quindici anni documentano capacità di resistenza incrociata a stress multipli, ereditabili attraverso semi, talee e innesti, ottenute inducendo la “memoria dello stress” nelle piante attraverso esposizione controllata. Questa letteratura è assente dal dibattito pubblico e dal quadro normativo europeo. La difficoltà di brevettare la variabilità epigenetica — che è intrinsecamente legata all’interazione tra organismo e ambiente, non riproducibile come un polimorfismo cristallino — rende questa linea di ricerca strutturalmente poco attraente per i finanziatori privati.

Il regolamento approvato il 17 giugno è il risultato di una selezione scientifica orientata. La letteratura che converge con gli interessi del settore sementiero ha trovato posto nel dibattito istituzionale; quella che li contraddice — gli studi sulla cromotripsi, i dati sugli off-target, il caso dei vitelli con il vettore batterico integrato, la letteratura epigenetica sulle alternative all’editing — è rimasta sistematicamente fuori dal perimetro. Il confine tra scienza e pseudoscienza, in questo contesto, lo tracciano i detentori dei brevetti. È una forma di cattura regolatoria che si presenta con il linguaggio della neutralità tecnica.

Il governo italiano porta su questo tema una responsabilità che i regolatori europei non hanno nella stessa forma giuridicamente vincolante: l’articolo 32 della Costituzione impone alla Repubblica di tutelare la salute come diritto fondamentale dell’individuo. Introdurre in campo organismi ottenuti con una tecnica i cui effetti off-target, la cromotripsi e la presenza di vettori batterici integrati nel DNA sono documentati nella letteratura peer-reviewed, senza valutazione del rischio sanitario indipendente, senza informazione alle popolazioni delle aree coinvolte, attraverso un emendamento a un decreto sulla gestione idrica — è una scelta che si misura con quel parametro costituzionale. La forma scelta per farlo, il Decreto Siccità, rivela una chiara volontà di sottrarre la decisione al dibattito pubblico.

Fonti

Parlamento Europeo, Regolamento sulle piante ottenute mediante nuove tecniche genomiche e sui prodotti da esse derivati, approvato il 17 giugno 2026 — europarl.europa.eu
ISF International Seed Federation, “How to talk about Plant Breeding Innovation — A discussion guide”, febbraio 2017 — corporateeurope.org
Leibowitz M.J. et al., “Chromothripsis as an on-target consequence of CRISPR-Cas9 genome editing”, Nature Genetics, 2021 — nature.com
Norris A.L. et al., “Template plasmid integration in germline genome-edited cattle”, Nature Biotechnology, 2020 — nature.com
Monroe J.G. et al., “Mutation bias shapes gene evolution in Arabidopsis thaliana”, Nature, 2022 — nature.com
ANSES, “Avis relatif aux méthodes d’évaluation des risques sanitaires et environnementaux des plantes NGT”, gennaio 2024 — ressources.semencespaysannes.org
Gruppo di Lavoro Congiunto Cluster CL.A.N., Federchimica Assobiotec, CREA, “Position Paper: Nuove Tecniche Genomiche”, marzo 2023 — crea.gov.it
Decreto Siccità, art. 9-bis, Gazzetta Ufficiale n. 88, 14 aprile 2023 — gazzettaufficiale.it
Daniela Conti, “I falsi miti dei nuovi OGM”, NuovaBiologia.it, 2024 — nuovabiologia.it
Sun C. et al., “Exploration of Epigenetics for Improvement of Drought and Other Stress Resistance in Crops”, Plants, 2021 — ncbi.nlm.nih.gov