Il 5 maggio 2026 il Direttore Generale della Sanità Animale del Ministero della Salute ha firmato il dispositivo dirigenziale che avvia in Italia il primo progetto pilota di vaccinazione contro l’influenza aviaria ad alta patogenicità. Gli allevamenti coinvolti sono cinque: tre nella provincia di Verona, due in quella di Mantova. Le categorie animali interessate sono tacchini da carne e galline ovaiole. Il documento stabilisce che la vaccinazione è autorizzata esclusivamente per gli stabilimenti inclusi nel progetto, che la tracciabilità delle operazioni sarà registrata nei sistemi informativi nazionali, e che i prodotti siano destinati al consumo interno italiano. Quest’ultima clausola è già, da sola, un’indicazione involontaria: se non c’è motivo di preoccupazione, non c’è motivo di circoscrivere geograficamente la destinazione dei prodotti.

La Francia ha avviato la vaccinazione degli allevamenti di anatre dall’ottobre 2023, prima in Europa. Il vaccino che ha circolato in quel contesto, e che il consigliere regionale veneto Szumski di Resistere Veneto ha citato esplicitamente nella sua interrogazione pubblica alla Giunta, è il Vectormune HVT-AIV prodotto dalla società farmaceutica francese CEVA. Si tratta di un vaccino a vettore virale ricombinante: il vettore è un herpesvirus del tacchino (HVT) geneticamente modificato per esprimere l’antigene emoagglutinina H5 del virus dell’influenza aviaria. L’Agenzia Europea dei Medicinali ha autorizzato il prodotto per uso veterinario nell’Unione Europea. Il meccanismo è quello comune a tutti i vaccini a vettore virale: un virus modificato funge da veicolo per portare all’interno delle cellule dell’animale il codice genetico necessario a produrre l’antigene bersaglio.

Leonardo Guerra, biologo molecolare con esperienza dirigenziale nel settore delle biotecnologie e della sanità, pone una domanda precisa su questo meccanismo. I vaccini a vettore virale sono tecnologicamente affini alla classe che nell’umano ha incluso il vaccino AstraZeneca — il solo ritirato dal mercato in tutto il mondo nel maggio 2024, per effetti collaterali gravi riconosciuti dall’azienda produttrice. La somiglianza non è nell’identità del vettore — l’HVT è un herpesvirus, quello di AstraZeneca era un adenovirus — ma nella logica del meccanismo: un agente virale modificato trasporta un gene eterologo per indurre la sintesi di un antigene specifico all’interno delle cellule dell’organismo ospite. Guerra segnala che questa classe di prodotti ha generato, nella banca dati delle reazioni avverse americana VAERS, segnali statisticamente rilevanti per encefalopatie, encefaliti e malattie prioniche, con frequenze che superano le due deviazioni standard rispetto ai farmaci di controllo.

La domanda su cosa transiti dall’animale vaccinato all’essere umano che ne mangia la carne o le uova non ha, allo stato attuale, risposte pubbliche, documentate e accessibili.

Questo è il punto centrale, e va tenuto separato da ogni altra considerazione: quegli animali vengono macellati e finiscono sulle tavole degli italiani. Il Ministero della Salute non ha comunicato alcuna valutazione di rischio specifica per la catena alimentare. L’IZSVe, interpellato secondo quanto riferisce Guerra sulla tecnologia specifica adottata, avrebbe risposto che in assenza del dispositivo ministeriale pubblicato non poteva fornire informazioni. Il consigliere Szumski ha presentato un’interrogazione formale alla Giunta regionale del Veneto chiedendo chiarimenti sulla tecnologia; al momento dell’avvio del pilota, una risposta pubblica e dettagliata non era ancora disponibile.

Il piano nazionale di vaccinazione era stato annunciato dall’IZSVe già nel gennaio 2026: la Regione Veneto — Verona in testa — capofila, poi Lombardia ed Emilia-Romagna, con estensione prevista alle altre regioni. I numeri inizialmente circolati indicavano 136 allevamenti di tacchini e 64 di galline ovaiole solo in Veneto, con oltre quattordici milioni di dosi totali. Il pilota del 5 maggio, circoscritto a cinque allevamenti, ha la fisionomia di una fase ridimensionata — ma il dispositivo conferma che l’obiettivo dichiarato è la verifica della scalabilità del sistema, non il suo abbandono.

La questione dell’etichettatura resta aperta. Il dispositivo del 5 maggio prevede la tracciabilità nei sistemi informatici nazionali, ma non impone alcuna indicazione al consumatore finale sulla provenienza dei prodotti da allevamenti vaccinati con questa tecnologia. Chi acquista una confezione di tacchino o di uova non ha, al momento, alcun modo di sapere se l’animale ha ricevuto una vaccinazione a vettore virale ricombinante. La clausola sulla destinazione al mercato interno italiano — inserita per gestire i vincoli europei sulle esportazioni da allevamenti vaccinati — rende questo vuoto informativo particolarmente significativo: lo Stato sa dove vanno i prodotti, il consumatore no.

Guerra, che dichiara di aver contattato direttamente l’IZSVe e di aver incontrato l’assessore all’agricoltura veneto Bond, sostiene che il profilo di rischio biologico di questa tecnologia applicata alla catena alimentare non sia stato valutato con i criteri di precauzione che le terapie geniche richiedono. La distinzione che propone è quella tra vaccini tradizionali — che rimangono negli spazi extracellulari — e vaccini a vettore virale, che entrano nelle cellule e inducono la sintesi di una proteina estranea. Il rischio prionico che associa a questa classe di prodotti, e che ritiene possibile per via alimentare, è la componente più controversa della sua posizione: lo presenta come inferenza dai segnali VAERS nell’umano, non come dato direttamente misurato nell’animale o nella catena alimentare.

Fuori dall’area del controverso rimane invece questo: una tecnologia vaccinale a vettore virale ricombinante è stata introdotta nella filiera avicola italiana senza che il pubblico ne fosse informato in modo comprensibile, senza che il profilo di sicurezza per la catena alimentare fosse reso accessibile, e senza che i prodotti destinati al consumo rechino alcuna indicazione sulla tecnologia usata nella produzione dell’animale da cui provengono. La domanda che Guerra pone — se abbia senso procedere con una sperimentazione quando gli strumenti di gestione tradizionale dell’HPAI esistono, sono collaudati e non introducono incertezze di questo tipo — è una domanda importante, che merita la massima diffusione e che nessuno, nelle sedi istituzionali competenti, ha ancora affrontato in modo diretto e pubblico.

Fonti

Leonardo Guerra, intervista a Border Nights, “Vaccini animali: cosa mangeremo?”, maggio 2026 — youtube.com
Ministero della Salute / IZSVe, dispositivo dirigenziale 5 maggio 2026 — progetto pilota vaccinazione HPAI H5 — riportato da Vet33, vet33.it
IZSVe, comunicato stampa 19 gennaio 2026 — piano nazionale vaccinazione aviaria — izsvenezie.it
IZSVe, “Influenza aviaria, l’Italia avvia il primo progetto pilota di vaccinazione negli allevamenti avicoli”, 7 maggio 2026 — izsvenezie.it
Consiglio Regionale del Veneto, comunicato Szumski (Resistere Veneto), aprile 2026 — consiglioveneto.it
Confagricoltura Veneto, “Aviaria”, maggio 2026 — confagricolturaveneto.it
EMA, scheda prodotto Vectormune HVT-AIV — ema.europa.eu
Zootecnica.it, “Parte dal Veneto il piano vaccinale nazionale per tacchini e ovaiole”, febbraio 2026 — zootecnica.it
ANMVI Oggi, campagna vaccinazione aviaria Francia, ottobre 2023 — anmvioggi.it