Da alcuni anni, e negli ultimi due in modo brutalmente visibile, il prodotto atteso dalla catena di produzione scolastica coincide con una figura precisa: il cittadino globale e digitale, un binomio che non è un’aspirazione pedagogica ma una specifica tecnica di fabbricazione. Il processo si muove verso questo risultato con la coerenza di una linea industriale, e la scuola ne è il reparto più efficiente, perché nessuno sfugge al suo passaggio e tutti, per definizione, devono essere plasmati. C.S. Lewis aveva identificato la struttura di questo progetto già nel 1943, in un piccolo saggio intitolato L’abolizione dell’uomo, dove distingueva con precisione chirurgica tra la vecchia e la nuova formazione: la prima iniziava i giovani al mistero condiviso dell’umanità, trasmettendo di generazione in generazione qualcosa di essenziale; la seconda si limitava a condizionarli, riducendo l’insegnante da adulto che insegna a volare a tecnico che alleva pulcini per scopi che i pulcini non conosceranno mai. Quello che Lewis chiamava propaganda pura e semplice è diventato, ottant’anni dopo, curriculum ministeriale.

Non è un caso che le professioni più profondamente connesse all’interiorità umana — l’insegnante, il medico, il giudice, il sacerdote — abbiano subito la stessa metamorfosi: non più formati per avvicinarsi all’uomo nella sua complessità, ma addestrati ad applicare protocolli. La logica è la stessa ovunque, e la sua uniformità è essa stessa una prova della direzione verso cui tutto converge.

La parola greca maza significa impasto, massa modellabile: qualcosa che per definizione attende di ricevere una forma dall’esterno. L’uomo di massa contemporaneo è il risultato di questo processo portato a compimento: un automa antropomorfo, privo di identità propria, perfettamente funzionale all’interno di un sistema che ha bisogno di unità intercambiabili piuttosto che di individui irripetibili. La scuola, in latitudini diverse e con intensità variabile, è stata trasformata negli ultimi decenni in un ibrido tra parco divertimenti e laboratorio di rieducazione etico-sociale, dove i piani dell’offerta formativa fungono da catalogo di attrazioni e il tasso di iscrizioni misura il consenso del mercato. Gli insegnanti, ridotti progressivamente al ruolo di animatori, si sono in gran parte lasciati ridurre senza resistenza.

Questo mercato ha prodotto il proprio linguaggio, un gergo esoterico coniato nelle sedi sovranazionali e distribuito a cascata verso le scuole di ogni ordine e grado: soft skills, competenze di carattere, apprendimento cooperativo, crediti e debiti formativi, sfide, missioni, peer to peer. Un vocabolario che svolge due funzioni simultanee: seduce con il tono pseudo-culturale chi lo adotta, e al tempo stesso esclude i non iniziati dalla comprensione di ciò che viene cucinato altrove. La perversione del linguaggio educativo non è un effetto collaterale di questo processo: ne è uno strumento portante, perché quando le parole si svuotano di senso il pensiero che le abita si svuota con loro.

“Il vecchio trattava gli scolari come uccelli adulti che insegnano ai piccoli a volare; il nuovo li tratta come un allevatore industriale tratta i pulcini, formandoli per scopi di cui i pulcini non sapranno mai nulla.”

In cima a questo edificio è stato collocato un nuovo super-soggetto trasversale, che attraversa tutti gli altri come un asso alto: la cosiddetta nuova educazione civica. Il nome è volutamente rassicurante, perché evoca una disciplina familiare e rispettabile; il contenuto, però, non ha nulla a che fare con l’educazione civica tradizionale, quella che insegnava i rudimenti del diritto costituzionale. La nuova educazione civica coincide con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e con i suoi diciassette obiettivi globali — i diciassette comandamenti del credo globalista — al punto che i libri di testo recano esplicitamente il riferimento all’Agenda come cornice ideologica di riferimento. In Italia questa riforma è entrata in vigore nel settembre 2020, primo anno dell’era pandemica: una coincidenza su cui ognuno può riflettere autonomamente.

Il meccanismo operativo è duplice. Da un lato, le ore dedicate alle discipline fondamentali — quelle che trasmettono basi di conoscenza e strumenti di ragionamento — vengono progressivamente svuotate del loro contenuto sostanziale, riempite con ritornelli modulari sempre riferibili alla stessa matrice ideologica. Dall’altro, i libri di testo e i materiali didattici delle discipline sopravvissute vengono contaminati dallo stesso grasso ideologico, così che il condizionamento non abbia spazi di fuga. Il risultato è una progressiva sostituzione della conoscenza con la gestione delle emozioni: non più insegnare a ragionare, ma formare attitudini comportamentali conformi. Il Vaticano si è inserito in questo processo con la propria iniziativa, il Global Compact on Education, confermando di aver scelto il proprio posto nell’architettura sovranazionale.

Il sintagma “cittadino globale e digitale” è un ossimoro funzionale. Il cittadino è per definizione l’abitante di una polis — un luogo concreto dove è nato, cresciuto, al quale è legato da un senso viscerale e primitivo di appartenenza. La cosmopoli globale non esiste come luogo: è un non-luogo dove nessuno è nato e nessuno è cresciuto, e quindi il cittadino globale è necessariamente un non-cittadino, un individuo senza radici e senza identità. Questa non è una conseguenza indesiderata del progetto, ma il suo obiettivo dichiarato: l’identità è sempre stato il problema principale per chi vuole governare masse omogenee, perché l’identità radicata genera resistenza, senso critico, appartenenza incomprimibile.

Il cittadino digitale è il complemento logico di questo progetto: un numero felice di essere un numero, integrato con la propria protesi elettronica, la cui identità è riducibile a un codice macchina. Da qualche anno i bambini vengono valutati a scuola con criteri mutuati dall’analisi industriale dei processi: valutazioni diagnostiche, valutazioni di prodotto, fasi di orientamento precoce che smistano gli individui nelle caselle predisposte. Nelle scuole primarie, raggiungere il livello più alto richiede come primo requisito l’interiorizzazione delle norme e delle regole. Nelle scuole dell’infanzia, tra i tre e i cinque anni, le competenze valutate includono la raccolta differenziata, il rispetto dei protocolli igienico-sanitari, la conoscenza delle parti del personal computer e la familiarità con le emoticon.

L’emergenza del 2020 ha funzionato come acceleratore di un processo già in corso, comprimendo in due anni trasformazioni che avrebbero richiesto un decennio. Il deserto sensoriale, l’annientamento della socialità fisica, gli esercizi di obbedienza ritualizzata hanno cementato automatismi la cui durata sarà lunga. I dati che ne emergono sono stati pubblicati dalle stesse fonti mainstream come se si trattasse di fenomeni imprevedibili: l’ottanta percento degli adolescenti mostra sintomi riconducibili al disturbo da stress post-traumatico; i ricoveri psichiatrici pediatrici si sono moltiplicati; l’American Academy of Pediatrics ha dichiarato la salute mentale dei bambini un’emergenza nazionale. L’UNESCO aveva annunciato nel 2020, all’avvio di quello che definì il più grande esperimento nella storia dell’istruzione, che gli alunni ne erano il materiale di laboratorio.

La risposta istituzionale a questa catastrofe cognitiva e affettiva non ha mirato alla rimozione delle cause, ma alla normalizzazione degli effetti. Progettata la patologia, si gestisce la patologia: psicologi nelle scuole, protocolli di resilienza, competenze psico-sociali in sostituzione dei contenuti disciplinari. La resilienza, in questo contesto, non è una virtù: è la rassegnazione elevata a obiettivo didattico, la capacità di assorbire il danno senza ribellarsi a chi lo ha inflitto.

Lewis chiudeva il suo saggio con una previsione che non era fantascienza ma deduzione logica: la fase finale della conquista della natura umana sarebbe arrivata quando eugenetica, condizionamento prenatale, educazione e propaganda psicologica avessero raggiunto il controllo pieno sull’individuo. I plasmatori del nuovo ordine, scriveva, non sarebbero stati uomini malvagi ma qualcosa di peggio: uomini che avevano sacrificato la propria umanità per decidere quale forma dare alla parola umanità nelle generazioni successive. Uomini al di là del bene e del male perché sono loro stessi a fissare i termini di quella distinzione. Artefatti, non uomini.

Ciò che rende questo progetto riconoscibile, al di là di qualsiasi sovrastruttura ideologica, è un denominatore comune che chi vuole vederlo può vedere: un odio per la vita, per l’incanto e per il mistero che nessuna tecnica potrà mai penetrare né replicare, e che si dirige con particolare intensità verso l’infanzia, cioè verso l’innocenza intesa come potenziale non ancora colonizzato. La forza di gravità delle istituzioni non sembra più orientata verso il bene comune: il senso del suo moto attuale è l’opposto. Non è una prospettiva comoda da sostenere, ma è una prospettiva con cui è necessario fare i conti, perché solo chi la riconosce può scegliere di non esserne parte.

Nel novembre 2021 un gruppo di studenti romani ha pubblicato un comunicato che vale la pena conservare come documento. Tra le altre cose, diceva: “saremo l’acqua che entra nelle vostre scarpe e vestiti; saremo il mare che eroderà le vostre dighe perché non obbediremo a nulla.” Poche frasi, scritte da chi avrebbe dovuto essere il materiale già formato. Non lo era.

Fonti

C.S. Lewis, The Abolition of Man, Oxford University Press, 1943
Dott.ssa Elisabetta Frezza Bortoletto, intervento al Primo Congresso Nazionale “ContiamoCi”, Grassobbio (Bergamo), 8 maggio 2022
UNESCO, Towards Resilient Education Systems for the Future, 2020 — unesdoc.unesco.org
American Academy of Pediatrics, dichiarazione sullo stato di emergenza della salute mentale infantile, ottobre 2021 — aap.org
King’s College London, IoPPN, ricerca sull’impatto del COVID-19 sulla salute mentale di bambini e adolescenti, 2021 — kcl.ac.uk
Istituto di Fisiologia Clinica CNR Pisa, Progetto AVATAR (Adolescents’ Environments and Lifestyles: A New Proposal for Promoting Health Through a Multimedia Platform) — ifc.cnr.it
Nazioni Unite, Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile — sdgs.un.org
Vaticano, Global Compact on Educationeducationglobalcompact.org
Comunicato stampa studenti di Roma, 26 novembre 2021