Logo TikTok e sede Oracle: la grande partizione digitale tra due imperi

Il 23 gennaio 2026, l’ennesima proroga concessa da un’amministrazione Trump che ha trasformato la questione TikTok in una farsa giuridica doveva scadere; ogni scadenza era diventata negoziabile fino a quando i profitti continuavano a scorrere nelle direzioni appropriate, la sicurezza nazionale era solo il vestito formale indossato da interessi privati per entrare nelle stanze in cui le carcasse delle nazioni vengono spartite. L’accordo annunciato a dicembre tra ByteDance e Oracle aveva già definito la struttura di ciò che si consumerà: non una soluzione, ma un compromesso che permette a ciascun contendente di dichiarare una vittoria parziale davanti ai propri elettori interni.

L’accordo prevede che Oracle, Silver Lake e MGX — un fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti, perché evidentemente la sovranità digitale americana richiede il concorso del capitale mediorientale — controllino il 45% della nuova entità TikTok USA, mentre ByteDance manterrà il 19,9%: una quota calcolata con precisione chirurgica per restare appena al di sotto della soglia del 20% che secondo i regolamenti americani sugli investimenti esteri avrebbe richiesto un esame più stringente da parte del CFIUS, il Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti.

Larry Ellison non è mai stato particolarmente abile a nascondere la natura parassitaria della propria fortuna, costruita non attraverso l’innovazione che la mitologia della Silicon Valley celebra con devozione religiosa, ma attraverso la sistematica capacità di trasformare ogni crisi di sicurezza nazionale in un’opportunità per consolidare monopoli tecnologici finanziati con denaro pubblico e protetti da regolamenti che egli stesso ha contribuito a redigere, attraverso decenni di lobbying strategico e donazioni politiche distribuite con la precisione di chi ha perfettamente compreso che in un mercato democratico semplificato la politica è un database acquistabile.

Oracle prende il nome da un progetto della CIA, Project Oracle, su cui Ellison lavorò nel 1977 prima di fondare la società con Robert Miner ed Ed Oates, trasformando un contratto governativo da cinquantamila dollari in un impero da oltre cinquecento miliardi di dollari di capitalizzazione che non sarebbe mai esistito senza il flusso continuo di contratti federali, statali e locali che negli ultimi venticinque anni ha generato miliardi di dollari annui. Nel 2002, un quarto dei ricavi di Oracle — 2,5 miliardi di dollari — proveniva direttamente da contratti governativi; questa percentuale non è mai diminuita in modo significativo, si è semplicemente resa più opaca man mano che l’azienda imparava a operare attraverso subappalti con Lockheed Martin, Raytheon, Northrop Grumman, creando quella rete di relazioni che permette al complesso militare-industriale-digitale di operare senza dover rendere conto pubblicamente di ogni singola transazione.

Nel 2001, pochi mesi dopo l’11 settembre, Oracle fondò l’Information Assurance Center, affidandone la direzione a David Carney, che aveva appena concluso trentadue anni di carriera alla CIA raggiungendone la terza posizione gerarchica. Carney spiegò con disarmante franchezza la logica del sistema: prima dell’11 settembre era necessario «ipotizzare la minaccia e il problema» per convincere i dirigenti pubblici e privati a prestare attenzione; dopo, la minaccia era reale, i contratti erano garantiti e il ciclo poteva perpetuarsi da solo.

Ellison ha sempre sostenuto pubblicamente la necessità di grandi banche dati nazionali, proponendo dopo l’11 settembre l’implementazione di una carta d’identità digitale nazionale che avrebbe centralizzato le informazioni personali di ogni cittadino americano in sistemi gestiti, presumibilmente, da società come la sua: una visione imprenditoriale che consiste nel creare il problema che solo i propri prodotti possono risolvere, convincendo lo Stato a rendere obbligatorio l’acquisto di tali prodotti in nome della sicurezza collettiva. Sul consiglio di amministrazione di Oracle siede Leon Panetta, ex direttore della CIA; secondo diverse fonti, Ellison avrebbe personalmente invitato Benjamin Netanyahu ad aggregarsi al consiglio, creando quella commistione di interessi geopolitici israeliani, americani e corporativi che definisce la vera natura della «comunità atlantica», dove le alleanze si misurano in contratti di sorveglianza e le amicizie personali tra miliardari e capi di governo determinano quali nazioni avranno accesso privilegiato alle infrastrutture digitali critiche.

Quando nel 2025 Oracle ha ottenuto il ruolo di «trusted security partner» per TikTok USA — con il compito di gestire i dati, la moderazione dei contenuti, la sicurezza del software e il rispetto dei requisiti di sicurezza nazionale — la stampa mainstream ha presentato la notizia come una vittoria della democrazia sul totalitarismo digitale cinese, ignorando sistematicamente che Oracle ospitava già i dati degli utenti americani di TikTok dal 2022 attraverso il cosiddetto Project Texas. Oracle guadagna tra 480 e 800 milioni di dollari annui dal solo contratto TikTok; il nuovo accordo consolida questo rendimento trasformando un rapporto commerciale in un monopolio garantito dallo Stato, dove il «partner fidato» diventa l’unico partner possibile perché nessun altro potrebbe subentrare senza ricostruire da zero un’infrastruttura progettata per essere insostituibile.

La domanda che nessuno, nemmeno tra i più aspri critici dell’accordo, sembra porre è la più elementare: come può una società nata da un progetto della CIA, alimentata per decenni da contratti di intelligence, guidata da ex funzionari dei servizi, essere considerata una soluzione al problema della sorveglianza straniera? La risposta, naturalmente, è che il problema non è mai stata la sorveglianza in sé, ma solo chi la controlla e chi ne beneficia. Washington non vuole proteggere i cittadini americani dalla raccolta di dati: vuole semplicemente che quella raccolta avvenga attraverso canali che l’intelligence americana può monitorare, penetrare e utilizzare quando necessario. Oracle è la perfetta incarnazione di questo modello, in cui la distinzione tra pubblico e privato è una finzione mantenuta solo per ragioni di pubbliche relazioni, mentre nella realtà operativa Stato e corporazione funzionano come parti di un unico organismo predatore.

Mentre l’Occidente si distrae con narrazioni sulla «minaccia cinese» che riducono il conflitto geopolitico a questioni di privacy individuale e protezione dei dati personali, Pechino ha costruito negli ultimi dieci anni un’infrastruttura di controllo globale che rende il colonialismo europeo ottocentesco un’operazione dilettantistica: la Digital Silk Road non conquista territori attraverso la forza militare, ma attraverso la dipendenza tecnologica, vendendo ai paesi in via di sviluppo l’illusione del progresso digitale mentre installa catene invisibili di subordinazione infrastrutturale.

La Digital Silk Road, annunciata nel 2015 come componente della Belt and Road Initiative, ha già siglato accordi di cooperazione con almeno sedici nazioni, ma il numero reale è probabilmente molto più alto, poiché molti di questi contratti restano non dichiarati, protetti dall’opacità che caratterizza gli accordi tra stati autoritari e governi del Sud globale dove la corruzione è sistemica e la trasparenza un lusso che nessuno può permettersi. La Cina offre alternative economiche alle tecnologie occidentali — reti 5G, cavi in fibra ottica, data center, sistemi di intelligenza artificiale, piattaforme di pagamento mobile, tecnologie di sorveglianza — attraverso prestiti agevolati emessi dalla China Development Bank e dalla Export-Import Bank, che permettono a nazioni come Myanmar, Pakistan, Kenya ed Etiopia di accedere a infrastrutture altrimenti inaccessibili, creando quella dipendenza economica che si trasforma in dipendenza politica nel momento in cui i paesi debitori non riescono a rimborsare e devono cedere asset strategici in cambio di ristrutturazioni.

Nel 2018 il Myanmar ha firmato un accordo per la rapida espansione dei servizi 5G attraverso prestiti cinesi per l’acquisto di apparecchiature prodotte da aziende cinesi. La qualità mediocre della tecnologia diventa irrilevante quando l’alternativa è non avere infrastrutture affatto; la vera posta in gioco è il controllo strategico che Pechino ottiene su un paese che rappresenta un nodo critico tra Asia meridionale e sudorientale lungo le rotte commerciali che la Cina intende dominare. Le sanzioni americane contro Huawei, avviate nel 2012 e intensificate nel 2019 con il divieto di trasferimento tecnologico nei semiconduttori, avrebbero dovuto strangolare l’azienda cinese; invece ne hanno accelerato lo sviluppo di capacità produttive domestiche, costringendo Huawei a sostituire tredicimila componenti e ridisegnare oltre quattromila circuiti, un processo doloroso che ha reso la Cina meno dipendente dalla catena di approvvigionamento globale controllata dall’Occidente.

Il modello cinese di espansione digitale combina gli investimenti infrastrutturali con l’esportazione sistematica di tecnologie di sorveglianza che ottanta paesi hanno già adottato, spesso nell’ambito di progetti «smart city» che promettono efficienza urbana e sicurezza pubblica ma installano in realtà sistemi di riconoscimento facciale, monitoraggio dei social media, tracciamento dei movimenti attraverso reti di telecamere interconnesse, centralizzazione dei dati personali in banche dati accessibili alle autorità senza le protezioni legali che teoricamente vigono nelle democrazie occidentali. I regimi autoritari del Sud globale non si preoccupano nemmeno di mantenere l’apparenza della privacy come diritto fondamentale, e la Cina fornisce loro gli strumenti per implementare il modello di controllo sociale che Pechino ha perfezionato internamente attraverso il sistema del credito sociale, dove ogni cittadino è valutato continuamente da algoritmi che aggregano comportamenti online e offline per determinare l’accesso a servizi, opportunità di lavoro e libertà di movimento.

La retorica cinese sulla «sovranità cyber» e sulla «sicurezza dell’informazione» serve a legittimare un modello di internet frammentato dove ogni nazione mantiene il controllo sui flussi di dati all’interno dei propri confini — un principio che Pechino promuove attivamente attraverso forum internazionali come la World Internet Conference di Wuzhen e attraverso i gruppi di lavoro dell’ONU sulla governance del cyberspazio. La verità è che entrambe le visioni sono ipocrite: gli Stati Uniti vogliono un internet aperto soltanto finché controllano le infrastrutture dominanti e le piattaforme; la Cina vuole la frammentazione soltanto per proteggere il proprio modello di censura interna, mentre proietta potere attraverso le proprie piattaforme all’estero — come TikTok dimostra perfettamente, operando con regole completamente diverse nei mercati internazionali rispetto a quelle imposte a Douyin nel mercato domestico.

I documenti trapelati nel febbraio 2024 da I-Soon, un appaltatore del governo cinese con sede a Shanghai, hanno rivelato dettagli sulle campagne di hacking condotte contro le infrastrutture critiche dei paesi partner della Digital Silk Road, dimostrando che la stessa Cina che vende sicurezza informatica compromette simultaneamente i sistemi che installa, mantenendo backdoor e accessi privilegiati che permettono a Pechino di monitorare, manipolare o sabotare le reti digitali di nazioni che credono di esercitare sovranità sulle proprie infrastrutture. La Belt and Road Initiative nel suo complesso è accusata di praticare la «diplomazia del debito-trappola», dove i prestiti vengono deliberatamente concessi a condizioni insostenibili per acquisire poi asset strategici quando il paese debitore non riesce a rimborsare; anche leader africani hanno ammesso che i termini contrattuali sono spesso «esploitativi e imbarazzanti», come dichiarò il presidente tanzaniano John Magufuli.

C’è un uomo che pochi conoscono al di fuori della Cina, ma il cui pensiero ha plasmato la strategia geopolitica di Pechino negli ultimi trent’anni con una coerenza ideologica che sarebbe ammirevole se non fosse così profondamente cinica. Quest’uomo è Wang Huning, il principale ideologo del Partito Comunista Cinese, consigliere di tre presidenti consecutivi — Jiang Zemin, Hu Jintao, Xi Jinping — e che in Cina chiamano semplicemente «il teorico».

Wang ha trascorso sei mesi viaggiando attraverso l’America, osservando con occhio antropologico una società che lo ha affascinato e disgustato simultaneamente, registrando le proprie osservazioni nel libro America Against America, pubblicato nel 1991, testo divenuto fondamentale per comprendere come il Partito Comunista Cinese interpreti la propria competizione esistenziale con l’Occidente. La tesi centrale è devastante nella sua semplicità: l’America è un paradosso composto da contraddizioni irrisolvibili, dove i due valori primari — libertà e uguaglianza — si escludono reciprocamente, dove la presenza di molte culture diverse significa assenza di una cultura unificante, e dove una società orientata al mercato ha prodotto straordinaria ricchezza materiale e abissale povertà spirituale, generando cittadini ansiosi che possiedono ogni comfort tecnologico ma hanno perso ogni senso di appartenenza collettiva.

Wang scrive che «la carne umana, il sesso, la conoscenza, la politica, il potere e la legge possono tutti diventare oggetti di mercificazione», e che la mercificazione «in molti modi corrompe la società e genera numerosi gravi problemi sociali» che a loro volta aumentano la pressione sul sistema politico e amministrativo fino al punto di rottura. «Non sono le persone che padroneggiano la tecnologia», scrive Wang, «ma la tecnologia che padroneggia le persone»; e ogni nuovo dispositivo, ogni piattaforma, ogni aggiornamento serve solo a distrarre e separare gli americani, trascinandoli verso un abisso in cui il progresso tecnologico incessante diventa il motore della propria autodistruzione.

Secondo Aristotele, Wang spiega citando i classici con l’erudizione di chi ha studiato la filosofia occidentale per confutarla meglio, «la famiglia è la cellula della società»; ma nell’America del XX secolo questa cellula si è «disintegrata» e «la vera cellula della società negli Stati Uniti è l’individuo». Il risultato inevitabile è un conflitto balcanizzato tra gruppi di interesse incompatibili in una guerra culturale circolare senza sbocco possibile, dove l’educazione universitaria insegna a leggere ogni testo attraverso i prismi identitari di razza, sessualità e genere lasciando gli studenti in gran parte ignari della storia e della cultura della propria nazione. «Quando le idee finiscono,» osserva Wang, «così fanno le istituzioni sociali e i modi di comportarsi guidati da tali idee. Se il sistema di valori crolla, come si può mantenere il sistema sociale?»

La soluzione che Wang propone nel suo saggio The Structure of China’s Changing Political Culture è il neo-autoritarismo: l’unico modo per una nazione di evitare i problemi americani è instillare «valori fondamentali» — un consenso nazionale radicato nelle tradizioni del passato e orientato verso un obiettivo chiaro nel futuro. Ciò richiede tuttavia l’eliminazione preventiva del nichilismo e della decadenza, una campagna di igiene culturale che Xi Jinping ha implementato con zelo: divieto ai minori cinesi di giocare ai videogiochi per più di tre ore settimanali, censura dei contenuti LGBT, stretta sull’aborto, scomparsa di celebrità come Zhao Wei, crociate contro le «star effeminate» e la «cultura occidentale decadente».

Il fondatore di TikTok, Zhang Yiming, voleva originariamente che i contenuti della piattaforma — e della sua versione cinese Douyin — fossero determinati dalla pura popolarità algoritmica, un approccio meritocratico in cui l’algoritmo amplifica ciò che gli utenti vogliono vedere indipendentemente dal suo valore educativo o morale. Ma dopo che le autorità cinesi hanno implementato le direttive ideologiche di Wang, Douyin è stato trasformato in qualcosa di completamente diverso: i contenuti più promossi non sono più video di danze virali e intrattenimento frivolo, ma video educativi su scienza, storia, cultura e patriottismo, accompagnati da limiti giornalieri di quaranta minuti e da pause che ricordano agli utenti di «mettere giù il telefono», «andare a letto», «studiare».

Ed è qui che emerge il dettaglio che rende l’intera vicenda TikTok così emblematicamente rivelatrice: mentre la Cina censura severamente la versione domestica della piattaforma per proteggere la propria gioventù dalla decadenza digitale, la versione internazionale — quella che centosettanta milioni di americani usano ossessivamente — è lasciata libera di mostrare qualsiasi contenuto eccetto le menzioni di Falun Gong o di piazza Tiananmen. È giustizia poetica per la Via della Seta originale, dove le potenze occidentali predicavano i valori cristiani mentre trafficavano oppio chimico in Cina? È la strategia taoista di lasciar fare all’avversario la propria autodistruzione mentre ci si rafforza internamente? O è semplicemente la dimostrazione che entrambi gli imperi comprendono perfettamente il potere distruttivo della tecnologia e scelgono deliberatamente chi debba subire i suoi effetti più devastanti — in una guerra culturale non dichiarata dove TikTok è il vettore di una malattia contro cui la Cina ha sviluppato l’immunità mentre l’Occidente resta vulnerabile, perché il capitalismo liberale non può resistere alla logica della domanda e dell’offerta?

Wang rifiuta di parlare con gli stranieri o di rilasciare interviste, ma il suo lavoro teorico ha plasmato ogni aspetto della politica culturale di Xi. Il problema, in fondo, non è la Cina: è noi. «America contro l’America». Se TikTok non è un’arma del delitto, è un’arma suicida. La Cina ha fornito all’Occidente i mezzi per uccidersi; ma il desiderio di morte è interamente nostro.

La narrativa ufficiale dipinge la Silicon Valley come il trionfo dell’imprenditorialità americana, dove giovani visionari costruiscono imperi tecnologici partendo dai garage attraverso una combinazione di genio individuale, lavoro duro e spirito d’innovazione che distinguerebbe il capitalismo democratico dai sistemi statalisti del resto del mondo. L’archeologia delle grandi aziende tecnologiche rivela una storia completamente diversa, dove le nascite avvengono nei laboratori militari, i finanziamenti provengono dalle agenzie di intelligence e la distinzione tra impresa privata e apparato statale è una convenzione mantenuta per ragioni di pubbliche relazioni.

Internet stesso fu creato da DARPA negli anni Settanta, quando l’agenzia responsabile dello sviluppo di tecnologie emergenti per scopi militari e di sicurezza nazionale collegò quattro supercomputer per gestire trasferimenti di dati su larga scala; dopo circa un decennio le operazioni passarono alla National Science Foundation che proliferò la rete attraverso migliaia di università e poi al pubblico, creando così l’architettura del World Wide Web che tutti oggi utilizzano come se fosse uno spazio neutrale di libera informazione — laddove è sempre stato, sin dalle origini, uno strumento di raccolta e gestione dell’informazione con finalità strategiche. A metà degli anni Novanta, la comunità dell’intelligence finanziava i progetti di supercomputing più promettenti nell’accademia, guidando la creazione di sistemi in grado di rendere enormi quantità di informazioni utili sia per il settore privato che per le agenzie governative, attraverso un programma non classificato ma altamente compartimentato gestito per conto di CIA e NSA.

Google prende il nome da un gioco su «googol» — il numero uno seguito da cento zeri — ma le sue vere origini risiedono nel programma Massive Digital Data Systems (MDDS), un’iniziativa della comunità di intelligence gestita dalla MITRE Corporation, un’impresa della difesa, per conto di NSA, CIA e altre agenzie, che finanziarono direttamente la ricerca di Sergey Brin e Larry Page a Stanford nel tentativo di sviluppare capacità per identificare pattern nei flussi di dati globali. Brin riferiva regolarmente i progressi del progetto non ai propri supervisori accademici, ma al dr. Rick Steinheiser della CIA e alla dr.ssa Bhavani Thuraisingham che lavorava per MITRE; nel volume Web Data Mining and Applications in Business Intelligence and Counter-Terrorism, pubblicato nel 2003, Thuraisingham scrive che lei e Steinheiser «organizzarono discussioni con la Defense Advanced Research Projects Agency» per valutare le applicazioni operative della tecnologia.

Nel 2003, Google cominciò a personalizzare il proprio motore di ricerca nell’ambito di un contratto speciale con la CIA per il suo Intelink Management Office, che supervisiona le intranet classificate e sensibili della comunità di intelligence. Nel 2004 Google acquisì Keyhole, una società di mappatura satellitare originariamente finanziata da In-Q-Tel, il fondo di venture capital della CIA fondato nel 1999 specificamente per «identificare, adattare e fornire soluzioni tecnologiche innovative» a sostegno delle missioni della CIA e della più ampia comunità di intelligence statunitense. Utilizzando Keyhole, Google sviluppò il software di mappatura satellitare avanzata alla base di Google Earth; nel 2005 In-Q-Tel vendette 2,2 milioni di dollari di azioni Google, realizzando un profitto sostanziale da un investimento che aveva contribuito a lanciare.

L’analisi del database dei contratti federali, combinata con le informazioni ottenute attraverso richieste ai sensi del Freedom of Information Act, rivela che Google ha condotto affari con praticamente ogni principale agenzia militare e di intelligence: Marina, Esercito, Aeronautica, Guardia Costiera, DARPA, NSA, FBI, DEA, CIA, NGA e Dipartimento di Stato. Nel 2008 Google vinse un contratto per gestire i server e la tecnologia di ricerca alla base della CIA Intellipedia, un database di intelligence modellato su Wikipedia e gestito congiuntamente da NSA, CIA, FBI e altre agenzie federali. Nel 2010 vinse un contratto esclusivo senza gara del valore di 27 milioni di dollari per fornire alla NGA «servizi di visualizzazione geospaziale», diventando di fatto gli «occhi» dell’apparato militare e di intelligence americano. Secondo alcune stime, il 77% di tutti i contratti governativi assegnati a Google dalla sua fondazione erano collegati alla guerra al terrorismo.

Esiste una porta girevole permanente tra Google e le agenzie governative statunitensi di difesa, sicurezza e intelligence, con ex funzionari che si spostano fluidamente tra posizioni pubbliche e private portando con sé le relazioni e le autorizzazioni che permettono all’azienda di mantenere accesso privilegiato a opportunità contrattuali che le aziende senza queste connessioni non sarebbero nemmeno in grado di individuare. Facebook — oggi Meta, in uno di quei rebranding che servono principalmente a seppellire la storia imbarazzante sotto un nuovo logo — ricevette i finanziamenti iniziali attraverso investitori collegati a reti di intelligence che condividevano gli stessi obiettivi di raccolta dati e analisi comportamentale su scala massiccia, trasformando quello che si presenta come un social network per connettere gli amici in una macchina di sorveglianza volontaria dove le persone forniscono spontaneamente dati personali, fotografie, posizioni, relazioni sociali, orientamenti politici e preferenze di consumo.

Amazon Web Services, la divisione cloud di Amazon che genera la maggior parte dei profitti aziendali, ospita i dati della NSA e detiene contratti multimiliardari con la CIA, costruendo l’infrastruttura fisica in cui vengono conservate le informazioni raccolte attraverso i programmi di sorveglianza di massa che Edward Snowden rivelò nel 2013. Palantir, la società di analisi fondata da Peter Thiel con investimenti diretti da In-Q-Tel, ha costruito il proprio modello di business interamente intorno ai contratti governativi per l’analisi di intelligence e le operazioni anti-terrorismo, vendendo software che aggrega dati da fonti multiple per creare profili completi di obiettivi — che siano individui sospettati di terrorismo o intere popolazioni da monitorare.

Il CLOUD Act, approvato nel 2018, impone la giurisdizione statunitense sui dati ovunque nel mondo se gestiti da società americane, costringendo Microsoft, Google, Amazon e le altre a consegnare informazioni ai tribunali degli Stati Uniti anche quando i dati risiedono fisicamente su server in Europa o in Asia, violando sistematicamente le leggi sulla privacy di paesi sovrani e dimostrando che per Washington la sovranità si applica soltanto quando è conveniente. L’Unione europea ha tentato di resistere attraverso il GDPR, ma l’implementazione è stata sistematicamente ostacolata da pressioni intensive e minacce velate che collegano la conformità al rispetto dell’accesso ai mercati americani e alle partnership in sicurezza informatica, costringendo i paesi vassalli della NATO ad accettare le cloud «sovrane» americane come condizione per rimanere nell’alleanza atlantica.

La narrazione del «capitalismo tecnologico» come motore dell’innovazione libera è la guerra condotta con altri mezzi, con gli azionisti al posto dei generali ma con gli stessi obiettivi strategici: controllo, estrazione, dominio. Le aziende tecnologiche americane non sono alternative private allo Stato, ma sue estensioni che operano con maggiore flessibilità perché non sono vincolate da processi democratici o dalla supervisione parlamentare, permettendo al complesso militare-industriale-digitale di proiettare potere globale attraverso piattaforme che nessuno Stato potrebbe costruire apertamente senza provocare resistenza diplomatica e boicottaggi economici. Quando Oracle ottiene il controllo di TikTok USA, non stiamo assistendo alla vittoria del settore privato sul controllo statale cinese, ma semplicemente al trasferimento di un asset strategico da un impero all’altro, con gli utenti che rimangono ugualmente mercificati, ugualmente sorvegliati, altrettanto impotenti di fronte a sistemi che li trattano come punti di dati da estrarre piuttosto che come cittadini con diritti da proteggere.

L’aspetto più rivelatore dell’intero accordo TikTok è ciò che non cambia: l’algoritmo — il software che determina quali contenuti vengono mostrati agli utenti e quando — rimane proprietà di ByteDance, concesso in licenza alla nuova entità americana ma non ceduto, non venduto, non trasferito in alcun modo che consentirebbe agli Stati Uniti di comprenderne davvero il funzionamento interno o di modificarlo secondo i propri interessi strategici. Oracle potrà monitorare l’algoritmo, verificare che non compia cose esplicitamente vietate, persino riaddestrarlo su dati esclusivamente americani, ma non potrà riscriverlo da zero, non potrà accedere al codice sorgente, non potrà replicarlo in modo indipendente: una situazione paradossale in cui Washington dichiara una vittoria formale sulla proprietà mentre il «cuore battente» tecnologico dell’applicazione resta esattamente dove Pechino vuole che resti.

Questo compromesso rivela con brutale chiarezza che la posta in gioco non era mai stata realmente la sicurezza dei dati personali degli utenti americani. Se questo fosse il problema, l’algoritmo sarebbe irrilevante: basterebbe garantire che i dati risiedano su server americani gestiti da società americane soggette alla giurisdizione americana, e questo problema era già stato risolto con Project Texas nel 2022. La vera questione è il controllo sui meccanismi di manipolazione dell’attenzione collettiva — la capacità di determinare quali idee, quali narrazioni, quali emozioni vengono amplificate e quali soppresse attraverso un sistema che elabora venti miliardi di interazioni al giorno e apprende continuamente come catturare e trattenere l’attenzione di centosettanta milioni di americani che trascorrono in media cinquantadue minuti al giorno sulla piattaforma.

Un algoritmo di raccomandazione non è uno strumento neutro che mostra semplicemente agli utenti ciò che vogliono vedere: è un sistema attivo di formazione del desiderio che impara quali stimoli generano il massimo coinvolgimento e poi li riproduce ossessivamente, creando circuiti di retroazione in cui i contenuti emotivamente intensi — rabbia, sdegno, paura, eccitazione — ottengono la preferenza algoritmica sui contenuti informativi o educativi perché generano tassi di click più elevati, condivisioni più frequenti, tempi di visione più lunghi. L’algoritmo di TikTok è particolarmente efficace in questo compito perché lavora con video brevi consumabili e scartabili rapidamente, eliminando deliberatamente la necessità di scelta consapevole: non bisogna cercare contenuti, non bisogna decidere cosa guardare; basta scorrere e il flusso personalizzato infinito si fa via via più preciso, più avvolgente, più difficile da abbandonare.

Questa architettura della dipendenza non è un effetto collaterale indesiderato: è il modello di business. TikTok non vende prodotti, vende attenzione; e più attenzione riesce a catturare, più pubblicità può inserire, più dati può estrarre, più valore può generare per i propri azionisti. ByteDance non è un monolite — quasi il 40% della proprietà è detenuto da capitale di rischio americano, tra cui General Atlantic, Susquehanna International e Sequoia — e questa struttura mista permette a Trump di dichiarare che l’accordo rappresenta «la maggioranza USA» in termini di capitale investito: una matematica creativa che conta i dollari degli investitori ignorando che il controllo operativo rimane con il management cinese, che risponde al Partito Comunista Cinese e alle sue direttive.

L’idea che un cambiamento di proprietà formale possa guarire la polarizzazione sociale americana è illusoria perché presuppone che TikTok crei divisione attraverso una manipolazione algoritmica deliberata, quando in realtà un algoritmo di machine learning fa semplicemente ciò per cui è ottimizzato: massimizzare il coinvolgimento. Se la società è divisa e disperata, i contenuti che generano il massimo coinvolgimento saranno inevitabilmente quelli che riproducono e amplificano quella divisione e quella disperazione; l’odio genera azioni, la polarizzazione genera condivisioni. L’algoritmo non ha pregiudizi politici in senso convenzionale: ha soltanto un’inclinazione verso i contenuti che suscitano reazioni emotive intense, e in una società già fratturata questo significa inevitabilmente amplificazione delle divisioni esistenti e radicalizzazione progressiva verso i margini.

Il processo a TikTok è diventato così, inavvertitamente, un processo alla società americana stessa, rivelando come la crisi culturale interna sia il fattore di vulnerabilità più profondo di fronte alla sfida di Pechino. Non è TikTok ad aver distrutto la coesione sociale americana: ha semplicemente reso visibile e accelerato un processo di decomposizione già in corso, fornendo uno strumento enormemente efficace per la manifestazione di patologie preesistenti. Wang Huning aveva ragione: l’America non ha un problema di TikTok, ha un problema americano, e nessun cambiamento di proprietà di una singola applicazione può risolvere il fatto che una società costruita sulla totale mercificazione di ogni aspetto dell’esistenza umana stia crollando sotto il peso delle proprie contraddizioni.

Pechino ha chiarito che non cederà mai il controllo dell’algoritmo agli Stati Uniti, e questa linea rossa è rimasta intatta attraverso tutte le trattative: per la Cina l’algoritmo rappresenta un valore strategico che trascende qualsiasi considerazione commerciale. Washington ha accettato questo compromesso perché l’alternativa — un divieto totale che avrebbe alienato centosettanta milioni di utenti e consegnato alla Cina una grande vittoria di propaganda — è politicamente impraticabile, soprattutto per un’amministrazione che deve la propria elezione in parte a giovani elettori che usano TikTok ossessivamente. Il risultato è un accordo che soddisfa entrambi gli imperi permettendo loro di dichiarare una vittoria parziale davanti ai propri pubblici interni, mentre gli utenti rimangono intrappolati in un sistema che li tratta come merce indipendentemente da chi possieda formalmente la piattaforma.

La deindustrializzazione dell’America ha prodotto una generazione per la quale la stabilità economica che i propri genitori davano per scontata — il lavoro stabile, la pensione, la casa a prezzi accessibili — è diventata una fantasia nostalgica irraggiungibile, sostituita da un’economia del lavoro a chiamata in cui la maggior parte dei giovani opera con contratti temporanei senza tutele, accumula debiti studenteschi che non riuscirà mai a estinguere completamente e affronta un mercato immobiliare in cui i prezzi sono aumentati talmente rispetto ai salari da rendere la proprietà della casa un privilegio riservato a chi eredita. In questo contesto di precarietà economica strutturale, TikTok offre l’illusione della redenzione attraverso la viralità algoritmica: forse non puoi permetterti un appartamento o saldare il prestito universitario, ma se riesci a creare un video che diventa virale puoi ottenere milioni di visualizzazioni, migliaia di seguaci, contratti di sponsorizzazione — quella fama digitale che è diventata l’unica forma di mobilità sociale ancora percepita come accessibile.

La Generazione Z è diventata il cuore di un’economia vocazionale in cui il riconoscimento digitale sostituisce la reale stabilità economica ormai preclusa a molti, dove i giovani trasformano la propria vita in contenuti monetizzabili eseguendo l’autenticità davanti a telecamere che registrano ogni momento di vulnerabilità, ogni crollo emotivo, ogni crisi personale, perché il trauma genera coinvolgimento, il coinvolgimento genera seguaci e i seguaci potrebbero un giorno generare reddito. Questa «economia dei creatori» è celebrata come democratizzazione della fama e del reddito, come se fosse un progresso che chiunque abbia uno smartphone possa teoricamente diventare un influencer; ma la realtà è un sistema in cui lo 0,1% dei creatori cattura la maggior parte del reddito totale, mentre il restante 99,9% lavora gratuitamente nella speranza di «sfondare», alimentando con il proprio lavoro non pagato e i propri dati personali i profitti di piattaforme multimiliardarie che non possiederà mai e non controllerà.

TikTok ha perfezionato questo modello di sfruttamento perché la sua interfaccia crea l’illusione che chiunque possa diventare virale: a differenza di Instagram o YouTube, dove il successo richiede già un pubblico consolidato o investimenti in attrezzatura professionale, su TikTok un video girato con uno smartphone può teoricamente raggiungere milioni di persone se l’algoritmo decide che è abbastanza coinvolgente. Questa possibilità — per quanto remota — trasforma il mondo in uno studio cinematografico permanente dove tutto deve essere documentato, condiviso, ottimizzato per il massimo coinvolgimento, trasformando l’esistenza in una performance continua in cui ogni momento non performato è un’opportunità persa per accumulare quel capitale sociale digitale che forse un giorno potrà convertirsi in capitale economico reale.

La classe precaria vede nella viralità l’unica speranza di autorealizzazione rimasta dopo che tutti i percorsi tradizionali della mobilità sociale sono stati sistematicamente chiusi dall’austerità neoliberista, dalla finanziarizzazione dell’economia, dal ristagno salariale che persiste nonostante la crescita continua dei profitti societari, dalla distruzione dei sindacati, dall’aumento esponenziale dei costi di istruzione e sanità, dalla crisi immobiliare. In questo contesto, TikTok non è un intrattenimento frivolo ma un’infrastruttura economica critica per milioni di giovani che hanno compreso come il sistema economico tradizionale non offra loro futuro e stiano costruendo percorsi alternativi attraverso economie digitali in cui il valore è determinato dalle metriche di coinvolgimento piuttosto che dalla produzione materiale. Il problema è che queste economie digitali sono costruite su fondamenta ancora più precarie di quelle che hanno sostituito, concentrate in pochissime piattaforme che possono cambiare algoritmi, termini di servizio e politiche di monetizzazione arbitrariamente e senza preavviso, distruggendo istantaneamente carriere di creatori che avevano investito anni nella costruzione di un pubblico su piattaforme che non possiedono né controllano.

Quando i legislatori discutono se vietare TikTok citando preoccupazioni di sicurezza, gli utenti sentono qualcosa di completamente diverso: una minaccia esistenziale alle proprie aspirazioni economiche, alla propria identità sociale, alle comunità digitali che rappresentano spesso i loro legami più significativi in un mondo in cui la solitudine è epidemica e gli spazi fisici di socializzazione sono stati sistematicamente distrutti dalla pianificazione urbana orientata all’automobile e dalla gentrificazione. La massiccia resistenza al divieto di TikTok non è attaccamento sentimentale a un’app: è il terrore di perdere l’unica lotteria che sembra ancora accessibile, l’unica piattaforma in cui il successo non richiede di avere già capitale, connessioni o credenziali da università d’élite.

Gli imperi comprendono perfettamente questa dinamica e la sfruttano senza scrupoli: ByteDance costruisce un modello di business che rende gli utenti dipendenti, Washington minaccia di eliminare la piattaforma a meno che non passi sotto controllo americano, Oracle si posiziona come salvatore che permetterà alla piattaforma di sopravvivere estraendone i profitti monumentali, e gli utenti — la classe precaria che alimenta l’intero ecosistema con il proprio lavoro gratuito e i propri dati personali — non hanno voce nel processo decisionale. Sono ostaggi digitali in una guerra commerciale tra imperi che proclamano di combattere per la loro protezione mentre li trattano come risorse da estrarre, come pubblico da monetizzare, come punti di dati da aggregare e vendere agli inserzionisti o da analizzare per le agenzie di intelligence — in un sistema in cui la distinzione tra sorveglianza commerciale e sorveglianza statale è diventata irrilevante perché entrambe operano sullo stesso substrato tecnologico e servono obiettivi complementari di controllo e profitto.

L’accordo avrebbe dovuto formalmente chiudersi il 20 gennaio 2026, trasferendo il controllo operativo di TikTok USA a un consorzio in cui Oracle gestirà sicurezza, hosting dei dati e supervisione algoritmica, mentre ByteDance mantiene la proprietà dell’algoritmo e il 19,9%, con fondi di investimento americani e un fondo sovrano degli Emirati a completare la struttura proprietaria in una configurazione che permette a ciascuna parte di dichiarare una vittoria parziale in ciò che nessuno voleva davvero. Washington voleva eliminare il controllo cinese ma ha dovuto accettare che l’algoritmo resti cinese. Pechino voleva mantenere TikTok globalmente intatto ma ha dovuto cedere il controllo del mercato americano. Oracle voleva acquisire TikTok integralmente ma ha dovuto accontentarsi di una posizione di servizio piuttosto che di proprietà. Gli utenti volevano che tutto rimanesse come prima, e gradualmente scopriranno che la piattaforma si trasformerà in qualcosa di diverso man mano che le pressioni commerciali e regolamentari americane modificheranno le politiche di moderazione, le strategie di monetizzazione e l’infrastruttura tecnologica sottostante.

L’aspetto più rivelatore dell’intero processo non è il compromesso specifico raggiunto, ma il fatto che il compromesso sia stato raggiunto — dimostrando che quando gli imperi devono scegliere tra principi proclamati e interessi materiali, gli interessi vincono sempre. La retorica sulla minaccia cinese alla sicurezza nazionale è scomparsa non perché la minaccia sia stata eliminata — l’algoritmo rimane cinese, ByteDance mantiene una quota significativa, la possibilità teorica di manipolazione algoritmica persiste — ma perché tutti i principali attori hanno trovato modi per trarre profitto dall’accordo: Oracle ottiene contratti garantiti a lungo termine, ByteDance mantiene l’accesso a un mercato cruciale, gli investitori americani proteggono i propri investimenti in ByteDance, Trump può dichiarare di aver «salvato» TikTok per compiacere la propria base giovanile mentre implementa contemporaneamente una legge bipartisan che teoricamente avrebbe vietato la piattaforma.

Questo è il vero funzionamento della geopolitica contemporanea: non lo scontro di civiltà o la concorrenza ideologica tra democrazia e autoritarismo, ma negoziati pragmatici tra élite che condividono l’interesse comune a mantenere il controllo sulle popolazioni che governano, indipendentemente dal sistema politico che rappresentano formalmente. La «Grande Partizione» non risolve le tensioni sottostanti tra Stati Uniti e Cina; le rinvia semplicemente, stabilendo modus vivendi temporanei che consentono a entrambi gli imperi di continuare a operare nelle rispettive sfere di influenza senza conflitti aperti che danneggerebbero entrambi, mentre la retorica bellicosa continua ad uso interno perché le popolazioni devono essere mantenute in stato di allerta permanente contro le minacce esterne che giustificano misure di sicurezza interna sempre più invasive e budget militari in costante crescita.

Il modello TikTok potrebbe diventare il prototipo per la gestione di altri settori della competizione tecnologica: non un disaccoppiamento totale, economicamente devastante per entrambi, ma una separazione selettiva in cui gli asset strategici vengono declinati in versioni nazionali mentre la cooperazione continua nei settori meno sensibili. Questo processo di «de-risking» — il termine preferito dalle burocrazie occidentali perché suona meno allarmante di «decoupling» — implica una massiccia duplicazione di infrastrutture e investimenti che potrebbero essere impiegati molto più efficacemente in un sistema globale integrato; ma l’efficienza economica è secondaria quando le priorità sono il controllo politico e il vantaggio strategico competitivo.

Il risultato finale è un mondo progressivamente più frammentato, in cui esistono due ecosistemi tecnologici paralleli — uno centrato sugli Stati Uniti e sui propri alleati, l’altro sulla Cina e sui propri partner — con i paesi terzi costretti a scegliere o a tentare di navigare entrambi al costo di duplicare le proprie infrastrutture digitali, aumentare la complessità e la vulnerabilità, ridurre l’interoperabilità e le possibilità di cooperazione globale su problemi che richiedono coordinamento internazionale. La balcanizzazione di internet che Pechino promuove attraverso la narrazione della «sovranità cyber» e che Washington resiste retoricamente mentre la implementa praticamente attraverso controlli all’esportazione, restrizioni alla proprietà estera delle infrastrutture critiche e requisiti di localizzazione dei dati, sta creando un futuro in cui il web globale e aperto che caratterizzò i primi due decenni del ventunesimo secolo diventa memoria storica.

La scelta che ci viene presentata è falsa: non stiamo scegliendo tra libertà e sorveglianza, ma tra due forme di sorveglianza commercializzate in modo diverso — una chiamata «sicurezza nazionale», l’altra «miglioramento dell’esperienza utente». Il fatto che Oracle sostituisca ByteDance come principale depositario dei dati di TikTok USA non cambia nulla di fondamentale per gli utenti, che continueranno ad essere profilati, monitorati, manipolati e monetizzati indipendentemente dall’impero che formalmente controlla l’infrastruttura. La Grande Partizione non è la vittoria della democrazia sull’autoritarismo né viceversa: è semplicemente la ridefinizione dei confini tra zone di influenza imperiale in un mondo in cui il potere si misura sempre più nella capacità di controllare le infrastrutture digitali che mediano come miliardi di persone pensano, comunicano, lavorano, consumano e si divertono.

E forse questo è il senso ultimo dell’accordo TikTok: non le specifiche legali, non le percentuali di proprietà, non chi controlla quale pezzo di infrastruttura, ma la rivelazione che nella competizione tra imperi i cittadini sono sempre e soltanto merce — risorse da contendere piuttosto che soggetti da rispettare — e che le narrazioni sulla protezione degli algoritmi e sulla sicurezza nazionale servono soltanto a mascherare operazioni di appropriazione in cui il premio non è la libertà delle persone, ma il diritto di sfruttarle.

Fonti

TechCrunch — Tutto quello che devi sapere sull’accordo TikTok negli Stati Uniti — techcrunch.com
White House — Ulteriore proroga dell’applicazione della legge TikTok — whitehouse.gov
Center for American Progress — Il Congresso deve pretendere i dettagli completi dell’accordo TikTok — americanprogress.org
Wikipedia — Restrizioni su TikTok negli Stati Uniti: storia legislativa e giudiziaria — wikipedia.org
TheStreet — Oracle potrebbe essere il grande vincitore del caos TikTok — thestreet.com
Gizmodo — Oracle di Larry Ellison nacque come progetto della CIA — gizmodo.com
Al Jazeera — Silicon Valley, agenzie spionistiche e sovranità del software — aljazeera.com
Quartz — Le vere origini di Google risiedono in parte nei finanziamenti CIA e NSA per la sorveglianza di massa — qz.com
Medium / Insurge Intelligence — Come la CIA ha fatto Google — medium.com
UnHerd — TikTok: arma di distrazione di massa — unherd.com
East Asia Forum — La Digital Silk Road cinese alla prova della scena globale — eastasiaforum.org
Council on Foreign Relations — L’iniziativa digitale della Via della Seta della Cina — cfr.org
Carnegie Endowment for International Peace — La Cina controllerà internet globale attraverso la propria Digital Silk Road? — carnegieendowment.org
Recorded Future — Il colonialismo digitale cinese: spionaggio e repressione sulla Digital Silk Road — recordedfuture.com