Roberto Vannacci ha una tecnica argomentativa riconoscibile, e vale la pena studiarla su un caso concreto. L’intervento sulla Flotilla — la missione di solidarietà con Gaza presentata come “manovra di sinistra” — segue una sequenza in quattro passaggi: identificazione del target politico, distinzione linguistica di copertura, allargamento del campo semantico, chiusura sulla tesi atlantista. Ogni passaggio sembra un’escalation verso territori proibiti. L’approdo è la posizione più ortodossa disponibile sul mercato politico europeo.

Il punto di ingresso è il “filoislamismo” della sinistra, formulato però con una cautela tecnica: Vannacci usa sistematicamente “islamista”, mai “islamico”. La distinzione esiste ed è reale — islamista designa le frange politicamente radicalizzate, prossime al fondamentalismo o al terrorismo — ma viene usata come paravento, non come precisione analitica. È la tecnica della plausible deniability: se accusato di islamofobia, il generale può sempre rispondere che parlava di estremisti, non di credenti. L’argomentazione tratta però “islamista” come sinonimo pratico di “immigrato indesiderabile”, producendo la stessa equazione che dichiara di evitare.

La cornice ignora, deliberatamente o per comodità, alcune evidenze documentate. La stragrande maggioranza degli islamici presenti in Italia sono lavoratori integrati. I fenomeni di radicalizzazione in Europa riguardano quasi sempre soggetti di seconda generazione, nati e socializzati in contesti laici occidentali, il cui percorso verso l’estremismo passa per la marginalizzazione economica e identitaria, non per la trasmissione religiosa tradizionale. I problemi di sicurezza strutturali per l’ordine pubblico italiano — camorra, ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita — hanno un profilo etnico che con l’Islam non ha nulla da spartire. Accanto alle mafie autoctone, la Relazione annuale 2024 della DIA segnala come criminalità straniera più radicata le gang sudamericane — attive nel narcotraffico e nei reati predatori — e la criminalità organizzata nigeriana, definita dalla stessa intelligence italiana “la componente criminale straniera più strutturata, ramificata e pervasiva”, con clan articolati su base piramidale, presenti dal Nord al Sud del paese e operativi nel traffico di stupefacenti, nella tratta e nel riciclaggio. Nessuno di questi soggetti è islamico. L’elemento comune à tutti è un altro: l’assenza di radicamento generazionale, la struttura centrifuga rispetto al territorio di insediamento, il modello economico orientato all’estrazione e al trasferimento di risorse verso l’estero. Secondo i dati della Banca d’Italia elaborati dalla Fondazione Leone Moressa, nel 2024 le rimesse inviate all’estero dalla popolazione immigrata residente in Italia hanno raggiunto 8,3 miliardi di euro ufficiali — stima che sale tra 9,5 e 12 miliardi includendo i flussi informali. Includere questi dati nella cornice smontrebbe l’equazione islamismo-insicurezza prima ancora che possa essere usata, il che spiega con precisione perché non vengono mai inclusi.

Il salto argomentativo più rilevante viene dopo: la vicenda israelo-palestinese viene ricondotta allo schema dello scontro tra Occidente e Islam. È la tesi di Samuel Huntington, formulata nel 1993 su Foreign Affairs e trasformata in dottrina operativa dai think tank americani nel decennio successivo. Lo schema ha una funzione precisa: trasformare conflitti geopolitici specifici — con le loro cause storiche, le loro responsabilità distribuite, i loro interessi economici sottostanti — in uno scontro di civiltà binario e permanente, dentro il quale l’unica posizione razionale è schierarsi senza riserve con il blocco occidentale. La critica alla singola guerra diventa tradimento della civiltà; il dubbio sul singolo intervento militare diventa connivenza con il nemico.

Che questa tesi sia la cornice ideologica preferita di chi ha legittimato trent’anni di interventismo americano in Medio Oriente — dalle sanzioni irachene all’invasione dell’Afghanistan, dalla destabilizzazione della Libia al sostegno alle monarchie del Golfo — non viene mai discusso nei comizi di Futuro Nazionale. Sarebbe scomodo, perché costringerebbe a nominare il soggetto che quella dottrina l’ha prodotta, finanziata e imposta come senso comune. Il generale decorato con la Bronze Star dall’esercito americano quella conversazione non l’ha mai aperta, e le probabilità che la apra sono prossime allo zero.

La critica all’UE che si ferma un passo prima di nominare chi l’ha costruita; lo scontro di civiltà che si ferma un passo prima di nominare chi l’ha teorizzato. Il coraggio, nel Vannaccismo, è sempre calibrato sulla distanza dal confine vietato.

La contronarrazione italiana — quella frangia dell’informazione alternativa che vende stablecoin trumpiane, abbonamenti a retroscena geopolitici esclusivi e analisi a tanto al chilo sulla decadenza dell’Occidente — ha amplificato queste tesi con la stessa logica con cui amplifica tutto: l’indignazione selettiva è più remunerativa della precisione, e la coerenza interna con la tribuna vale più della coerenza con i fatti. Vannacci viene presentato come voce scomoda che osa dire le cose come stanno; la sua perfetta ortodossia atlantista su Israele e NATO viene sistematicamente ignorata, perché includerla renderebbe il personaggio molto meno spendibile come simbolo di rottura.

Il meccanismo ha un beneficiario doppio. Da un lato, Vannacci acquisisce visibilità e finanziamento simbolico da chi ha interesse a tenere il dibattito pubblico dentro i confini dello scontro orizzontale — immigrati contro italiani, Islam contro Occidente — lontano dalle domande verticali su chi detiene il potere economico e chi prende le decisioni militari. Dall’altro, il “campo largo” ottiene il proprio nemico designato: una figura abbastanza rozza da poter essere demonizzata, abbastanza popolare da giustificare la coalizione difensiva, abbastanza ortodossa da non rappresentare una vera minaccia sistemica. Come abbiamo argomentato nell’analisi precedente, il sistema produce i propri oppositori con la puntualità di un meccanismo industriale, e li usa finché servono.

Quello che resta, tolta la struttura argomentativa, è un prodotto di comunicazione politica costruito attorno all’estetica del coraggio. Dire cose che la sinistra non vuole sentire è presentato come atto di resistenza civile; il fatto che le stesse cose vengano dette, con formule diverse, da quasi ogni governo europeo di centrodestra e da una quota significativa del centrosinistra, è un dettaglio che non compare mai nella cornice. Il coraggio, nel Vannaccismo, è sempre misurato in relazione alla platea interna — quanto fa arrabbiare gli avversari predefiniti — mai in relazione al potere reale che non viene sfidato.

La retorica funziona perché intercetta frustrazioni reali: la percezione di un’immigrazione gestita male, la diffidenza verso istituzioni percepite come lontane, la ricerca di un linguaggio che sembri diretto rispetto all’eufemismo della politica tradizionale. Queste frustrazioni meriterebbero analisi serie, politiche concrete e interlocutori capaci di affrontare i nodi strutturali sottostanti. Quello che trovano, nel Vannaccismo, è una cornice che le raccoglie, le orienta verso bersagli laterali, e le restituisce al ciclo elettorale senza che nulla di sostanziale si muova. Il brand del coraggio ortodosso è esattamente questo: promette rottura, consegna continuità.

Fonti

AnotherWorld.network, “Vannacci e il ciclo del catalizzatore: come il sistema produce i suoi oppositori”, 28 maggio 2026 — anotherworld.network
Samuel Huntington, “The Clash of Civilizations?”, Foreign Affairs, estate 1993 — foreignaffairs.com
Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, Youcanprint, 2023 — it.wikipedia.org
Direzione Investigativa Antimafia, Relazione annuale 2024, Ministero dell’Interno — liberainformazione.org
Ministero dell’Interno, “Criminalità organizzata nigeriana: una minaccia globale” — interno.gov.it
Fondazione Leone Moressa / Banca d’Italia, “Rimesse degli immigrati in Italia: 8,3 miliardi nel 2024”, maggio 2025 — fondazioneleonemoressa.org
International Crisis Group, “Homegrown Jihadism in Europe”, rapporto n. 217, gennaio 2013 — crisisgroup.org
ISTAT, “Cittadini non comunitari in Italia”, rapporto annuale 2025 — istat.it